Antimafia regionale: dubbi sull’attentato ad Antoci. La replica: “Delegittimazione”

2 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

La Commissione, il cui presidente è Claudio Fava, ha approvato poco fa la relazione finale dell’inchiesta sull’attentato a Giuseppe Antoci, all’unanimità dei presenti. L’Antimafia regionale «più che esprimere conclusioni certe e definitive» dà atto «delle molte domande rimaste senza risposta, delle contraddizioni emerse e non risolte, delle testimonianze divergenti, delle criticità investigative registrate». L’auspicio è che «su questa vicenda si torni ad indagare (con mezzi certamente ben diversi da quelli di cui dispone questa Commissione) per un debito di verità che va onorato. Qualunque sia la verità».

Antoci stava andando a casa a Santo Stefano di Camastra, dopo un incontro a Cesarò, quando la sua auto blindata (aveva una scorta di terzo livello) venne bloccata lungo la strada da alcuni massi e vennero sparati alcuni colpi di lupara contro la vettura da persone che poi riuscirono a scappare. Antoci, che è stato responsabile legalità del Pd e ora è tornato a fare il bancario, aveva attuato un protocollo di legalità nel parco dei Nebrodi poi allargato a tutta la Sicilia e quindi diventato legge nazionale. L’antimafia siciliana ha aperto l’inchiesta sulla vicenda nel maggio scorso.

«L’ipotesi più plausibile è quella della simulazione». Lo dice il presidente dell’Antimafia siciliana, Claudio Fava, conversando con i cronisti dopo l’approvazione, all’unanimità, in commissione della relazione sul fallito attentato all’ex presidente del Parco Nebrodi nella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2016. Tre ipotesi formulate per l’attentato a Giuseppe Antoci, e che rimangono tutte in piedi: la simulazione, l’attentato mafioso e un atto puramente dimostrativo.

Nelle conclusioni della relazione sull’agguato all’ex presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, la commissione regionale Antimafia, dopo le audizioni, analizzando le testimonianze, leggendo gli atti dei pm e il decreto di archiviazione dell’inchiesta che riguardava all’inizio 14 indagati, critica le indagini, le procedure operative della scorta subito dopo l’agguato, mette in dubbio testimonianze di esponenti delle forze dell’ordine, ritenendo non comprensibili alcuni comportamenti come quelli del vicequestore aggiunto Daniele Manganaro che sarebbe arrivato sul luogo dell’attentato, poco dopo l’esplosione dei colpi di fucile, sventandolo. La relazione è stata approvata da 10 deputati su 13: gli altri 3 sono autosospesi perchè indagati in inchieste.

Per l’Antimafia «non è plausibile che quasi tutte le procedure operative per l’equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate; non è plausibile che gli attentatori, almeno tre (a giudicare dalle tre marche di sigarette riscontrate sui mozziconi), presumibilmente tutti armati (non v’è traccia nelle cronache di agguati di stampo mafioso a cui partecipino sicari non armati), non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell’attentato; non è plausibile che, sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesarò e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l’attentato proprio a due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato, né è plausibile che gli attentatori non fossero informati su questa circostanza.

«Auspichiamo che ci sia una riapertura delle indagini da parte della magistratura per l’affermazione piena della verità sul caso Antoci, lo si deve anche a lui che è comunque vittima». Così il presidente dell’Antimafia siciliana, Claudio Fava, ricordando che l’inchiesta della Procura di Messina fu archiviata l’anno scorso. «Trasmetteremo la relazione approvata dalla commissione regionale alle procure competenti e all’Antimafia nazionale, oltre che alla presidenza dell’Assemblea», aggiunge Fava. «Il quadro che emerso è inquietante – spiega il presidente dell’Antimafia siciliana – Abbiamo svolto un lavoro inteso per qualità delle persone audite, mettendo insieme fatti, contraddizioni e in alcuni casi ricostruzioni poco plausibili. Quella approvata non è una relazione a tesi, partita cioè da un pregiudizio. Su un fatto così grave occorreva fare un lavoro di approfondimento, non ci siamo mossi su un filone prestabilito ma abbiamo ascoltato investigatori, magistrati e giornalisti».

Dopo la relazione della Commissione Regionale Antimafia Siciliana presieduta da Claudio Fava sull’attentato all’ex Presidente del Parco dei Nebrodi, scampato ad un agguato mafioso a maggio 2016, arriva forte il commento proprio del Presidente Giuseppe Antoci sulla vicenda.

“Rimango basito di come una Commissione, che solo dopo tre anni si occupa di quanto mi è accaduto, possa arrivare addirittura a sminuire il lavoro certosino e meticoloso che per ben due anni la DDA di Messina e le Forze dell’Ordine hanno portato avanti senza sosta, ricostruendo gli accadimenti con tecniche avanzatissime in uso alla Polizia Scientifica di Roma e che oggi rappresentano per l’Italia un fiore all’occhiello. Tali tecniche sono state utilizzate inizialmente per ricostruire due attentati: quello di via d’Amelio e quello perpetrato contro di noi quella notte sui Nebrodi”, dichiara Antoci.

