IL PENTITO D’AMICO AL PROCESSO ‘BETA’: AD ORTOLIUZZO UN ACQUAPARK PER LA ‘FAMIGLIA’. GLI STRETTI RAPPORTI TRA I SANTAPAOLA E I RAMPULLA

28 Maggio 2019 Inchieste/Giudiziaria

DI ANTONIO MAZZEO – I Santapaola-Romeo di Messina in stretto contatto con i mafiosi Rampulla attivi tra i Nebrodi, la costa ionica del messinese e il comprensorio di Caltagirone, proprio quelli che annoverano tra loro Pietro Rampulla, l’artificiere nerodella strage di Capaci del 23 maggio 1992. A dichiararlo è stato il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico nel corso dell’ultima udienza del processo Beta che vede tra gli imputati proprio alcuni dei membri della famiglia peloritana imparentata  e presunta partner dei clan più potenti della mafia siciliana, a partire da quelli capitanati da don Benedetto “Nitto” Santapaola.

“I Santapaola hanno avuto rapporti pure con Sebastiano Rampulla; all’epoca u zu Bastianu Rampulla era il referente di Cosa Nostra in tutta la provincia di Messina”, ha esordito il Carmelo D’Amico, già ai vertici della cosca dei barcellonesi. “Praticamente sono stati fissati degli incontri, mi ricordo un incontro io, Sam Di Salvo e Piero Santapaola, dove il Piero chiedeva notizie du zu Bastianu Rampulla di Mistretta. E ci si incontrava spesso anche con Sebastiano Rampulla… Ciò accadde dal 1998, 1999, 2000. Non mi ricordo se in qualche occasione si è incontrato anche Vincenzo con Sebastiano Rampulla, non ne sono sicuro perché quest’ultimo nel 2003 è stato arrestato nell’operazione Omega. In un’occasione Sam Di Salvo disse a Piero Santapaola di rivolgersi a Messina alla sorella di Pietro Rampulla che si chiama Maria. Sam la chiamava a ziae pure Piero Santapaola la chiamava a zia Maria. Lei aveva un locale a Messina, io non ci sono andato mai e neanche lo conosco però ne sentivo parlare spesso sia da Sam Di Salvo, sia da Piero Santapaola e da altri”.

Il Rampulla aveva rapporti con Carmelo Bisognano e se non ricordo male anche Piero Santapaola ha avuto a che fare con il Bisognano”, ha aggiunto il collaboratore di giustizia. “All’epoca, quando mi sono ritirato per andare a Catania, sia il Piero Santapaola che anche Vincenzo Santapaola sono venuti da me per dirmi se era tutto a posto se avevano a che fare anche con Carmelo Bisognano e gliel’ho dato io lo sta bene e anche, mi sembra, Sam Di Salvo. Praticamente potevano avere a che fare anche con Carmelo Bisognano per sistemare un sacco di estorsioni”. Sempre secondo Carmerlo D’Amico, i fratelli Santapaola si sarebbero interfacciati anche con un importante grossista di carni della fascia tirrenica. “Piero ed Enzo avevano rapporti anche con Masino Calì di Olivarella. Ma esistevano rapporti tra il Calì e lo zio Francesco Ciccio Romeo e con Aldo Ercolano di Catania. Non ne sono sicuro al 100% ma Masino Calì sapeva dell’esistenza, addirittura prima del ’93, della presenza di Nitto Santapaola che avevamo noi a Barcellona. Inoltre egli aveva legami con Salvatore Gullotti, con la famiglia La Rocca di Caltagirone e in Francia con un altro personaggio di spicco della nostra associazione, un personaggio… Io Masino Calì lo conosco dagli anni ’90; mi è stato presentato da Sam Di Salvo. Prima del mio arresto lo vedevo che passeggiava, aveva una Jaguar. Ha i baffi, gli mancano i capelli. Comunque lo conosco benissimo perché ha assunto, ha fatto lavorare anche il fratello di Antonino Calderone. Masino Calì si occupa di portare la carne nei vari supermercati, è un grosso distributore nella provincia di Messina. E’ uno dei colletti bianchi della nostra organizzazione, un esponente di spicco, di spessore, un personaggio stimatissimo da tutti. Nel suo ufficio ad Olivarella abbiamo avuto diversi incontri…”.

