Beta 2, le motivazioni della sentenza. La mafia ‘silenziosa’ del gruppo Romeo. Quell’appalto per i ‘pannoloni’ agli anziani

1 Settembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Di Nuccio Anselmo – Avevano le mani in pasta ovunque. Perfino nelle forniture dei pannoloni agli anziani per conto dell’Asp. Era il “perfetto governo mafioso” del territorio senza sparare un colpo, bastava un nome da spendere ovunque, sui tavoli istituzionali eccellenti o con gli altri criminali. Quel nome era Santapaola. Nelle oltre duecento pagine delle motivazioni della sentenza “Beta 2”, depositate in questi giorni dal gup Monica Marino per “spiegare” le otto condanne in abbreviato del giugno scorso, emergono ancora nuovi retroscena delle cointeressenze economiche e dei legami istituzionali che aveva creato nel tempo in città, e parliamo di decenni, il gruppo mafioso dei Romeo-Santapaola. Il gup parla di una cellula mafiosa catanese «delocalizzata», che faceva paura perfino ai clan messinesi, un tempo capeggiata dallo “Zu Cicciu”, il capostipite Francesco, cognato di Nitto Santapaola, con agganci anche a Palazzo di Giustizia, e poi evolutasi nel tempo con gli altri membri più giovani della famiglia, e la leadership del figlio Vincenzo.

E secondo il gup Marino l’udienza preliminare celebrata per gli otto giudizi abbreviati nel giugno scorso ha provato in maniera chiara ed incontrovertibile l’esistenza di una cellula mafiosa etnea poi trapiantata e radicatasi definitivamente a Messina. «Gli atti contenuti nel fascicolo  e tutto quanto prodotto all’udienza preliminare consentono di affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, l’operatività – scrive il gup Marino -, in Messina di una cellula mafiosa facente capo a Romeo Vincenzo e al padre Romeo Francesco, rispettivamente nipote e cognato del noto boss catanese Santapaola Benedetto, inteso Nitto, propaggine del clan catanese Santapaola-Ercolano (la cui esistenza ed operatività risulta acclarata con varie sentenze passate in giudicato)».

Il sistema «L’associazione contestata nel presente procedimento – scrive il gup -, ha operato in maniera diversa rispetto a quelle “tradizionali” (conosciute dai giudici di questo tribunale) in quanto ha fatto di rado ricorso alla violenza tipica delle mafie più arcaiche, preferendo operare in maniera silente, curando i propri svariati interessi economici, investendo profitti illeciti, interagendo con professionisti, appartenenti agli apparati pubblici “sotto traccia”».

Il livello superiore «L’associazione in contestazione ha operato ad un livello “superiore” – prosegue il gup Marino -, rispetto ad altre con il fine pur sempre di conseguire un controllo totale di attività economiche preesistenti, infiltrandosi in ambienti istituzionali e dedicandosi alle iniziative economiche via via prescelte, schermandosi dietro entità giuridiche e ditte formalmente intestate a terzi, ma in realtà gestite, come si vedrà, dai due più attivi ed abili elementi del sodalizio sotto tale profilo, ossia Romeo Vincenzo e Grasso Biagio, coadiuvati dagli altri sodali, fra cui stretti congiunti del primo».

Le attività «La presente associazione ha diversificato le proprie attività – scrive il gup -, dividendo i compiti fra gli affiliati, ognuno specializzato in uno specifico settore (organizzazione delle corse clandestine di cavalli e delle correlate scommesse, settore delle attività ricollegabili al gioco online tramite apposite macchinette e alla raccolta di scommesse illegali su eventi sportivi, tramite piattaforme informatiche straniere non autorizzate ad operare in Italia, investimenti e controllo di attività relative al settore farmaceutico) sotto il coordinamento però di Romeo Vincenzo».

La delocalizzazione  «La precipua caratteristica di tale associazione – afferma il gup -, è data dalla sua concreta delocalizzazione rispetto alla “famiglia” Santapaola-Ercolano, la cui forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo quella de qua sfrutta, pur operando in altri ambiti territoriali, acquisendo sempre maggiore autonomia e indipendenza pur mantenendo legami con la cellula madre cui sono correlati obblighi di mutua assistenza. Ora era immaginabile che in una realtà locale come Messina, non solo limitrofa alla “casa” mafiosa catanese, ma anch’essa impregnata dello stesso sistema di “valori”, ben conosciuta a livello nazionale ed oltre, un gruppo di associati legato da vincoli di sangue strettissimi e da contatti costanti con il clan “Santapaola-Ercolano” di Catania, fosse in grado di esercitare un potere di intimidazione, di “rispetto” e di oppressione, ricollegabile alla fama, al potere e alla dimensione mafiosa della “casa-madre” catanese, ben percepibile all’esterno, sui terzi consociati».

