L’AFFONDO DI MAX PASSALACQUA: MICARI, L’ELITE CON NIENTE DA DICHIARARE

Elezioni regionali nel segno del cinque in Sicilia. Si svolgeranno infatti il 5 novembre (per la seconda volta in autunno), per la quinta volta il presidente della Regione sarà eletto direttamente, e cinque sarebbero i “nomi” in lizza per governare l’isola. Solo che uno dei cinque ­­­– Vittorio Sgarbi, ça va sans dire – è un candidato più che altro “folcloristico”, visto che tutti i sondaggi accreditano della quasi totalità dei consensi gli esponenti di quattro liste o coalizioni: Nello Musumeci per il centrodestra, Fabrizio Micari per il centrosinistra, Giancarlo Cancelleri per il Movimento 5 Stelle e Claudio Fava per la sinistra. Quattro personaggi diversissimi, ma tutti capaci di regalare grandi soddisfazioni agli osservatori e… ai comici.

Prima puntata di questo viaggio tra i “quattro personaggi in cerca di (Govern)autore” dedicata a Fabrizio Micari, 54 anni, professore di Ingegneria e da novembre 2015 rettore dell’Università di Palermo. Carica che abbandonerà dunque, a soli due anni dall’elezione, in caso di vittoria in questa sua primissima esperienza politica, ma che potrebbe già precludergli la candidatura stessa a Palazzo dei Normanni. Vediamo perché.

La legge regionale che stabilisce le cause di ineleggibilità e incompatibilità con la carica di presidente della Giunta (analoghe a quelle relative ai deputati) non prevede tra queste il fatto di essere rettore di una Università. C’è nella giurisprudenza una sentenza abbastanza recente della Corte costituzionale, la n. 25/08, che riguarda l’ineleggibilità a presidente della Regione Valle d’Aosta del rettore dell’Università della Valle – confermata dalla Consulta, che ha dichiarato «non fondata l’eccezione di legittimità costituzionale» avanzata dal Governo – ma ci sono differenze sostanziali: non si tratta di una Università statale, ma di fatto di un consorzio formato da Enti pubblici e soggetti privati, tra i quali proprio la Regione Valle d’Aosta che tra l’altro ratifica la nomina del rettore su una rosa di tre nomi indicati dal Senato accademico; quindi non è questo il “nodo” quanto il rapporto tra il Policlinico universitario “Paolo Giaccone”, del quale il rettore pro tempore presiede il CdA, e la Regione ed in particolare l’assessorato alla Sanità.

Quando a sollevare il problema è stato, qualche settimana fa, il presidente di “Riscossione Sicilia” Antonio Fiumefreddo, l’uscita è stata bollata come una boutade mirata a contrastare la candidatura di Micari o quantomeno di “alzare il prezzo” per la rinuncia del suo mentore Rosario Crocetta, che infatti avrà un seggio garantito alla Camera o, meglio, al Senato nel 2018. Probabile, ma il rilievo è comunque fondato: i Policlinici universitari, infatti, forniscono prestazioni sanitarie per conto della Regione in regime di convenzione, e quindi attingono ai fondi regionali del settore. E sono i CdA a nominare i direttori sanitari. Una posizione del tutto analoga a quella delle Aziende sanitarie provinciali, tanto che i direttori generali (le Asp non hanno un presidente che si possa equiparare a un rettore o consigliere di amministrazione) non possono candidarsi alla Regione a meno di aver lasciato la carica sei mesi prima della conclusione naturale della legislatura. Micari non si è dimesso ma autosospeso – uno strumento che peraltro non è previsto ­– ritenendo di avere le carte in regola per candidarsi: uno svarione che colpisce, soprattutto se si pensa che a imporre all’intera coalizione il nome del Magnifico è stato un furbastro come Leoluca Orlando, ormai dominus del centrosinistra siciliano dopo aver ridotto ai minimi termini il PD che ha persino tolto il simbolo dalla lista a sostegno del sindaco di Palermo alle ultime Amministrative. Cosa avverrà in sede di convalida delle candidature al Tribunale? E che esito potrebbe avere un eventuale ricorso per ineleggibilità?

