IL PENTITO BIAGIO GRASSO IRROMPE A ‘TERZO LIVELLO’: VI RACCONTO LE CONTIGUITA’ CRIMINALI DI CERTI COSTRUTTORI A MESSINA E PROVINCIA

29 Maggio 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Antonio Mazzeo – Approda al processo sul Terzo livello Biagio Grasso, il noto costruttore originario di Milazzo che dopo l’arresto con l’operazione antimafia Beta ha avviato una collaborazione che ha permesso agli inquirenti di delineare le trame affaristiche del gruppo dei Romeo-Santapaola e di alcuni insospettabili colletti bianchi della provincia peloritana. Deponendo in qualità di teste all’udienza del 15 maggio scorso, l’imprenditore ha fornito inediti particolari sul ruolo di alcuni potentissimi imprenditori in alcune spericolate vicende urbanistiche della recente storia della città dello Stretto e sulle presunte contiguità relazionali con la criminalità organizzata locale e regionale.

“Sono nato nella zona tirrenica, a Milazzo; ho iniziato gli studi, ho frequentato il liceo sempre zona Milazzo e per un periodo ho frequentato l’Università di Messina, facoltà di Ingegneria”, ha esordito Biagio Grasso in udienza. “Per un tempo mi sono trasferito in Venezuela per esercitare lavori in merito a costruzioni civili e nel 2000 rientro nuovamente in Italia. Inizio ad avere i primi contatti con la criminalità organizzata di Barcellona Pozzo di Gotto attraverso personaggi come Nino Merlino, Carmelo D’Amico, Carmelo Bisognano, Tindaro Calabrese e altri soggetti, fino al 2009. Nel 2009-2010 mi trasferisco a Messina ed entro a far parte del clan Santapaola-Romeo, avendo rapporti di collaborazione in società, principalmente con Enzo Romeo. Dal 2010 sino al 2017, 6 luglio 2017, esattamente il giorno che mi hanno arrestato, ho avuto rapporti continuativi con il gruppo dove mi sono dedicato alle attività di costruzioni civili, appalti pubblici, riciclaggio e altre attività illecite e per cui sono stato condannato nell’ottobre del 2018, 416-bis più altri reati come concussione, corruzione, detenzione illecita di armi, ecc.. Nel dicembre del 2017 maturo la decisione di collaborare con la giustizia, considerato che provengo da una famiglia che non ha avuto mai nessun tipo di contatto con la criminalità. Quindi decido di staccarmi completamente da questo circuito illegale, diciamo, per le mie bambine, e da questo momento in poi collaboro in maniera fattiva con la giustizia”.

L’associazione mafiosa per cui ho riportato la condanna faceva riferimento alla famiglia principale di Santapaola di Catania, quindi al Nitto Santapaola che è lo zio di Enzo Romeo, la persona che insieme al padre Ciccio Romeo gestiva il clan nella zona tirrenica e a Messina città”, ha aggiunto il costruttore Grasso. “I settori d’attività che gestivo io erano principalmente tutti collegati con l’edilizia e ad attività commerciali come negoziazioni di metalli preziosi, nell’ultimo periodo. Altri soggetti che erano associati con noi gestivano altre attività illecite come gioco d’azzardo, scommesse sui cavalli, scommesse clandestine, ecc.. Nella sentenza per la quale ho riportato condanna anche per associazione mafiosa, mi è stato riconosciuto l’art. 8, i benefici dell’attenuante speciale per i collaboratori di giustizia”.

Su specifica domanda del Pubblico ministero Fabrizio Monaco, Biagio Grasso si è poi soffermato sulla figura di Giovanni Doddis, stretto collaboratore dell’ex Presidente del Consiglio comunale di Messina Emilia Barrile, imputata eccellente al processo sul Terzo livello. “Io ho conosciuto Gianni Doddis che era intanto il cognato di Daniele Mancuso che è il fratello di Giorgio Mancuso, soggetto che ha fatto parte o fa parte ancora, non lo so, della criminalità organizzata, ed era una persona vicina ad Enzo Romeo e quindi vicina a noi. Infatti era uno dei nostri subappaltatori all’interno delle nostre opere su Messina, si occupava di movimento terra”, ha dichiarato il collaboratore. “Già il Doddis era in contatto con Enzo Romeo per questo motivo, ma anche per un’amicizia personale che li legava da moltissimo tempo. Quindi il Doddis era un soggetto attiguo al clan Santapaola e ad Ercolano e nella zona di Gravitelli. Ci fu presentato dopo che abbiamo avuto una serie di vicissitudini con le interdittive antimafia ed altre problematiche riferite alle indagini che avevamo in corso, sia per quanto riguarda l’operazione Beta che poi ci ha portato all’arresto, sia per altre operazioni che sono poi scattate su Milano, perché avevamo deciso di vendere delle attività che avevamo su Messina. Il Doddis era in contatto con uno dei più grossi imprenditori di Messina nel campo dell’edilizia e quindi Romeo lo contattò per farci da tramite per la vendita di queste operazioni. In particolare i 64 alloggi di Fondo Fucile ed i 124 alloggi di Torrente Trapani. Questa vendita avrebbe dovuto realizzarsi con la cessione dei rami di azienda, con lo spin off delle società. Una era la Procoim che era titolare dell’operazione di Fondo Fucile, e l’altra era la Carmel S.r.l. che era titolare dell’operazione di Torrente Trapani”.