I padrini peloritani del pizzo.

Nel corso della sua deposizione, Carmelo D’Amico si è poi soffermato su alcune estorsioni perpetrate ai danni di alcuni noti imprenditori edili della provincia di Messina. “Mi ricordo in particolare un’estorsione che ha coinvolto nel 2005-2006 l’impresa Presti, sono padre e figlio”, ha raccontato il collaboratore. “Questa impresa Presti era di Terme Vigliatore ed è stata sempre sottoposta a estorsione dalla nostra organizzazione. Io non ci sono stato mai nel loro ufficio, comunque l’impresa Presti ha avuto rapporti con me, con Sam Di Salvo, con Tindaro Calabrese e mi sembra con Nunziato Siracusa. La ditta si occupava di fare lavori pubblici, appalti, costruire una strada, fare una fognatura… Ha preso il lavoro della fognatura a Barcellona, per esempio, e l’abbiamo sottoposta ad estorsione, gli abbiamo fatto passare il lavoro a Pippo Molino. Un giorno fui chiamato da Presti il figlio. Stavano facendo un lavoro su Catania e i Presti sono venuti a cercarmi perché avevano avuto qualche problema sul cantiere. Mi dissero se potevo intervenire e così io feci. I Presti mi diedero allora un bigliettino, un pizzino scritto a mano, con il nome della ditta e dov’era il lavoro e l’ammontare. Poi gli dissi di vedersela loro stessi sul cantiere, che sarebbero andate delle persone, perché io diedi il biglietto a Vincenzo Santapaola per sistemare questa estorsione. In pratica dissi a Santapaola che questo Presti era un soggetto a posto con noi, che pagava l’estorsione, di fargli avere questo biglietto a Catania e di sistemare l’estorsione e di vedersela direttamente loro con i soldi. So che l’estorsione fu sistemata perché poi mi sono visto di nuovo sia con Presti e sia con Enzo e loro mi dissero che era tutto a posto, che i soldi erano stati pagati. Mi rivolsi ad Enzo Santapaola perché era pure un nostro referente sulla zona di Catania. Ma anche con Piero Santapaola era sempre uno scambio di pizzini e ci vedevamo a Catania…”.

D’Amico ha riferito che in quest’ultima vicenda fu pure coinvolto il catanese Alfio Giuseppe Castro. “E’ stato condannato con sentenza passata in giudicato perché ha sparato ad una gamba ad un imprenditore, tale Manganaro. Castro inizialmente faceva parte della famiglia di u Malpassotu, ma era legatissimo ai fratelli Enzo e Piero Santapaola. Egli poi aveva a che fare con tutti noi, ci conosceva dal primo fino all’ultimo, tutti gli esponenti di spicco della criminalità barcellonese. A partire da Gullotti, Di Salvo, Rao, Eugenio Barresi, Filippo Barresi, Carmelo Bisognano, Tindaro Calabrese, Nino Merlino, tutti. Castro era sempre a Barcellona dagli anni ’90 in poi; si occupava di estorsioni, aggiustava estorsioni in provincia di Messina e a Catania, anche lui faceva lavori pubblici. Castro lavorava ad Acireale, aveva un’impresa di movimento terra. Sto dicendo che qualsiasi lavoro si facesse in provincia di Messina, se era a Barcellona veniva da noi, se era a Messina andava dai fratelli Enzo e Piero Santapaola. C’erano catanesi che venivano a rubare mezzi a Barcellona e lui si è interessato più volte a far ritrovare questi mezzi. C’era poi una ditta di Acireale che andava a Messina e lui si rivolgeva ai fratelli Vincenzo e Piero Santapaola per sistemare le estorsioni. Pippo Castro gli ha portato un sacco di soldi ai fratelli Santapaola. E anche quando faceva lavori nelle nostre zone, con tutto ciò che era un nostro associato, praticamente ci faceva sempre un regalo… Quando ha fatto un lavoro su Milazzo, ad esempio, ci ha corrisposto dei soldi, ma non a livello di estorsioni, praticamente ci dava qualcosa come eravamo soliti fare anche noi quando facevamo lavori fuori”.

Mister G, l’affaire eolico e il centro commerciale di Milazzo.