Certo, quella del ricorso è un’ipotesi abbastanza fantasiosa perché, stando ai sondaggi sin qui pubblicati, Micari non arriverà né primo né secondo (al quale spetta un seggio a Sala d’Ercole). Ma se fosse invece davvero un caso di incandidabilità, il centrosinistra si ritroverebbe senza un nome per la presidenza della Regione, finendo per avvantaggiare Claudio Fava (una parte del PD) e Nello Musumeci (il resto dei “dem” e gli alfaniani). Anche perché – a leggere le cronache – nemmeno all’Università di Palermo la candidatura di Micari ha suscitato entusiasmo, tanto che molti docenti gli hanno chiesto di dimettersi comunque prima delle elezioni. Perché anche non vincendo – anzi, soprattutto non vincendo – il rettore si troverebbe ad avere rapporti istituzionali con un suo ex competitor, sia esso Musumeci o il candidato grillino Giancarlo Cancelleri.

A questo punto, tra tante incertezze e forzature, appare necessario capire i motivi e la paternità di questa candidatura e, più in generale, del percorso elettorale che una certa élite siciliana sta cercando di fare all’ombra di Renzi e, appunto, Orlando. La premessa è che il PD siciliano è in una fase di riorganizzazione, eufemismo per dire che è clinicamente morto e stanno cercando di rianimarlo: a Palermo è stato di fatto azzerato da Orlando alle ultime Amministrative – come accennato sopra – con il placet, sorprendente ma non troppo, del plenipotenziario renziano Davide Faraone; a Messina è stato lasciato dal “signore delle tessere” Francantonio Genovese che candida il figlio Luigi con FI; a Enna paga una guerra fratricida contro il cosiddetto “impresentabile” Mirello Crisafulli, che invece di uscire dal partito sta provando a riprenderselo sfiduciando il sindaco PD del capoluogo e presentando alle Regionali una sua lista intitolata PD 2, e che ha uno dei propri centri di potere nell’Università “Kore”, il cui rettore Giovanni Puglisi (succeduto all’ex ministro socialista Salvo Andò) è molto chiacchierato per l’appartenenza alla massoneria e per il ruolo nella Fondazione Banco di Sicilia, attraverso la quale avrebbe finanziato enti nei quali poi otteneva incarichi direttivi.

Proprio dall’Università si muove questa élite, che nel vuoto attuale del PD siciliano ha trovato lo spazio di manovra per provare a conquistare Palazzo d’Orleans. Un primo passo al quale dovrebbe seguire la candidatura romana del Magnifico dell’ateneo messinese Pietro Navarra, che ha intanto mandato in avanscoperta il direttore generale Franco De Domenico candidandolo all’Ars nella lista “dem” (siamo sicuri che anche lui non sia ineleggibile ma solo incompatibile?). Una marcia a tappe forzate che non prevede di saltare nessun giro: tanto che l’ex assessore alla Sanità nel governo Cuffaro, Roberto Lagalla, che ha vestito l’ermellino a Palermo prima di Micari e che aveva ufficializzato la sua intenzione di candidarsi alla presidenza, si è trasferito armi e bagagli alla corte di Musumeci con il suo movimento “Idea Sicilia”.

Campagna elettorale aperta a Taormina (giusto per far capire la natura “popolare” della candidatura) con la prima enunciazione di un programma infarcito di luoghi comuni come se Micari non avesse… niente da dichiarare, prima visita di cortesia all’editore de La Sicilia Mario Ciancio forse per blindare – magari con l’aiuto del rettore Francesco Basile – l’asse con il sindaco Enzo Bianco, come è normale per il rappresentante di una élite Micari non si è ancora trovato a partecipare a manifestazioni oceaniche. E anche la maggior parte dei sondaggi non lo accredita di un consenso plebiscitario, tutt’altro. Anche perché, a dispetto delle dichiarazioni dello stesso Micari, la realtà universitaria siciliana è uno dei motivi principali per cui i giovani cervelli – o i giovani dotati di cervello, fate voi – fuggono dall’isola, costruita com’è sulle fondamenta del nepotismo e del “baronato”. E proprio con queste basi il centrosinistra vorrebbe proporsi per governare la Regione?

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