MESSINA, L’INCHIESTA INEDITA: Le ludomanie della famiglia Romeo-Santapaola & C.

3 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

DI ANTONIO MAZZEO – “Emerge dalle indagini relative al settore dei giochi illegali e delle scommesse online la caratura mafiosa di Vincenzo Romeo e il suo rilievo sostanzialmente nazionale; oltre ad essersi avvalso di svariate imprese e concessioni intestate a prestanome, Romeo si è dimostrato il terminale di una schiera di operatori di settorealle sue dipendenze, per organizzare e far funzionare tale lucrosa attività; lo stesso ha costituito un punto di riferimento per la sua famiglia e per tutti i soggetti coinvolti nell’organizzazione e il funzionamento di tale settore economico. La sua posizione apicale nell’ambito del sodalizio investigato si è pertanto manifestata in tutta evidenza”. E’ quanto riporta l’Ufficio dei Giudici per le indagini preliminari del Tribunale di Messina nell’Ordinanza di richiesta di applicazione di misure cautelari nei confronti dei presunti boss, affiliati e colletti bianchi/consigliori della cellula mafiosa peloritana dei Romeo-Santapaola, emessa il 26 giugno 2017 nell’ambito della cosiddetta Operazione BetaUna family-holding quella con a capo Vincenzo Enzo Romeo, consanguinea e partner della potentissima cosca dei Santapaola-Ercolano da Catania, che in pochi anni si è affermata come una delle protagoniste in Italia del business delle sale bingo, delle ricevitorie-scommesse onnicomprensive e dei centri videopoker-slot machine. Lucrosissime attività economiche che – come annotano ancora gli inquirenti della Direzione investigativa antimafia di Messina – “sono state realizzate ufficialmente tramite alcune società riconducibili formalmente ad affini o componenti del nucleo familiare investigato privi di precedenti giudiziari, nonché tramite terzi che hanno mascherato il reale coinvolgimento del sodalizio e l’entità dei proventi realizzati”. Variegate le modalità di gestione utilizzate dalla famiglia Romeo-Santapaola nei ludo-affari: alcune sale e internet-point legali, altre del tutto taroccate, illecite e del tutto estranee al circuito di verifica dell’Agenzia autonoma dei monopoli di Stato (Aams).

Una Romeo’s Bank per mister scommesse.