L’ex boss dei barcellonesi ha pure raccontato delle ambigue relazioni del costruttore mamertino Biagio Grasso (oggi anch’egli collaboratore di giustizia) con alcuni dei più noti personaggi criminali del Longano. “Al signor Biagio Grasso lo conosco dal 2004-2005”, ha riferito D’Amico. “L’ho conosciuto perché era sottoposto ad estorsione da parte della nostra associazione, in particolare da Antonino Merlino, e poi da me dopo il suo arresto definitivo per l’omicidio del giornalista Alfano. Successivamente Grasso ha avuto rapporti anche con il cognato di Nino Merlino, Salvatore Gatto. Gatto era fidanzato con la sorella di Antonino Merlino e Grasso si rapportava con lui e anche gli dava i soldi. Fino al 2008 Grasso era un estorto della nostra associazione, però successivamente voleva fare dei lavori pubblici insieme a noi e così, praticamente, è nato un rapporto diverso, ma non posso dire che all’epoca era un associato. Anche Nino Merlino voleva usare i mezzi di Grasso per fare dei lavori pubblici. Al tempo Biagio Grasso lavorava, stava facendo il Carrefour. Il cemento glielo stavamo portando noi al Carrefour. Era sottoposto ad estorsione, ci dava i soldi, poi è subentrata un’amicizia. Anche Antonino Merlino mi parlava bene di lui, mi diceva che era un amico. Poi è subentrata un’altra amicizia con Antonino Treccarichi, un altro che fa parte della nostra associazione. Praticamente gli ha fatto prendere qualche mezzo; Antonino Treccarichi ha lavorato al Carrefour e a Biagio Grasso me lo portava in campagna più volte. Lui veniva da me dove avevo le case, dove tenevo i cani e avevo anche un’altra casa, una casa normale, in contrada Femmina Morta”.

Con Biagio Grasso mi vedevo spesso, quasi tutte le settimane perché lui, mi ricordo, abitava a Portorosa”, ha aggiunto Carmelo D’Amico. “Io ci andavo sempre, una volta a settimana, tre volte a settimana. Mi ricordo che qualche giorno prima del mio arresto, Biagio Grasso mi chiedeva sulle imprese e sugli imprenditori che erano addentrati nei lavori pubblici. Così mi ha chiesto cose anche su Maurizio Marchetta, che parte aveva per quanto riguarda i lavori pubblici. Grasso sapeva che Marchetta aveva subito qualche danneggiamento e io gli dissi: No, tutto a posto. Maurizio Marchetta non è mai stato sottoposto ad estorsione. Praticamente è un amico nostro che si occupa dei lavori pubblici anche lui (…) Biagio Grasso voleva lavorare, c’era il lavoro delle pale eoliche che si doveva fare e voleva farlo insieme a me. Praticamente voleva diventare socio e fare la società con me al cinquanta per cento e spartire il guadagno dei lavori che prendevamo. Mi ricordo che nel 2008 voleva fare con me un impianto di calcestruzzo a Montalbano Elicona; lui si voleva inserire praticamente nei lavori pubblici anche insieme a Nino Merlino che me lo raccomandò tantissimo. Per quella questione delle pale eoliche, Grasso ha avuto rapporti, mi sembra, anche con Ignazio Artino, un nostro esponente responsabile della zona di Mazzarrà Sant’Andrea. Poi Grasso è andato a contattare la ditta Maltauro di Vicenza interessata alla pale eoliche, che poi venne sottoposta ad estorsione da parte nostra e dei catanesi,cioè si mise in regola prima di iniziare i lavori. C’è andato a parlare, non per questioni di associazione, ma perché me lo aveva proposto lui, io ho accettato e gli ho detto: Vai avanti e vedi tu, vai a parlare con queste ditte, se puoi prendere il lavoro lo prendi. Stop. Grasso però non ha partecipato a questa estorsione. Lui voleva prendere questo lavoro e ci è andato a parlare come un normale imprenditore”.

