CORRUZIONE: ARDITA (CSM), PESSIMO SEGNALE PARERE CRITICO SENZA RICORDARE NECESSITA’ RIFORME

20 Dicembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

“E’ chiaro che saranno necessarie molte altre riforme per far funzionare meglio la giustizia. Ma non può negarsi che sarebbe un pessimo segnale che il Csm – ossia l’organo del governo autonomo dei magistrati – su questioni così delicate e così sentite, dia un parere unicamente critico senza sottolineare l’importanza e la necessità di queste riforme”. Così, Sebastiano Ardita, componente togato del Consiglio superiore della magistratura, nel suo intervento in cui ha spiegato perché ha votato contro il parere critico del Csm sulla riforma della prescrizione e anticorruzione. Il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha approvato ieri a maggioranza, con 17 voti a favore, 3 contrari e 3 astensioni, il parere della sesta commissione. Il voto è stato preceduto da una lunga discussione nel corso della quale è stata anche ventilata, dal laico M5S Fulvio Gigliotti, la possibilità che il testo non venisse votato proprio per il fatto di avere perso la sua prevista ‘funzione consultiva’ essendo stato licenziato dal Consiglio dopo la definitiva conversione in legge del ddl ieri alla Camera. A favore del parere hanno votato i togati, tranne i due esponenti di Autonomia e indipendenza, Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, e tre laici, Alessio Lanzi e Michele Cerabona di Forza Italia, e Emanuele Basile della Lega.
“Sicuramente è suo compito porre in luce ciò che può essere migliorato – dice Ardita – ma deve anche incoraggiare il perseguimento della strada del buon funzionamento della Giustizia, nell’interesse di cittadini”.
“Perché, al di là dei rilievi tecnici che non condivido, c’è anche un messaggio di sfiducia che, attraverso le inevitabili semplificazioni, giunge fino alla pubblica opinione, come un disaccordo – non sulla perfettibilità – ma sul merito stesso dell’iniziativa di riforma – prosegue ancora il magistrato – Anche se non è così daremmo impressione che il Csm sia contrario alla riforma che vuole evitare gli abusi della prescrizione e contrastare la corruzione. E noi a questo messaggio siamo fortemente contrari”.

Di seguito riportiamo l’intervento di Sebastiano Ardita pubblicato su il Fatto Quotidiano, che spiega ancora meglio la posizione dell’ex procuratore aggiunto di Messina.
Il Csm smemorato sull’anticorruzione.
Come ho già espresso in più sedi, ritengo che questa riforma non sia sufficiente a risolvere i problemi della giustizia, eppure non sono affatto d’accordo su alcune critiche al ddl Anticorruzione, che vengono espresse nel parere del Csm.
1) Richiamando il documento della Commissione ministeriale Fiorella, il Csm finisce per sostenere che l’istituto della prescrizione sarebbe un fattore di accelerazione dei processi, perché induce i giudici a celebrarli più in fretta per non farli prescrivere. Ne consegue che la nuova legge, secondo questa tesi, li allungherebbe. Ora non si può dimenticare che la durata del processo è legata anche e soprattutto all’esercizio di diritti e facoltà dell’imputato. Dimenticando di scrivere che è l’imputato ad avere l’interesse e gli strumenti per arrivare alla prescrizione, indirettamente si fa affermare al Csm che la durata dei processi è esclusiva responsabilità dei magistrati. Che è ciò che sostengono taluni detrattori: mi sembra una forma di autolesionismo gratuito.
2) Si sostiene che siccome una rilevante parte dei processi si prescrive in fase di indagini, questa riforma non incidendo su quella fase, ma dalla sentenza di primo grado, sarebbe inutile.
Il dato numerico delle prescrizioni durante le indagini è vero, ma va precisato. Non si dice nel parere che una enorme quantità di notizie di reato giungono quando stanno già per prescriversi. Immaginiamo che l’Inps mandi un blocco di 500 denunce di illeciti relativi all’anno 2012. In un caso del genere non avrebbe senso mandare avanti questi processi con i costi che ciò comporterebbe: si preferirà farli prescrivere prima, piuttosto che procedere a inutili udienze e notifiche. Se si utilizza in modo acritico questo argomento, ancora una volta, in modo indiretto, si fa riconoscere al Csm che la responsabilità di queste prescrizioni è colpa dei pubblici ministeri.
Appare singolare infine che non si dia alcun giudizio sulla efficacia della precedente riforma sulla prescrizione (la cd riforma Orlando) – affermandosi che 2 anni sono un termine troppo breve per dare un giudizio – mentre della riforma che deve ancora nascere si dà un giudizio negativo sulla base di valutazioni piuttosto opinabili.
Occorre perciò interrogarsi su quale sia il ruolo del Csm con riguardo a questi pareri: il suo compito è quello di dare valutazioni che riguardano il corretto funzionamento della giustizia, non certo di dare i voti a governi e parlamenti. Sotto questo aspetto appare ancor più singolare il contenuto critico del parere di Csm, se esso viene messo in relazione a come il Csm ebbe a esprimersi rispetto ad altre riforme di cui appare quantomeno discutibile l’apporto al buon funzionamento dei processi. Per richiamare la memoria sarà utile leggere i precedenti pareri del Csm sulla riforma Orlando che pure conteneva alcune norme che avevano fatto molto discutere in tema di funzionalità della giustizia. Il 20 maggio e 11 novembre 2015 il Csm si espresse così. Sulla prescrizione aveva detto: “In sostanza, la modifica auspicata avrebbe senz’altro un rilevante immediato effetto di deflazione del numero di processi penali in primo grado ed in sede di impugnazione, così offrendo spazi e risorse maggiori per la loro generalizzata più rapida e tempestiva definizione”.
Sulle impugnazioni (ricordo solo che era stata votata l’abolizione dell’appello incidentale del pm, ultimo deterrente al ricorso strumentale dell’appello dell’imputato) aveva scritto: “Tanto premesso, la filosofia di fondo che anima la riforma merita sicuro apprezzamento nella misura in cui la medesima dovrebbe, con adeguata organicità e razionalità, riallineare le norme processuali allo scopo primario della celerità della risposta giudiziaria”.
Sulle intercettazioni: “La norma è chiaramente volta a realizzare una migliore conformazione della disciplina vigente in tema d’intercettazioni telefoniche rispetto alla libertà di cui all’art. 15 Cost., quale ampliamento e precisazione del fondamentale principio di inviolabilità della persona umana”. Per non parlare dell’incredibile riforma sull’obbligo di definizione dei procedimenti da parte del pm entro tre mesi dalla conclusione delle indagini con possibile avocazione del procuratore generale. Una disposizione il cui unico effetto sarebbe stato quello di paralizzare gli uffici, che prevedeva un avvitamento interno con trasferimenti delle medesime competenze da un ufficio organicamente più dotato (la Procura della Repubblica) a uno meno dotato (la Procura generale). Ho cercato il parere del Csm sul punto, ma non l’ho trovato. Certamente avrò cercato male. Ma quel che è certo è che per ovviare ai danni che avrebbe prodotto quella specifica riforma, poi entrata in vigore, il Csm ha dovuto adottare una risoluzione il 16 maggio 2018, con cui si è dovuto arrampicare sugli specchi per evitare che tutti i pm italiani si trovassero nelle condizioni di subire un procedimento disciplinare per non aver realizzato ciò che una legge dello Stato imponeva.