L’AFFONDO DI MAX PASSALACQUA: Cateno come Renzi, da House of Cards alla Casa di Carta

26 Settembre 2019 Culture Politica

Di Massimilano Passalacqua – Dopo l’inquietante travestimento da bandito della serie di Netflix La casa di carta (tuta rossa con cappuccio e maschera di Dalì) con il quale ha effettuato uno pseudo-blitz ai cantieri di lavoro nella villetta Quasimodo, Cateno De Luca è andato persino ai Fatti vostri a spiegare a Magalli il motivo dell’ennesima sceneggiata: sarebbe una trovata promozionale per una band, i Lucky Strike Quartet, che ha arrangiato in chiave classica la colonna sonora della serie (My life is going on di Cecilia Krull) e girato un video nei panni della banda del Professore proprio a Messina, soprattutto tra Palazzo Zanca e Palazzo dei Leoni. Cateno si sarebbe prestato, quindi, per fare da testimonial e promuovere il gruppo e la città (non si capisce il nesso, ma fa tanto sindaco figo).

 

Per carità, potrebbe anche essere vero – nonostante sia Cateno a dirlo, il che di norma esclude questa ipotesi – ma il dubbio resta: altre volte il Nostro si è prodotto in scenette, buffonate, boutade di vario genere, lo abbiamo visto in bermuda e in mutande, lo abbiamo visto tuffarsi in piscina cu tutti i robbi e via dicendo, ma gli si deve concedere che le altre volte c’era un motivo, un riferimento, un collegamento (più o meno) logico con le finalità della recita. Stavolta, onestamente, no: vuoi fare promozione a un video? Ok, ma perché ti travesti durante un blitz? Proprio non c’era un altro modo per andare in tv? La lunga assenza da mezzi di comunicazione e social era così insopportabile? E poi: gli hanno spiegato che – a differenza di quanto suggerisce il trailer del video pubblicato dal Lucky Strike Quartet – non è lui il Professore, dal momento che questo personaggio è l’unico della banda a non indossare tuta e maschera?

 

 