“Prima del mio arresto Biagio Grasso mi disse che dei calabresi dovevano scaricare a Portorosa un carico di cocaina, circa cinquecento chili, e mi chiese se potevo mandare qualcuno perché dovevano portare questa cocaina a bordo di un veliero”, ha rivelato il collaboratore i giustizia. “Voleva mandato qualcuno del mio gruppo a controllare che quando entrava questo veliero, non ci fossero problemi con carabinieri e poliziotti. Biagio Grasso doveva fare una cortesia e quelli in cambio gli avrebbero dato dei soldi. Per questo mio appoggio logistico mi promise dei soldi. Disse che praticamente ci davano un qualche cinquecentomila euro, se non ricordo male. Io gli dissi questo: Guarda, per quanto riguarda questo argomento, noi non trattiamo la droga, però fai tu. Io ho dato lo sta bene, però poi mi hanno arrestato e non so com’è andata a finire. Grasso mi ha pure chiesto un intervento per risolvergli dei problemi con i debitori. Ad esempio con Antonino Giordano, il proprietario della Carrefour che gli doveva dare dei soldi. Gli ho fatto la cortesia perché c’era Giordano che non lo pagava. Ho dato anche dei soldi a Biagio Grasso, gli ho cambiato qualche assegno di trenta, trentacinquemila euro, in contanti. Glieli ho portati direttamente io a Portorosa. Mi ricordo che Grasso per questo fatto dei soldi interessò più volte l’imprenditore Salvatore Puglisi di pressare Giordano che conosceva anche Puglisi. Praticamente il proprietario della Carrefour, Giordano, ha ritardato dei pagamenti a Grasso e quest’ultimo non poteva pagare alla Map Srl, la fornitura del calcestruzzo. Così è intervenuto Puglisi ed è andato più volte da Giordano, mi sembra che hanno avuto pure qualche bella discussione… Questo lo so perché me lo diceva sia Biagio Grasso e sia Puglisi. Mi ricordo che forse qualche assegno è stato fatto direttamente da Giordano a Salvatore Puglisi. Giordano, a sua volta, era sottoposto ad estorsione da parte nostra. Gli abbiamo fatto pure collocare delle bottiglie incendiarie e poi l’estorsione l’ha sistemata Carmelo Giambò”.

Sempre secondo quanto ha raccontato Carmelo D’Amico ai giudici del Tribunale di Messina, anche l’imprenditore Salvatore Puglisi era sottoposto ad estorsione da parte della criminalità organizzata. “Io risultavo come suo dipendente ma il signor Puglisi mi pagava senza che lavorassi”, ha spiegato il collaboratore. “Successivamente, nel 2005-2006, abbiamo fatto una ditta insieme, la Map, che era un impianto di calcestruzzo, dove praticamente Salvatore Puglisi era un mio prestanome. La Map era al 50% intestata alla figlia, Antonella Puglisi e a me. In quegli anni Puglisi era un estorto perché stava facendo un’altra cooperativa a Messina, a Santa Lucia Sopra Contesse, e di questo lavoro gli ho fatto dare dei soldi a Piero Santapaola. Questi lavori sono durati tantissimo, si sono fermati perché si sono bloccati i finanziamenti. Poi la cooperativa è ripartita di nuovo, si è fermata, eccetera. Ci sono stati un sacco di problemi e a Puglisi gli rubavano pure tutte le cose. A partire dagli anni 1999-2000, Salvatore Puglisi ha dato più volte dei soldi sia a Vincenzo Santapaola e sia a Piero Santapaola. Un’altra cosa ricordo. Prima del mio arresto, Vincenzo Santapaola venne da me e mi disse che si stava occupando insieme ad una ditta di Catania di fargli piazzare in tutti i bar questi giochi, praticamente le macchinette, poker, ecc.. E che si guadagnavano un sacco di soldi…”.

Cemento a gogò ed acquapark ad Orto Liuzzo.

