Sentenze pilotate al Consiglio di Stato, a Messina chiesto il giudizio per il manager Bigotti

14 Maggio 2019 Inchieste/Giudiziaria

Un altro dei tronconi della maxi inchiesta che ormai da anni la Procura di Messina sta gestendo sul “sistema Siracusa” si avvia verso la fase processuale. In questo caso si tratta dell’ultima indagine in ordine di tempo, quella per corruzione in atti giudiziari che nel febbraio scorso aveva portato agli arresti domiciliari il top manager Ezio Bigotti, l’imprenditore piemontese presidente del gruppo Sti e aggiudicatario di numerose commesse della Centrale acquisti del Tesoro (Consip), nonché manager della Exiton, e anche il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi.

In questa indagine della Guardia di Finanza di Messina, risulta coinvolto anche il consulente siracusano Vincenzo Ripoli, che deve rispondere di corruzione in atti giudiziari.

Bigotti è stato coinvolto dalle dichiarazioni degli avvocati siracusani Piero Amara e Giuseppe Calafiore, che hanno continuato in questi mesi a vuotare il sacco, e probabilmente non hanno ancora finito, raccontando del sistema di corruzione che avevano creato partendo da Siracusa per poi “esportarlo” in tutta Italia.

La richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura di Messina all’Ufficio gip – lo hanno fatto i sostituti Antonio Carchietti, Federica Rende e Antonella Fradà -, riguarda anche loro due, Amara e Calafiore, che da un paio di mesi “tentano” di patteggiare la pena in relazione al primo troncone dell’inchiesta (se ne riparlerà il 25 giugno dopo l’ennesimo rinvio dell’udienza davanti al gup, avvenuto nei giorni scorsi).

In quest’ultima inchiesta Bigotti, in concorso con l’ex pm Giancarlo Longo, gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore e il consulente Francesco Perricone, è accusato di concorso in corruzione in atti giudiziari.