Antimafia, la relazione sull’agguato ad Antoci: “Attentato mafioso ipotesi meno probabile”. Fava: “Plausibile fosse una dimostrazione”

2 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Un gioco di specchi, con ricostruzioni piene di punti oscuri, testimonianze non combaciano, buchi neri e troppi interrogativi senza risposta. È una storia ancora tutta da scrivere quella dell’attentato a Giuseppe Antoci, l’allora presidente del Parco dei Nebrodi, vittima di un agguato la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2016. Una vicenda rimasta oscura per la magistrura, che ha archiviato le indagini, e che è diventata oggetto di un’inchiesta della commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana. Tre le ipotesi sul tavolo dell’Antimafia: un attentato mafioso fallito, un atto puramente dimostrativo, una simulazione. “Ipotesi, tutte, che vedono il dottor Antoci vittima: bersaglio della mafia nelle prime due; strumento inconsapevole di una messa in scena nella terza”, scrive la commissione in una relazione da più di cento pagine approvata all’unanimità. L’ipotesi più improbabile? “Alla luce del lavoro svolto da questa Commissione corre l’obbligo di evidenziare che, delle tre ipotesi formulate, il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile“. Quella più plausibile? “Quella della simulazione“, dice il presidente dell’Antimafia siciliana, Claudio Fava. “L’auspicio è che su questa vicenda si torni ad indagare (con mezzi certamente ben diversi da quelli di cui dispone questa Commissione) per un debito di verità che va onorato. Qualunque sia la verità“, è la conclusione dell’organo parlamentare siciliano.

La dinamica dell’attentato e l’archiviazione – Già, qualunque sia la verità. E quale è la verità? Di sicuro c’è solo che in quella notte di metà maggio Antoci sta tornando da Cesarò, minuscolo paesino sui monti Nebrodi, nella sua casa di Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina. Quelli per l’ex presidente del Parco dei Nebrodi sono giorni difficili: aveva appena varato il suo protocollo di legalitàche obbligava gli eventuali affittuari dei terreni interni allo sterminato parco a presentare il certificato antimafia. Un escamotage per bloccare le infiltrazioni di Cosa nostra, che sfruttava i terreni pubblici per accedere ai fondi europei. Si parla di milioni di euro. Per questo motivo Antoci era scortato. Quella notte il presidente del Parco dei Nebrodi si appisola sul sedile posteriore della Lancia Thesis blindataguidata dalla scorta. Che, però, a un certo punto inchioda lungo la strada statale: sulla carreggiata, infatti, ci sono alcuni massi. Chi li ha piazzati lì? E perché? Passano pochi secondi e arriva la risposta: dagli alberi vengono sparati colpi di fucile che colpiscono la fiancata della vettura. Scene che sembrano arrivare direttamente dagli attentati mafiosi degli anni ’80. E che diventano quasi cinematrografiche quando a sparatoria in corso arriva sul luogo il commissario Daniele Manganaro, che si era attardato a Cesarò. Il poliziotto ha iniziato a rispondere ai colpi degli ignoti assalitori. Rimasti ancora oggi senza volto: il 25 luglio del 2018 il gip di Messina ha archiviato le indagini concludendo che “l’avvenuta esplorazione di ogni possibile spunto investigativo non consente di ravvisare ulteriori attività idonee all’individuazione di alcuno degli autori dei delitti contestati”. Avvolte nel mistero anche le molotovritrovate sul luogo dell’agguato e i mozziconi di sigarette probabilmente fumate dagli attentatori. Ma andiamo con ordine.

L’Antimafia: “Domande senza risposte” – L’indagine della commissione Antimafia nasce dopo l’archiviazione di quella penale: per oltre cinque mesi Fava e gli altri deputati hanno ascoltato investigatori, magistrati, giornalisti e testimoni dell’agguato per cercare di fare chiarezza su uno degli attentati più misteriosi degli ultimi tempi. “Crediamo che questa chiarezza sia dovuta anzitutto a Giuseppe Antoci che da oltre tre anni attende di capire cosa sia davvero accaduto quella sera, con quali intenzioni e per opera di chi”. In realtà più che chiarezza sulla vicenda l’Antimafia solleva soprattutto dubbi e interrogativi. Talmente tanti che alla fine l’organo presieduto da Fava dovrà sottolineare: “Sull’attentato del 18 maggio 2016, il lavoro di questa Commissione, più che esprimere conclusioni certe e definitive, si trova costretto a dar atto delle molte domande rimaste senza risposta, delle contraddizioni emerse e non risolte, delle testimonianze divergenti, delle criticità investigative registrate”.