Carmelo D’Amico ha concluso la sua lunga deposizione soffermandosi su un grosso affare turistico-immobiliare nella fascia tirrenica del Comune di Messina a cui sarebbe stata interessata la famiglia Santapaola insieme a due imprenditori dell’hinterland di Milazzo, i fratelli Cosimo e Pippo Messina. “Megauto è una concessionaria d’auto situata ad Olivarella; anche questa dava qualcosa a noi di soldi e ha subito più volte estorsioni”, ha dichiarato il collaboratore. “Io ho fatto acquistare da loro autovetture a tanti personaggi che erano intranei all’associazione mafiosa anche fuori zona come Tindaro Calabrese, Vincenzo Galati Giordano, Nino Barresi e altri, tanti altri. Mi risulta che il barcellonese Vito Foti prese un’autovettura a gratis da Magauto. Con lui abbiamo avuto dei problemi che poi abbiamo sistemato in un incontro fatto tra me, Cosimo Messina, Fommagginu (uno del nostro gruppo  che non mi sta venendo il nome) e Vito Foti che ho maltrattato molto per questo gesto che aveva fatto. Alla Megauto ho fatto prendere delle macchine ed ho acquistato sempre delle macchine a prezzo stracciato, dove loro neanche le spese prendevano. Comunque con i fratelli Messina avevo un buonissimo rapporto. Loro erano interessati a una speculazione edilizia a Messina. Eravamo nel 2007-2008, prima del mio arresto. Praticamente loro avevano un terreno a Ortoliuzzo di circa trecentomila metri che prima era agricolo e poi era passato nel piano regolatore edificabile e ha preso un certo valore. Questo terreno lo hanno ereditato dal padre; poi il padre è fallito e loro, a pezzettini – a pezzettini, se lo sono acquistato tutto. Con il nuovo piano regolatore dovevano venire non so quanti appartamenti, trecento villette, quattrocento appartamenti, poi dovevano venire dentro negozi, ecc.; si doveva costruire e mi avevano passato il lavoro per farlo tutto. Di fronte a questo terreno doveva venire un porto; praticamente dall’autostrada veniva fatto uno svincolo diciamo, un autogrill. Poi avevamo intenzione di fare un acquapark che ce lo saremmo tenuto noi. Già era stato fatto un piccolo progetto che io ho visto negli uffici dei fratelli Messina. Avevano fatto lo stampato e i fratelli Messina avevano mandato un geometra o un ingegnere direttamente in Spagna a vedere un acquapark perché volevano fare qualcosa di eccezionale, molto grande, bello. Un acquapark internazionale”.

All’interno di questo terreno dovevamo fare un impianto di calcestruzzo e fare questo lavoro”, ha concluso D’Amico. “Addirittura, ho offerto di fare qualche lotto a Nino Perrone, se non ricordo male. Nino Perrone era un’impresa di Barcellona, praticamente gli avrei fatto fare qualcosa. Comunque per questo lavoro solo a me, solo per il mio interessamento, solo per passargli il lavoro mi davano dieci, venti, trenta milioni di euro. E all’epoca non li ho voluti. Mi ricordo che per questo fatto ho interessato il Vincenzo Santapaola, anche con il mio compare Nino Treccarichi, perché c’era un pezzo di terreno al centro di qualche duemila metri che era in mano ad un avvocato. Questo terreno, tramite l’interessamento di Treccarichi e mi sembra pure di Enzo Santapaola, è stato acquistato dai fratelli Messina per il valore di sessanta-settantamila euro. Per quanto riguarda Enzo Santapaola, sarebbe subentrato anche lui nell’operazione che era di centinaia e centinaia di milioni. Per quanto riguarda il lavoro a Ortoliuzzo, mi ricordo che io ne avevo parlato con Cosimo Messina e gli avevo detto che poi davamo qualcosa a Enzo Santapaola. Informai Enzo Santapaola che era il nostro riferimento su Messina, perché doveva garantire la tranquillità, per non avere problemi e perché non volevamo avere a che fare con i messinesi. Dopo il mio arresto però non so come esso è andato a finire…”.

  • Del megacomplesso con annesso porticciolo e acquapark a Orto Liuzzo si è tornato a parlare nei mesi scorsi nella città capoluogo dello Stretto. Nell’area della frazione in prossimità dello svincolo autostradale al confine con il Comune di Villafranca Tirrena, la Variante al PRG approvata con decreto regionale del 2 settembre 2002, prevede “insediamenti turistico-ricettivi, turistico-alberghieri e ad attività balneari”; nello specifico, ad Orto Liuzzo dovrebbero sorgere proprio un “approdo per la nautica da diporto” e “un acquafun o acquapark correlato ad attrezzature per la balneazione, il tempo libero e lo sport ed a strutture ricettive, un centro congressi e un centro vacanze”. L’ennesima cementificazione selvaggia che cancellerà definitivamente la fragile spiaggia scampata al sacco del territorio costiero peloritano.