“Di tutto questo la Commissione non ha tenuto conto, al contrario, con mio grande rammarico, ha prestato il fianco, attraverso una relazione ove si evidenziano più tesi, al mascariamento e alla delegittimazione, utilizzando audizioni di soggetti che non citano mai le loro fonti bensì il sentito dire o esposti anonimi che la magistratura, dopo attenta valutazione e trattazione, ha dichiarato essere calunniosi. Senza considerare – continua Antoci – che alcuni dei soggetti auditi hanno in corso procedimenti giudiziari sul piano generale, e in particolare per diffamazione sull’accaduto, o procedimenti passati, conclusi con la penale affermazione del reato di falso. Così scrivono i magistrati della DDA di Messina nel loro dispositivo: ‘un vero e proprio agguato, meticolosamente pianificato, organizzato ed attuato con tecniche di tipo ‘militare’. Appariva in dubbio che gli attentatori avessero agito non al fine di compiere un semplice atto intimidatorio e/o dimostrativo, ma al deliberato scopo di uccidere’. Dalle carte di indagine viene fuori tutta l’intera ed agghiacciante vicenda che lascia sgomenti e smarriti: ‘I Killer del commando mafioso – scrivono i Magistrati della Procura – avevano ostruito le carreggiate con massi al fine di costringere l’autovettura a rallentare l’andatura; subito dopo avevano sparato all’indirizzo del mezzo blindato, attingendolo nella sua parte inferiore, nella immediata vicinanza della gomma posteriore sinistra, e ciò al probabile fine di bloccare la corsa del mezzo’. Ed ancora – ‘al contempo, la presenza delle bottiglie molotov induceva a ritenere come gli attentatori, una volta bloccata l’autovettura blindata, volessero incendiare quel mezzo e così costringere i suoi occupanti a scendere da esso, in modo che questi ultimi non potessero più beneficiare della protezione del veicolo blindato’. Ed il GIP scrive nel suo dispositivo finale: ‘…innegabile che tale gravissimo attentato era stato commesso con modalità tipicamente mafiose… con la complicità di ulteriori soggetti, che si erano occupati di monitorare tutti gli spostamenti dell’Antoci e di segnalarne la partenza dal Comune di Cesarò… un vero e proprio agguato meticolosamente pianificato e finalizzato non a compiere un semplice atto intimidatorio e/o dimostrativo, ma al deliberato scopo di uccidere…’ Anche il movente dell’agguato risulta assolutamente chiaro. I magistrati scrivono: ‘sin dall’inizio le indagini si indirizzavano sulle penetranti azioni di controllo e repressione delle frodi comunitarie nel settore agricolo-pastorale, da tempo avviate da Antoci’”.

“Non potrà mai il Presidente Fava trovarmi d’accordo – continua Antoci – su quanto espressomi durante la mia audizione, quando mi affermò che i Magistrati e le Forze dell’Ordine hanno lavorato male. Non è così, proprio non è così… Hanno invece dato il massimo di quello che potevano dare, mettendo le migliori intelligenze in campo e le migliori ultime tecniche investigative e informatiche esistenti. Come mai – aggiunge Antoci – la Commissione, come prevede la Legge Regionale, non si è occupata anche dei milioni di Euro che sono stati colpiti dal Protocollo Antoci e delle possibili connivenze che andavano verificate all’interno dell’apparato regionale che per anni ha assistito inerme ad un affare che, per molti versi, si è rivelato per la mafia maggiore del lucroso mercato delle droga? Sulla mafia dei Terreni nessuna inchiesta. Sul loro sistema di collusioni nessun accertamento. Nessun atto a favore dei poveri agricoltori e allevatori che per anni hanno subito le vessazioni dei mafiosi rubando loro la dignità, i diritti e il futuro”.

“Non si fa politica – aggiunge Antoci – giocando con la vita delle persone, dando spunti a delegittimatori e mascariatori. Bisogna essere rigorosi e cauti, ci va di mezzo la sicurezza e la vita della gente. Ma purtroppo passando il tempo – continua Antoci – le cose pare si dimentichino ed io non pensavo che proprio Claudio Fava dimenticasse ciò che è stato detto e fatto contro suo padre ed il mascariamento che ha subìto quando tutto veniva sminuito e legato a fatti personali e non alla mafia”.

“E’ proprio di questi giorni l’agguato in Colombia contro la candidata Sindaco di Suarez anche essa bloccata con l’auto blindata colpita da fucilate e poi bruciata. Morti lei e gli uomini della scorta. Stessa tecnica utilizzata sui Nebrodi per l’attentato ad Antoci, proprio identica, ma forse il fatto che l’ex Presidente del Parco e la sua scorta quella sera non siano morti basta per alimentare la solita più che sperimentata macchina del fango”.

“Ho depositato alla Commissione Regionale una relazione di 27 pagine, con 15 allegati di atti del procedimento, che sono di una chiarezza disarmante, unite ad intercettazioni telefoniche chiarissime e pesantissime. Ho chiesto di renderla integralmente pubblica senza tagli e omissioni, perché ritenevo che le persone dovessero sapere e comprendere tutto. Risultato? Solo un sunto. Ma perché? Devo dunque pagare il fatto di aver colpito con un Protocollo oggi Legge e con un’azione senza precedenti la mafia dei terreni? Non ho pagato abbastanza, rischiando la vita e perdendo la libertà mia e della mia famiglia? Insomma, alla fine ecco il risultato della Commissione: tre tesi, a Voi la scelta!”. Beh, alle intelligenze lasciamo le conclusioni, mentre alla Magistratura ne lasciamo le conseguenti azioni”, conclude Antoci.