Il «potere mafioso» «Tutte le emergenze in atti, anche quelle laddove tale potere di intimidazione è restato sullo sfondo, cioè non è stato esercitato materialmente, denotano l’esistenza di quel potere mafioso in capo a Romeo Francesco, Romeo Vincenzo,  Romeo Pasquale e Romeo Benedetto ecc. che come tale è stato percepito da tutti quelli che con gli stessi si sono interfacciati e ne sono rimasti intimoriti (di seguito a proposito si esamineranno le condotte del Tortorella, di Ventura Carmelo, di Alessi Cristian e Giuseppe, di Leonardi Francesco e di altri soggetti). Come significativamente è stato detto da Grasso Biagio in una captazione ambientale agli atti, tale potere mafioso derivante dal collegamento con Cosa nostra siciliana, è rimasto un “colpo in  canna” a disposizione dei Romeo che, senza bisogno di commissione di fatti di sangue, di atti violenti e minacciosi e senza utilizzo delle armi in dotazione, sono riusciti ad incutere timore ed assoggettamento col solo richiamarsi al clan “Santapaola-Ercolano”, dal quale hanno però acquisito autonomia gestionale ed operativa per perseguire interessi economici nel contesto prettamente messinese, mostrando superiorità gerarchica sulle altre consorterie cittadine non collegate a Cosa nostra».

 

Perfino l’appalto dell’Asp per i ‘pannoloni’ agli anziani.

Nel marzo del 2014 – scrive il gup Marino -, l’Asp di Messina «… recepiva le risultanze della gara di bacino per la fornitura in somministrazione di ausili per incontinenti con consegna diretta al domicilio degli aventi diritto e residenti nel territorio dell’Asp di Messina». Il capofila era l’Asp di Enna, dopo l’effettuazione della gara per il lotto n. 5, quello relativo a Messina,  la fornitura «… veniva aggiudicata alla società Svas Biosana Spa, che aveva offerto un ribasso percentuale del 6% rispetto alla base d’asta». Dopo una serie di contenziosi amministrativi la ditta Svas Biosana Spa fu riconfermata, e venne sottoscritto il contratto di fornitura quadriennale: consegna diretta al domicilio e successiva assistenza post vendita per tutta la provincia di Messina, a decorrere dal 1° luglio 2014, con facoltà di proroga da parte dell’Asp.

Ed è a questo punto che il gruppo Romeo-Santapaola si fece avanti: «… l’attività investigativa del Ros  – scrive il gup Marino -, permetteva di monitorare il perfezionamento degli accordi già presi tra la Svas Biosana Spa e la Be.Ro. srl per subappaltare il servizio al domicilio degli assistiti degli ausili per incontinenza e specificatamente: subappalto autorizzato dall’Asp di Messina con delibera n. 2259 del 27 giugno 2014, perché rientrante nel limite massimo del 30% del valore dell’appalto».

«L’analisi delle conversazioni censurate sulle utenze in uso a Romeo Benedetto – scrive il gup -, chiarivano come questi, per l’ottenimento del precitato sub-appalto, si fosse affidato alle conoscenze del proprio dipendente C.G., il quale era ben informato sugli step effettuati dalla Svas Biosana Spa per l’ottenimento dell’ente ospedaliero. Il 16 gennaio 2014 – scrive ancora il gup -, C.G. informava Romeo Benedetto che grazie al Cga la Svas Biosana Spa aveva vinto la gara d’appalto di loro interesse e che pertanto dovevano rimettersi in gioco per ottenere da questi il subappalto, cercando di precludere tale prospettiva agli altri autotrasportatori del messinese e puntando sul fatto che la società Be.Ro. srl, contrariamente alle altre ditte di trasporto,  aveva a disposizione un deposito». In quel periodo proseguirono contatti e “pressioni” anche sottoforma di “consigli” di altre ditte concorrenti.

Ma c’è di più: «… Ottenuto il subappalto – scrive il gup -, Romeo Benedetto si attivava in seguito per abbinare, a tale già di per sé utilissimo risultato imprenditoriale, anche un altro sistema per aumentare i ricavi». Come, venne creata la Ekosan srl, intestata a un prestanome, Giorgio Piluso Stefano, ma di fatto gestita da Benedetto  Maurizio Romeo. E che faceva la Ekosan srl? Ecco: «… approfittando del subappalto ottenuto dalla Be.Ro. srl dalla Svas Biosana Spa, si innestava pertanto, attraverso la Ekosan Srl, un circuito parallelo di vendita al dettaglio della stessa tipologia di materiali (articoli medicali), già distribuiti dalla Be.Ro. Srl per conto della stessa Asp di Messina, praticamente “ricalcando” le consegne pubbliche ed insinuandosi nelle relazioni con le famiglie bisognose di tali ausili per i propri cari disabili, al fine di integrare l’offerta pubblica coi propri prodotti, con un ulteriore guadagno dato dal risparmio di spesa per la distribuzione degli stessi, visto che i mezzi coprivano le tratte di consegna inerenti il servizio garantito dall’Asp».

Dalle intercettazioni il Ros ha poi appurato che gli autisti, quando andavano a consegnare i pannoloni gratuiti per conto dell’Asp, lasciavano ai malati i recapiti e il prezziario della Ekosan. Insomma, era un “business nel business”.

Rassegna stampa da Gazzetta del Sud