“Con Gianni Doddis ci incontrammo diverse volte; dapprima facemmo degli incontri, diciamo tra di noi, quindi io, Enzo Romeo, Gianni Doddis, per quanto riguarda l’organizzare l’incontro con la persona con cui ci dovevamo vedere e poi ci sono stati incontri direttamente con il costruttore a cui dovevamo vendere”, ha aggiunto Biagio Grasso. “Diciamo che principalmente c’erano delle problematiche amministrative su Torrente Trapani in quanto il costruttore era interessato più che ai terreni alla cubatura che c’era in essere presso queste aree e per lo spostamento della cubatura necessitavano alcune autorizzazione degli organi competenti, quindi del Comune di Messina, che esulavano già dai contatti con pubblichi ufficiali che noi avevamo all’interno del Comune, persone che sono anche state indagate con noi, credo ancora non condannate. Faccio riferimento all’ingegnere Raffaele Cucinotta. C’era dunque un problema di autorizzazione perché c’era lo spostamento della cubatura, per l’inserimento della cubatura in una nuova area. Considerato che era una cosa che andava fuori dalla normativa del piano regolatore vigente, bisognava avere un’autorizzazione da parte del Consiglio comunale. Quindi, visto il rapporto di massima trasparenza che il Romeo Vincenzo aveva con Gianni Doddis, immediatamente segnalò questa problematica e Doddis ci disse che, per quanto riguarda il Consiglio comunale, poteva intervenire lui ad agevolare l’eventuale approvazione attraverso il Presidente del Consiglio comunale, Emilia Barrile. Gianni Doddis si definì uno dei capo elettori nell’area di Gravitelli di Emilia Barrile, quindi chi gli procurava il bacino di voti in quella zona. Inoltre fece riferimento a rapporti personali e d’amicizia con la signora Barrile. Questa circostanza Enzo Romeo la antepose perché non voleva assolutamente creare nessun tipo di incrinazione dei rapporti tra lui e Doddis. E quindi gli disse: L’operazione è buona, diciamo eccellente, il prezzo lo possiamo fare buono, però tieni presente che c’è questa problematica che bisogna superare. Al che, il Doddis, immediatamente, ci rispose in quella maniera, dicendo che attraverso la Barrile poteva attivare le necessarie amicizie per avere le autorizzazioni e, quindi, i voti favorevoli da parte del Consiglio comunale. Alla signora Barrile io però non l’ho mai incontrata personalmente…”.

Per approntare le opportune strategie per l’affaire, Biagio Grasso ha riferito di essersi ripetutamente incontrato con Gianni Doddis nel periodo intercorso tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016. “Con Doddis ci incontrammo diverse volte in casa sua, lui abita nelle colline lì, nei pressi di Gravitelli, sotto l’autostrada. Ci incontrammo anche diverse volte in un circolo che c’è di fronte alle Poste, se non erro, di Gravitelli. Ci siamo incontrati presso il cantiere dove lui era capocantiere nell’azienda di Mangraviti, in quel momento esso era vicino una clinica. Doddis gli gestiva tutta la parte di alcune assunzioni e la parte dei fornitori, ma Mangraviti è persona che comunque non ho mai conosciuto e nello specifico non ebbe nessun ruolo nella vicenda. Una volta ci siamo visti con il costruttore a cui avevamo fatto l’offerta. Questo soggetto era il dottore Vinciullo, Vincenzo Vinciullo. I rapporti fra Doddis e questo imprenditore erano ottimi e l’appuntamento fu fissato immediatamente. Si tenga presente che anche il cognato Daniele Mancuso gestisce tutti i movimenti terra per conto dell’azienda Vinciullo su tutto il territorio messinese, quindi hanno rapporti collaborativi e fattivi da diversi anni”.

Sempre secondo Biagio Grasso, l’imprenditore Mangraviti sarebbe stato in passato socio di Vincenzo Vinciullo, ma nel periodo in cui sarebbe maturata l’operazione con quest’ultimo costruttore, i due avrebbero gestito le rispettive aziende in modo separato. “Tra Daniele Mancuso e Gianni Doddis c’erano invece rapporti anche di parentela in quanto, se non sbaglio, una delle sorelle o la sorella di Daniele Mancuso è la moglie di Gianni Doddis”, ha specificato Grasso. “Questo Daniele Mancuso è un soggetto che è molto vicino al clan Romeo-Santapaola, quindi era molto vicino a noi. Lavorava con noi anche nella parte di movimento terra ed in più si è prestato per intestarsi fittiziamente una società, in particolare la Edil Raciti S.r.l., che era titolare di 14 appartamenti in costruzione a Santa Margherita in Messina, ed è appunto il fratello di Giorgio Mancuso che ha ricoperto un ruolo importante dal punto di vista criminale operante nell’area Camaro-San Paolo. Loro avevano i depositi a Messina Due, sempre in quella zona lì, Camaro San Paolo. A Messina Due Daniele Mancuso aveva, credo, anche una casa dove abitava”.