I dubbi sull’attentato: “Organizzato a 2 km dal rifugio della forestale” –Ma che tipo di contraddizioni sono emerse sull’agguato ad Antoci? Di tutti i tipi e in numero davvero eccessivo. A cominciare dal comportamento della scorta: “Non è plausibile che quasi tutte le procedure operative per l’equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate (l’auto blindata abbandonata, la personalità scortata esposta al rischio del fuoco nemico, la fuga su un’auto non blindata, l’aver lasciato due agenti sul posto esposti ad una reazione degli aggressori…)”. Anche le modalità dell’attentato fanno sorgere dubbi all’Antimafia: “Non è plausibile che gli attentatori, almeno tre (a giudicare dalle tre marche di sigarette riscontrate sui mozziconi), presumibilmente tutti armati (non v’è traccia nelle cronache di agguati di stampo mafioso a cui partecipino sicari non armati), non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell’attentato”. E poi: “Non è plausibile che, sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesaro e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l’attentato proprio a due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato, né è plausibile che gli attentatori non fossero informati su questa circostanza”. E ancora: “Non è comprensibile la ragione per cui il vicequestore aggiunto Manganaro non trasmetta le sue preoccupazioni ai poliziotti di scorta di Antoci (per “non agitarli”, sostiene) salvo poi cercare di raggiungerli temendo che potesse accadere qualcosa senza nemmeno tentare di mettersi in contatto telefonico con loro”. Ma su Manganaro, insiste la commissione “è censurabile il fatto che abbia offerto su alcuni punti versioni diverse da quelle che aveva fornito ai pm in sede di sommarie informazioni”.

Quelli sulle indagini: “Perché non ha indagato lo Sco” – Interrogativi vengono posti poi anche sulle indagini: “È per lo meno inusuale – scrive la commissione Antimafia – che di fronte ad un attentato ritenuto mafioso con finalità stragista la delega per le indagini venga ristretta alla squadra mobile di Messina e al commissariato di provenienza dei quattro poliziotti protagonisti del fatto, fatta eccezione per un contributo meramente tecnico dello Sco e per l’intervento del gabinetto della polizia scientifica di Roma molto tempo dopo. Non si comprende la ragione per cui al gabinetto della polizia scientifica di Roma, tra i vari quesiti sottoposti, non sia stato chiesto di valutare se la Thesis blindata di Antoci avrebbe potuto o meno superare il “blocco” delle pietre poste sulla carreggiata (e soprattutto quanto tempo e quante persone occorressero per posizionare quelle pietre)”.

Il ruolo della mafia: “Come faceva a non sapere?” – Quindi c’è la madre di tutte le domande: chi ha organizzato l’attentato ad Antoci? I clan della zona, cioè la cosiddetta mafia dei pascoli? “È impensabile che di un attentato di siffatta gravità nulla sapessero (stando ai risultati delle intercettazioni ambientali e al lavoro di intelligence investigativa) la criminalità locale né le famiglie di Cosa nostra interessate al territorio (Barcellona Pozzo di Gotto, Tortorici, Catania)”. Ma i misteri sull’agguato sono generati anche dal fatto che i diretti protagonisti hanno fornito versioni completamente divergenti. Anche su punti fondamentali: “Gli aggressori – si chiede la commissione – erano due o più di due? Sono stati visti mentre facevano fuoco o no? Sono stati visti fuggire nel bosco o no? Sono stati esplosi altri colpi dopo che il presidente Antoci era stato messo in salvo?”. Insomma, su quello che è uno degli attentati più feroci organizzati in Sicilia dagli anni ’90 è ancora buio pesto. “Difficilmente si sarebbe potuti arrivare ad esiti investigativi diversi dall’archiviazione d’un fatto tuttora attribuito ad ignoti, ma certamente indagini più estese e soprattutto più coinvolgenti rispetto ad altri apparati di forze dell’ordine avrebbero potuto contribuire a fornire alcune risposte che mancano. Su altri punti, tutti dirimenti, la non plausibilità dei comportamenti resta invece senza spiegazioni”, conclude l’Antimafia prima di lanciare un auspicio: tornare a indagare su questa vicenda. “Pun debito di verità che va onorato. Qualunque sia la verità”. Già, la verità.