Omicidi di mafia a Barcellona: il 10 ottobre l’udienza preliminare per Calderone, Micale, Puliafito e Rao

13 Settembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

di EDG – E’ stata fissata per il prossimo 10 ottobre dal giudice Maria Vermiglio l’udienza preliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio depositata il primo luglio dal procuratore aggiunto di Messina, Vito Di Giorgio e dai colleghi della DDA, Fabrizio Monaco e Francesco Massara che a maggio avevano chiuso le indagini su quattro omicidi commessi tra il 1997 e il 2001 nel comprensorio barcellonese, indagine che si concluse nell’operazione ‘Nemesi’ con l’emissione di quattro misure cautelari nei confronti di Giovanni Rao, Salvatore Micale, Antonino Calderone e Sebastiano Puliafitodifesi dagli avvocati Tommaso Calderone, Giuseppe Lo Presti, Giuseppe Calabrò e Tommaso Autru Ryolo.

Tre di loro si trovavano già in carcere. Il solo Micale era libero. Gli omicidi al centro dell’inchiesta sono quelli di Giovanni Catalfamo, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto il 29 settembre 1998 davanti al complesso in cui risiedeva la vittima; Mimmo Tramontana, avvenuto nel 2001 sulla litoranea; Stefano Oteri, consumato la sera del 27 giugno 1998 davanti all’abitazione della sorella a Milazzo e infine la morte di Santino Bonomo che rappresenta un caso di lupara bianca. L’uomo fu attirato in una trappola il 12 dicembre 1997 con la scusa di commettere alcuni furti. Venne invece assassinato e il suo cadavere non fu più ritrovato.

Le indagini si sono avvalse del contributo di diversi collaboratori di giustizia (Carmelo e Francesco D’Amico, Nunziato Siracusa e Aurelio Micale) e hanno permesso di ricostruire gli autori e il movente dei 4 omicidi.

L’omicidio di Giovanni Catalfamo, viene contestato a Micale, insieme ad altre persone già individuate in passato in Carmelo D’Amico, Antonino Calderone (esecutori materiali) e Francesco D’Amico. Catalfamo venne ucciso a colpi d’arma da fuoco da killer, a bordo di una moto rubata, mentre tentava di rifugiarsi all’interno del residence in cui abitava.

Il movente sarebbe un avvertimento per gli usurai della zona, di cui sarebbe stato sospettato Catalfamo.

Micale – secondo gli investigatori – avrebbe avuto il compito di segnalare agli esecutori materiali il passaggio della vittima per dare il via all’azione di fuoco.

L’omicidio di Domenico Tramontana, commesso il 4 giugno 2001 a Barcellona Pozzo di Gotto, è già stato oggetto del processo “Gotha 6” ma in quella sede il giudice aveva rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Giovanni Rao, esponente di vertice del clan di Barcellona, considerato oggi il mandante, alla luce anche delle dichiarazioni dei nuovi collaboratori e delle indagini condotte dal Ros.

Questo omicidio assunse una particolare valenza negli assetti della mafia barcellonese di quel periodo, perché Tramontana, come riportato anche nell’ordinanza del Gotha 6, faceva parte della cupola mafiosa locale, dunque la sua uccisione non poteva che essere decisa dai vertici.

Una scelta, quella di eliminarlo, legata alla intraprendenza considerata eccessiva di Tramontana. In particolare Giovanni Rao e Salvatore Di salvo sono considerati i mandanti dell’omicidio, mentre gli esecutori sono stati individuati in Carmelo D’Amico, Pietro Nicola Mazzagatti, Antonino Calderone e Angelo Caliri. All’omicidio avrebbero partecipato anche Aurelio Micale, Francesco D’Amico e Carmelo Mazza con il compito di recuperare Calderone, Mazzagatti, Caliri e D’Amico dopo l’esecuzione dell’omicidio.

Gli altri due omicidi oggetto dell’ordinanza erano rimasti, invece, fino ad oggi, senza colpevoli.

L’omicidio di Santino Bonomo, scomparso da Barcellona Pozzo di Gotto il 12 dicembre 1997 con il metodo della “lupara bianca”, viene contestato ad Antonino Calderone in concorso con Carmelo D’Amico, Salvatore Micale e Fortunato Rossitto (deceduto). Bonomo sarebbe stato ucciso, per decisione dell’allora vertice della famiglia barcellonese, perché avrebbe commesso furti senza la preventiva autorizzazione del clan, mettendo in crisi il tradizionale controllo del territorio da parte dell’organizzazione mafiosa.

La vittima sarebbe stata attirata in un’area isolata alla periferia di Barcellona Pozzo di Gotto con il pretesto di compiere alcuni furti e qui soppressa a colpi d’arma da fuoco. Gli autori avrebbero, poi, nascosto il cadavere, che non è stato mai ritrovato.

L’omicidio di Stefano Oteri, ucciso a colpi d’arma da fuoco la sera del 27 giugno del 1998, davanti all’abitazione della sorella, a Milazzo, da killer giunti a bordo di una moto. Il delitto viene contestato a Sebastiano Puliafito, ex agente della polizia penitenziaria, (in concorso con Salvatore Di Salvo e Stefano Ruvolo) e secondo la ricostruzione dei collaboratori, il movente sarebbe da attribuire al comportamento della vittima che si sarebbe “atteggiato a boss” nella zona di Milazzo, entrando in contrasto proprio con Puliafito che avrebbe rappresentato, in quella zona, il gruppo criminale barcellonese.