17 Gennaio 2019 Giudiziaria

MESSINA: ASSOLTO IN APPELLO IL POLIZIOTTO LUIGI CAVALCANTE

La Corte di Appello di Messina presieduta da Alfredo Sicuro, a latere Arena e Grimaldi, ha ribaltato la condanna in primo grado a otto mesi di reclusione, che era stata inflitta dalla Prima Sezione collegiale presieduta dal giudice Silvana Grasso, assolvendo il poliziotto Luigi Cavalcante. Il pg Santi Cutroneo aveva chiesto la conferma della sentenza impugnata così come anche le Parti civili, assistite dall’avv. Diego Busacca. Cavalcante era accusato di abuso d’ufficio perchè “con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nella sua qualità, nello svolgimento delle funzioni e del servizio ordinava l’esibizioni della documentazione e inseguiva per strada e fermava l’autovettura con a bordo alcuni soggetti, in violazione dell’obbligo di attenzione in presenza di un interesse personale (in relazione alle vicende economico-patrimoniali di Giacomo Bucalo, cugino della suocera)”.

Il processo nasce da una complessa vicenda personale che degenera a causa dei rapporti familiari e amicali che ruotavano intorno alla figura dell’anziano Giacomo Bucalo, impiegato in pensione del Banco di Sicilia, celibe e senza figli, in possesso di cospicui risparmi di denaro e di immobili. Le gravi condizioni psicofisiche di Bucalo portarono ad aumentare la frequenza delle visite degli unici parenti presenti a Messina, tra cui appunto il poliziotto Luigi Cavalcante, genero di una cugina di Bucalo. Ma anche quelle di alcuni storici amici con i quali spesso Bucalo si incontrava anche fuori dall’appartamento, accusati dai parenti dell’uomo di “volere ottenere vantaggi di carattere economico in conseguenza di un attività di indebito condizionamento”. Due ‘fazioni’ contrapposte che si accusano a vicenda, un uomo in grave stato di infermità psichica da ‘contendersi’ in un contesto di elevata conflittualità. Un clima e un contesto che il giudice Grasso, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, non esitò a definire “intricato e desolante”.

Dopo undici anni di processo si mette la parola fine ad una vicenda giudiziaria che, se non avesse inflitto gravi patimenti all’interessato, potrebbe definirsi grottesca”, scrive in una nota l’avvocato Nino Cacia. “Il mio assistito, che a differenza dei suoi accusatori riconosciuti penalmente responsabili di appropriazione indebita, favoreggiamento e resistenza a pubblico ufficiale e per i quali è stata emessa la declaratoria di estinzione per intervenuta prescrizione, da sempre convinto della correttezza del suo operato, non ha inteso sottrarsi alle proprie responsabilità rinunciando appunto all’effetto estintivo della prescrizione”. “Si era documentato con prova dichiarativa e puntuale, come il Cavalcante si fosse limitato – in presenza di una potenziale consumazione di reati invero accertati con sentenza passata in giudicato – a chiamare la Sala operativa assicurando le tracce pertinenti al reato in attesa dell’arrivo dei suoi colleghi senza eseguire alcuna successiva attività investigativa”. “Secondo la valutazione operata dalla Prima Sezione collegiale – oggi ribaltata in appello – il Cavalcante avrebbe dovuto astenersi dal compiere qualunque atto essendo la persona offesa un parente della suocera. La Corte ha invece ritenuto che il comportamento del mio Assistito non fosse penalmente rilevante”.  “Rammarica – conclude l’avvocato Cacia – come al collegio sia certamente sfuggito che ogni appartenente alle Forze dell’Ordine soggiace sì al dovere di astensione dal compimento di atti che potrebbero avvantaggiare persone vicino all’operante, ma anche al dovere di assicurare le cose, le tracce pertinenti al reato riferendo senza ritardo (siccome fatto dal Cavalcante) all’Autorità Giudiziaria”.