Gliel’hanno detto che tra l’altro quel ruolo è già appannaggio di Ciccio D’Uva, capogruppo messinese dei 5 Stelle alla Camera del quale i media hanno sottolineato la straordinaria somiglianza con l’attore Alvaro Morte che interpreta per Netflix l’ideatore del piano (e la stessa furbizia, come ha dimostrato la brillante teoria sui pannolini lavabili con la quale voleva giustificare l’aumento dell’IVA su questi nuovi beni di lusso)? Secondo me, in realtà, Cateno De Luca si è confuso. Qualcuno dei suoi spin doctors – che so, Peppino Buzzanca o qualche altro fine politologo “anti casta” della corte dei miracoli che affolla il suo carro di predestinato vincitore – deve avergli suggerito come rientrare alla grande sui social dopo l’assoluzione per il “sacco di Fiumedinisi” e il black-out forzato per la fisioterapia alla schiena liscia: « Inchia Catenu, u sai c’ha ffari? U prossimu blizzi u fai vistutu comu ’nta Casa di Carta » (trad.: «Caspita Cateno, sai cosa devi fare? Il prossimo blitz lo effettui vestito come nella Casa di Carta»). E lui, Cateno, che la televisione preferisce farla piuttosto che guardarla, si sarà limitato ad annuire senza capirci granché. Anche perché avrà tradotto mentalmente Casa di Carta e avrà pensato che si trattasse di House of Cards, l’altra serie di Netflix ambientata a Washington con Kevin Spacey nel ruolo del presidente degli Stati Uniti, Frank Underwood. Del resto, se è andato al classico come sostiene, all’epoca l’inglese si studiava solo in quarta e quinta ginnasio e quindi non sta scritto da nessuna parte che dovesse sapere che “house of cards” significa “castello di carte” (e conoscere il gioco di parole con White House, la Casa Bianca…). E così, convinto che avrebbe interpretato il presidente degli Stati Uniti – una carica appena al di sotto delle sue modeste ambizioni – pur con le perplessità dovute al fatto che Underwood indossa semplicemente vestito e cravatta e quindi il travestimento sembrava avere poco senso, Cateno si è lasciato guidare. E come Fantozzi quando scoprì che la moglie Pina aveva riempito la casa di pane perché innamorata di Cecco, il nipote del fornaio, «venne colto da un leggero sospetto» sentendo che i componenti della band si chiamavano con nomi di città: Alì, Itala, Messina, Parma (che è in realtà è di Santa Teresa di Riva). Proprio come la band(a) della serie: lì i rapinatori si chiamano Berlino, Rio, Tokyo, Helsinki… Cateno era sempre più perplesso. Tanto che quando gli hanno consegnato il travestimento, ovvero tuta e maschera, sulle prime avrà pensato di mandare tutti affanculo “senza se e senza ma”; poi l’istinto dello showman deve aver preso il sopravvento, e così ecco Fiumedinisi, l’ultimo membro della banda. Un po’ falsario come Nairobi, un po’ attore come Berlino, un po’ fuori di testa come Tokyo. Insomma, come Mary Poppins: «Praticamente perfetto». Certo, qualche controindicazione c’è. Intanto, il ruolo: somiglianza con D’Uva a parte, è evidente che nella politica italiana dei giorni nostri il Professore è Matteo Renzi. Peraltro, anche lui è passato da essere il Frank Underwood della situazione (e gli piaceva, ah quanto gli piaceva!), il monarca assoluto che governa senza scrupoli e senza essere stato eletto, a Sérgio Marquina/Salvador Martin (vero nome e alter ego del Professore). Ovvero il “cavallo di Troia”, l’invasore che si introduce nella casa del nemico – lì era la Zecca di Stato spagnola, nel caso di Renzi il PD – e si mette a stampare soldi, pardon: tessere per poi scappare con la cassa, che sia un miliardo di euro o un nuovo partito che diventa ago della bilancia per il governo, sostenuto da parlamentari che non sarebbero mai stati ricandidati senza il “doppio gioco” che ha scongiurato le elezioni e fatto nascere questo curioso organismo geneticamente modificato dall’aspetto giallo-rosso. Un piano ingegnoso al termine del quale scappare all’estero: che sia la Thailandia o la Leopolda. E soprattutto, visto che si parla della colonna sonora della Casa di carta, deve essere sfuggito ai “consigliori” di Cateno il fatto che il Professore sia un idealista, che vuole mandare un messaggio prima ancora che diventare ricco: un colpo al sistema, alla​ dittatura delle banche e del denaro, nel segno di una nuova Resistenza. «Noi siamo la Resistenza», argomenta spesso durante la serie raccontando del nonno partigiano in Italia che gli aveva tramandato una canzone, Bella ciao , che lui insegna al resto della banda. E Bella ciao canta insieme al fratellastro Berlino la notte prima del colpo, Bella ciao canta tutta la banda quando finisce di scavare il tunnel per la fuga milionaria, Bella ciao risuona quando Berlino muore eroicamente e, ancora, Bella ciao sono costretti a cantare ripresi dalla telecamera, in mutande e legati come salami, i poliziotti dei reparti speciali catturati dalla banda durante un tentativo di incursione alla Banca di Spagna nella terza stagione. Addirittura, Bella ciao è la canzone che più di ogni altra ha accompagnato il tour promozionale della Casa di carta in tutto il mondo. Come sappiamo, Cateno Transformer può diventare tutto e il contrario di tutto anche per prendere un solo voto in più, però a cantare Bella ciao proprio non lo vedo. Lui che fa i blitz ai poveracci e multa i lavavetri ma si guarda bene dal disturbare i Franza mentre la città è sepolta dai tir, ve lo immaginate? Fortuna che non gliel’hanno chiesto per il video del brano, altrimenti avrebbe farfugliato «Una mattina mi son svegliato…» correggendola mentalmente in «Resta con noi Signore la sera». E nel pugno chiuso avrebbe stretto in segreto un rosario, altrimenti Papa Bergoglio non gli telefona più.

P.S.: qualcuno magari si aspettava che dopo aver diffusamente trattato in passato la vicenda processuale di Cateno Laqualunque avrei riservato maggiore spazio alla recente assol… ehm, prescrizione definitiva per il “sacco di Fiumedinisi”. Ebbene, ci ho pensato ma non avrei saputo cosa scrivere. Se non che, d’ora in poi, eviterei di farlo incazzare se dovesse tentare di “indurmi a dare o promettere utilità”, per non ritrovarmi magari un carico di sterro davanti alla porta di casa. Con la speranza che, traducendo dal ciuminisanu all’italiano, non sbagli e non mi faccia scaricare un camion di sterco sulla macchina come in Ritorno al futuro. Ah, la democrazia.