Messina, perseguitato in Camerun perché omosessuale ottiene lo status di rifugiato

6 Aprile 2019 Inchieste/Giudiziaria

La casa nella quale abitava era stata incendiata dai vicini perché era omosessuale, incendio in cui rimase vittima la madre. Perseguitato in Camerun, Amir (nome di fantasia), 26 anni, è scappato, per imbarcarsi per l’Italia, ospite di un centro a Messina, dopo una bocciatura a Palermo, ha adesso ottenuto dal tribunale di Messina lo status di rifugiato per “il fondato timore di persecuzione personale e diretta nel paese d’origine”. Così ha deciso la sezione speciale del tribunale di Messina in materia di immigrazione, alla quale aveva fatto ricorso l’avvocato Carmelo Picciotto, dopo il gran rifiuto della Commissione territoriale di Palermo: “La Commissione palermitana si è dimostrata insensibile e asservita alle recenti politiche governative”, ha commentato Picciotto. Dopo la decisione di Palermo dello scorso 22 agosto, il difensore del ragazzo ha fatto ricorso “perché competente è il tribunale della corte d’appello dove il ragazzo risiede”.

In un centro nel Messinese, Amir ci è arrivato dopo un viaggio in un barcone dalla Libia appena un anno fa. Nato e cresciuto in Camerun, dove “gli omosessuali sono trattati malissimo peggio delle bestie e ho saputo di ragazzi uccisi per queste ragioni”, ha così raccontato al tribunale presieduto da Caterina Mangano. Ripercorrendo poi, per filo e per segno la sua storia. Cresciuto in un piccolo villaggio del Camerun, aveva negato a se stesso le prime pulsioni verso il suo stesso sesso, fidanzandosi ancora adolescente con una ragazza, alla quale però poi decise di rivelare le sue preferenze. Lei lo raccontò ad un’amica, la voce si sparse e Amir fu invitato dal preside a lasciare la scuola per evitare il linciaggio. Ma era solo l’inizio, il ragazzo una volta all’università si innamorò di un altro studente con il quale intrecciò una relazione. Una sera mentre lo accompagnava al mototaxi, il compagno lo baciò, il conducente vide il bacio e iniziò ad insultarli, in poco tempo si formò una folla che li bastonava. L’intervento della polizia evitò il peggio ma in Camerun l’omosessualità è reato, per questo Amir fu condannato, dopo attente ispezioni mediche, a due anni di reclusione.

Ma è in carcere che trova la via per il riconoscimento dei suoi diritti: una volta dentro ha incontrato altri ragazzi con la stessa accusa che gli hanno consigliato di rivolgersi ad un avvocato, una donna di 60 anni, famosa per la difesa di persone Lgbt e appartenente alla associazione Adepho. La donna, presa la sua difesa, è riuscita a dimostrare che l’ispezione medica fatta al ragazzo (anale) era irregolare e Amir è stato rilasciato. Fuori dal carcere lo aspettava la madre per riportarlo a casa ma è qui che per il ragazzo continua la persecuzione: i vicini minacciano di incendiare la casa se non fosse andato via. Amir scappa definitivamente il Camrun per andare in Gabon ma la casa viene incendiata lo stesso e la madre resta uccisa dalle fiamme. Dopo qualche tempo in Gabon, Amir riesce a raggiungere la Libia e poi si imbarca per l’Italia. Lì dove, adesso, il Tribunale di Messina, dopo avere acquisito i documenti che attestano la condanna in Camerun, ha riconosciuto la credibilità della storia e lo status di rifugiato: “Sto cercando di imparare bene la lingua e cercare lavoro – ha raccontato Amir ai giudici – Mi trovo bene qui mi trovo molto bene qui e mi sento finalmente libero di vivere la mia sessualità senza paura”.

RASSEGNAWEB: MANUELA MODICA DA repubblica.it