CI SONO TRE INDAGATI PER LA MORTE DI MAURO AMENDOLIA

20 Giugno 2019 Inchieste/Giudiziaria

Tre indagati per il terribile incidente che avvenne il 21 aprile del 2017 durante la prova speciale numero 3 «Piano Battaglia 1» della Targa Florio, in cui persero la vita il pilota messinese Mauro Amendolia e un commissario di gara, Giuseppe Laganà, originario di Lentini. La Procura di Termini Imerese, guidata da Ambrogio Cartosio, ha infatti notificato gli avvisi di conclusione delle indagini e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio stradale per il presidente dell’Aci, nonché organizzatore della gara, Angelo Pizzuto, per il direttore della manifestazione sportiva, Marco Cascino, e per il delegato all’allestimento del percorso, Antonio Pochini. Secondo gli inquirenti, a determinare lo schianto della Bmw Mini John Cooper Works guidata da Amendolia, sarebbero state anche delle carenze organizzative.

In base a complessi accertamenti che sono stati compiuti in questi mesi, un concorso di colpa lo avrebbe avuto lo stesso pilota, perché non avrebbe allacciato le cinture di sicurezza. Un gesto che – secondo chi ha indagato – avrebbe potuto quasi certamente salvargli la vita e lo dimostrerebbe anche il fatto che sua figlia Gemma, che allora aveva 27 anni e partecipava alla corsa insieme a lui, proprio per avere utilizzato correttamente il dispositivo di sicurezza era sopravvissuta a gravissime ferite. Per l’accusa, però, i tre indagati avrebbero dovuto vigilare ed accertarsi che tutti i piloti adottassero le opportune misure per evitare eventi tragici e nello specifico che i piloti indossassero tutti le cinture di sicurezza. Da qui l’accusa di omicidio stradale.

Per la morte del commissario di gara, invece, la responsabilità sarebbe da addebitare unicamente ad Amendolia che, perdendo il controllo dell’auto, aveva investito Laganà. Un reato del quale ovviamente non potrà mai rispondere.

La gara automobilistica più antica del mondo, simbolo di una Sicilia produttiva e ruggente com’era quella dei Florio, si era macchiata di sangue poco dopo le 11.30 del 21 aprile di due anni fa. Mauro Amendolia e la figlia erano iscritti col numero 29 alla Targa Florio, nelle prove valide per il Campionato italiano rally. Correvano per la scuderia Messina Racing Team, fondata dallo stesso pilota. La prova speciale aveva avuto inizio alle 10.59, ma alle 11.37 i commissari si erano accorti che qualcosa non andava: il sistema di rilevamento segnalava infatti la vettura numero 29 ferma, senza però alcuna richiesta di soccorso o assistenza.

Il mezzo era stato poi ritrovato fuori strada, al chilometro 9.350 in località Piano Torre ad Isnello, in un tratto di rettilineo che segue una curva a sinistra, su un lieve avallamento. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato presente del nevischio sull’asfalto e questo avrebbe reso dunque più pericoloso un pezzo del tragitto che in apparenza non lo sembrava.

Dopo l’incidente era stata subito aperta un’inchiesta a carico di ignoti. Dopo poche ore era stata scartata – come aveva anticipato il Giornale di Sicilia – l’ipotesi che Amendolia avesse perso il controllo del mezzo per un malore. Le immagini riprese dalla telecamera presente a bordo dell’auto, infatti, avevano permesso di ricostruire gli ultimi istanti di vita del pilota e nello specifico le sue manovre disperate per evitare lo schianto: era quindi perfettamente lucido al momento dello schianto. Anche l’autopsia peraltro aveva poi escluso l’ipotesi del malore. Le verifiche avevano riguardato sin dall’inizio pure gli aspetti organizzativi della gara e, alla fine, è proprio in quest’ambito che è stata individuata una parte delle responsabilità per la morte di Amendolia.

FONTE GdS