28 Gennaio 2019 Cronaca di Messina e Provincia

MESSINESE MUORE SOLO AD ACQUASPARTA (TERNI). DON ALESSANDRO: “CHIEDIAMO PERDONO”

“Giovanni Irrera, chi era? Giovanni Irrera non era nessuno. Come tale è morto. Quando, non lo

sappiamo. E’ stato trovato morto, in casa sua, sabato 26 gennaio, probabilmente è deceduto da più di

un mese, stando alle condizioni del corpo.

Abitava, ad Acquasparta, davanti alla nostra chiesa, pochi metri più in là del Municipio.

Nessuno lo ha cercato, nessuno si è preoccupato di lui. Era in vita solo per il fatto di essere nato.

La sua storia muore con lui.”

Lo scrive sulla pagina della Caritas don Alessandro Fortunati, parroco della chiesa santi Stefano e Cecilia di Acquasparta. Giovanni Irrera, 68 anni, era originario di Messina, da tempo si era trasferito ad Acquasparta (Terni), dove viveva da solo. Don Alessandro ha deciso di scrivergli una lettera aperta perché ritiene inaccettabile morire abbandonati nel disinteresse generale, anche in un piccolo centro come Acquasparta.

“Veniva alla Caritas – scrive don Alessandro – a chiedere un po’ di aiuto, sappiamo che aveva una sorella ma che era morta. Andava su e giù per il corso con il suo giacchettone di pile e il berretto di lana, la barba non curata, il passo stanco, lo sguardo di chi non ha tanti motivi per vivere. Disse a qualcuno che si sarebbe trasferito altrove per cercare un lavoretto che gli permettesse di arrotondare la misera pensione di 300 euro con la quale doveva pagare l’affitto e provvedere a se stesso.

I pochi che lo conoscevano pensavano che effettivamente che si fosse trasferito: andato via in silenzio, così come in silenzio era venuto ad Acquasparta. E invece, probabilmente, da prima di Natale, il suo corpo abbandonato sul letto è restato ad Acquasparta, mentre la sua anima è stata portata dagli angeli in cielo come quella del povero Lazzaro nel Vangelo.

Nessuno conosceva la sua vita e la sua storia ma, per quanto pessima possa essere stata, lui (come ogni altro uomo sulla terra) non meritava una morte così. Nessuno gli era vicino quando si è sentito male – scrive don Alessandro – nessuno gli ha preso la mano, nessuno gli ha sussurrato quelle parole che solo nell’ultimo istante dell’esistenza si ha il coraggio di pronunciare, nessuno lo ha incoraggiato dicendogli che, se almeno il suo essere sulla terra poteva essere stato tutto un fallimento, almeno il suo entrare in cielo sarebbe stato un trionfo. Nessuno ha pianto per lui. Nessuno ha pregato.

Vorrei chiedere innanzitutto perdono a Giovanni a nome di tutti. A nome di quelli che non lo hanno mai salutato. A nome di quelli che hanno pensato male di lui. A nome di chi non gli ha dato quelle opportunità. A nome di chi aveva il dovere (come famigliare o conoscente) di fargli almeno una telefonata a Natale. Io credo – aggiunge don Alessandro – che sia morto la notte di Natale (non ho nessuna prova, ma le persone importanti agli occhi di Dio nascono e muoiono in giorni importanti) quando gli angeli irruppero nel buio e annunciarono la pace ai pastori, agli ultimi della terra.

Anche quella notte cantarono, ma solo Giovanni ebbe l’opportunità di ascoltarli. Vorrei che la comunità conoscesse la sua non-storia e vorrei che tutti fossimo più attenti al nostro prossimo. A Giovanni Irrera, ho deciso (non mi interessa se ci saranno pareri contrari) che sarà intitolata la nuova sede della Caritas al termine dei lavori presso il nuovo oratorio.

Vorrei che il giorno dei suoi funerali – conclude don Alessandro – ci fosse tutta la comunità (ancora non sappiamo quando potrà essere celebrato): non quella delle grandi occasioni, ma quella degli uomini di buona volontà, che desiderano e si impegnano affinché, almeno nella nostra parrocchia, nessuno muoia più da solo.”