La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell’ex ministro Anna Finocchiaro che aveva citato in giudizio l’avvocato messinese Fabio Repici. La Cassazione: «Accusare di “inciucio” non è diffamatorio»

30 Settembre 2017 Inchieste/Giudiziaria

La critica politica e la maggiore aggressività che un personaggio pubblico ha l'onere di subire sdoganano - secondo la Cassazione - anche il termine "inciucio", per indicare l'accordo tra parti contrapposte. La suprema corte si è pronunciata respingendo il ricorso della ministra Anna Finocchiaro, che aveva chiamato in giudizio per diffamazione l'avvocato Fabio Repici. Ha condiviso le conclusioni della Corte d'appello di Messina che ha ritenuto che tale termine rientri nei limiti della «continenza».

Secondo quanto ricostruito nelle sentenze, Repici nel 2007 in quattro lettere aperte indicò Finocchiaro, all'epoca capogruppo dell'Ulivo al Senato, come parte di accordi sottobanco per ritardare lo scioglimento per mafia del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Chiamato in causa da Finocchiaro, spiegò di essersi limitato a dare conto di notizie circolate in ambienti politici locali e riportate anche da organi di stampa.

In primo grado, il tribunale accolse la richiesta di risarcimento da 50mila euro della senatrice, invece la Corte d'appello di Messina riformò la decisione, riconoscendo «il carattere offensivo e diffamatorio» delle lettere, ma ritenendo sussistente «l'esimente della verità putativa». Rilevò poi gli estremi della «pertinenza» e della «continenza» anche in riferimento all'espressione 'inciucio filomafiosò. Secondo la Cassazione, la corte d'appello ha correttamente applicato i principi del «diritto di critica politica», che - ricorda - può far uso anche di «un linguaggio colorito e pungente».

Repici ha a sua volta proposto ricorso, ritenendo che le sue lettere fossero state travisate anche dalla sentenza d'appello con una dichiarazione di «diffamatorietà non motivata e preconcetta», in quanto lui si era limitato a riferire di una fuga di notizie, senza dire se fossero vere o meno. Sul punto la Cassazione non si pronuncia limitandosi a sottolineare che Repici è uscito dal giudizio «totalmente vittorioso».

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