“Relativamente alla vicenda della Edil Raciti, nel momento in cui avevamo già la sicurezza che da un momento all’altro potevamo avere dei sequestri patrimoniali o degli arresti, come poi realmente è successo, abbiamo cercato di svincolare tutta una serie di attività dai nostri nomi”, ha aggiunto il collaboratore. “E quindi tra questi passaggi fittizi, Daniele Mancuso si prestò ad intestarsi questa impresa, che era a sua volta intestata fittiziamente a Franco Lo Presti, che è stato uno dei nostri prestanome storici. Per l’intestazione fu creata una posta di debiti inesistenti presso il Torrente Trapani con la Se.Gi. S.r.l. e, dopo di che fu fatta una transazione dove, sempre per questa posta fittizia, la Se.Gi. – che era a sua volta detenuta da Franco Lo Presti in maniera fittizia – cedeva come compensazione questa operazione a Santa Margherita. Fu fatto un atto di transazione stragiudiziale presso un ente che si occupa di queste cose, e poi non so se l’atto definitivo Mancuso l’ha fatto o meno perché Lo Presti, su nostra indicazione, aveva già firmato tutto presso quest’organo di mediazione e quindi in qualsiasi momento lui poteva farsi l’atto. All’epoca la legge lo permetteva; invece di andare in contenzioso si poteva fare questa richiesta di mediazione, diciamo bonaria. Questo ente dovrebbe avere sede in via Tommaso Cannizzaro alta, zona dove c’è il bar Glamour, vicino queste parti qua. Quindi si adottò questa strategia in modo da dare una parvenza abbastanza legale a questa operazione. La posta era fittizia, le fatture erano fittizie e quindi era tutto fasullo… In questa mediazione ricordo fu interessato un avvocato, anche lui di nome Mangraviti, il legale di Daniele Mancuso. In epoca antecedente a quando l’ho conosciuto io, questo avvocato era stato sospeso dall’ordine, avendo avuto delle problematiche con la giustizia”.

Biagio Grasso ha poi risposto alla domanda del Pm Fabrizio Monaco su una sua possibile conoscenza con un altro importante e chiacchierato costruttore di Milazzo, Vincenzo Pergolizzi. “Sì, lo conosco in quanto opera nella zona tirrenica, quindi lo conosco da quando ero ragazzino. Ha fatto anche un’operazione molto grossa nell’area dove abitano i miei genitori, a Giammoro. Ricordo che tra le imprese riferibili a Vincenzo Pergolizzi c’erano la Edil Perg e la Per.Edil, erano quelle più storiche. Pergolizzi è un soggetto che è stato sempre contiguo alla criminalità sia tirrenica, sia messinese, sia catanese, anche ad un clan importante di Catania, che sono i Cappello, che era contrapposto a quello dei Santapaola. Vincenzo Pergolizzi era anche vicino al clan di Barcellona Pozzo di Gotto, a personaggi di Barcellona… Nella parte tirrenica ne parlai di lui sia con Nino Merlino e con altri soggetti sempre del clan barcellonese. Per quanto riguarda Messina e Catania, sono informazioni che mi diede Enzo Romeo, anche in virtù del fatto che il cugino – credo Antonio Lipari – acquistò un appartamento presso un complesso che aveva edificato Pergolizzi in viale Europa alto, uscita dall’autostrada, dove Pergolizzi fece un prezzo di favore a Lipari in virtù che era intervenuto Ciccio Romeo, che è il papà di Enzo Romeo, e quindi personaggio di calibro criminale pesante su Messina. E lì Enzo Romeo mi raccontò tutta una serie di vicende e che Pergolizzi aveva coperto la latitanza di alcuni criminali della zona si Catania, soggetti che facevano parte al clan Cappello e così via. Quindi molte informazioni me le diede Romeo, in virtù di questa circostanza. Relativamente ai soggetti appartenenti all’associazione mafiosa barcellonese, Pergolizzi aveva rapporti sia con Sam Di Salvo che con Pietro Mazzagatti ed altri. Mi risulta inoltre che il Pergolizzi disponesse di entrature nella pubblica amministrazione. Su Messina, diciamo, con il Genio Civile aveva dei rapporti preferenziali. Ne parlammo all’epoca con Enzo Romeo e anche aveva rapporti con la Barrile e con un architetto del Genio Civile, tale Montalto. A Milazzo Vincenzo Pergolizzi aveva rapporti preferenziali con Santino Napoli, una persona vicina, non so se è associata, al clan di Barcellona Pozzo di Gotto e copriva l’area di Milazzo. Napoli si occupava della segnalazione degli appalti, della gestione di eventuali estorsioni sul territorio e soprattutto della gestione dei locali da ballo della zona di tutto Milazzo. Santino Napoli era impegnato in politica; credo che diverse volte è stato consigliere del Comune di Milazzo”.