Le indagini Beta e Beta due hanno consentito di dare un volto e un nome agli interlocutori di fiducia di Vincenzo Romeo & C., prestanome o operatori consenzienti del gran circo del video-gioco d’azzardo. E’ così che alcuni di essi hanno fatto compagnia ai Romeo boys nei processi scaturiti dalla doppia operazione antimafia, uno dei quali conclusosi un paio di mesi fa con pesantissime condanne e un altro ormai al giro di boa finale. Un imprenditore dalle provate cointeressenze con gli esponenti del gruppo criminale messinese nella gestione delle slot machine ed altri infernali marchingegni d’intrattenimento è certamente Giovanni Marano, socio ed amministratore della Bet S.r.l. di Catania, descritto dagli inquirenti come un soggetto con precedenti per truffa ed associazione di tipo mafioso. “Con le nostre indagini abbiamo documentato diversi contatti tra Giovanni Marano e Vincenzo Romeo in riferimento al settore giochi e scommesse: il pregiudicato messinese distribuiva le macchinette per conto della società Bet nella titolarità del Marano”, ha riferito in una delle ultime udienze del processo Betail maresciallo maggiore dell’Arma dei carabinieri Vincenzo Musolino, in forza al Raggruppamento Operativo Speciale – R.O.S. di Messina. “Questo rapporto tra il Romeo e Marano è stato anche oggetto di una conversazione del 19 dicembre 2014, nella quale Vincenzo Romeo fa riferimento al fatto di essere stato una banca per Marano, cioè di aver fornito denaro anche all’imprenditore catanese. La relazione tra il Marano e Romeo è stata confermata anche dal collaboratore Biagio Grasso (costruttore originario di Milazzo, per anni contiguo al gruppo criminale Romeo-Santapaola, NdA). In particolare Grasso ci riferisce di un contenzioso avuto da Vincenzo Romeo con i parenti della di lui moglie per un’eredità. Il 21 marzo 2013 moriva Francesco Di Pietro che era il suocero di Vincenzo Romeo in quanto padre di Caterina Di Pietro, sua moglie. Il predetto aveva una società che distribuiva giochi che si trova sulla via della Libertà, di fronte la Fiera di Messina. L’attività di intercettazione aveva fatto emergere una diatriba tra gli eredi del defunto; in particolare il 22 aprile 2014, nel corso di un colloquio, Vincenzo Romeo e l’avvocato Andrea Lo Castro facevano riferimento a questa diatriba familiare e, quindi, alla possibilità di far firmare un atto a Giovanni Marano. Il Romeo riferiva poi che avrebbe portato Marano dall’avvocato Lo Castro in maniera tale da istruirlo sul da farsi. Andrea Lo Castro faceva riferimento alla preparazione di un contratto per giustificare qualcosa”. Sarà lo stesso Biagio Grasso a spiegare agli inquirenti il significato di quella telefonata. Nel corso dell’interrogatorio dell’11 gennaio 2018, il costruttore mamertino riferiva che il noto legale-consigliore della famiglia Romeo aveva ideato la costituzione di un’ipoteca sugli immobili oggetto di controversia tra le parti, iscritta sulla base di un debito inesistente riguardante i rapporti tra Giovanni Marano ed una delle società che operavano nel settore giochi e scommesse appartenuta al suocero defunto di Romeo, Francesco Di Pietro. “Il 24 aprile 2014 registriamo una nuova conversazione tra Vincenzo Romeo e Andrea Lo Castro dove si fa riferimento ad un contratto da stipulare e che avrebbe fatto passare Marano”, ha aggiunto il maresciallo Musolino. “La sera stessa registriamo una conversazione all’interno dello studio Lo Castro tra il legale, Vincenzo Romeo e un uomo che noi non riusciamo ad identificare. Nel corso di questa conversazione si fa riferimento all’azione da effettuare su alcuni immobili che sono dentro un’ereditàe alla necessità di effettuare un inventario di essi, coinvolgendo un notaio. Si parla in particolare di scegliere come notaio Bruni o Maiorana. Lo Castro riferiva che era meglio contattare l’avvocato Bruni e non Maiorana in quanto quest’ultimo si comportava come un notaio ragioniere, cioè troppo puntiglioso. C’era dunque la necessità di avere un’elasticità in questa situazionee veniva chiarito altresì che gli immobili si trovavano a Paradiso; uno era di 50 mq e valeva intorno ai cinquantamila euro, l’altro era di 200 mq e ne valeva trecentoquaranta/centocinquantamila. Nel corso di questa conversazione Romeo fa riferimento alla necessità di portare Marano e Lo Castro si dichiara d’accordo così avrebbero sistemato questa cosa…. Uno dei fratelli di Francesco Di Pietro era Pietro Di Pietro, co-intestario dei due immobili e aveva un’officina di riparazioni di apparecchiature per le comunicazioni, quindi lavorava più o meno nello stesso ambito dei Romeo, perché anche Francesco Romeo, il padre di Vincenzo Romeo, si occupava di riparazione di impianti di giochi (…) Dall’ispezione ipotecaria dei beni posseduti da Francesco Di Pietro riscontriamo al registro generale un atto notarile del 7 ottobre 2016 presso lo studio del notaio Giuseppe Bruni relativo ad annotazione e trascrizione con rilascio beni ai creditori”. Un riscontro oggettivo, dunque, alle dichiarazioni di Biagio Grasso e soprattutto la conferma della totale disposizione di Giovanni Marano nei confronti di Vincenzo Enzo Romeo.

Quegli assegni sospetti sulla piazza di Milano.

E’ ancora il maresciallo dei R.O.S. Vincenzo Musolino a fornire ulteriori elementi sulla relationship tra i due imputati eccellenti del processo Beta. “Nell’ambito dell’attività di indagine Refugium peccatorum della Procura di Milano dove sono stati condannati diversi soggetti tra i quali Biagio Grasso (in abbreviato ha avuto sei anni e nove mesi) e Susanna Allievi che era una sorta di prestanome del costruttore, è stato effettuato uno screening di tutti gli assegni che fuoriescono dalla ITC S.r.l., una società di Grasso anche se egli non era effettivamente presente in essa perché erano altri gli amministratori. Da questa società, in particolare, vengono emessi una serie di assegni nei confronti della Bet S.r.l. di Giovanni Marano dell’importo di poco inferiore a cinquemila euro, ovvero quattromila novecentottanta euro, questo per evitare i possibili controlli (nello specifico è stata accertata l’emissione da parte della ITC di otto assegni a favore della società del Marano nel periodo compreso tra il 29 giugno e il 13 luglio 2011, NdA). La ITC è un’azienda che si occupava di acquisto di capi di abbigliamento e altro, quindi nulla aveva a che fare con la Bet, che invece era una società di scommesse”.

Tra gli operatori con cui era in contatto sia Vincenzo Romeo che Giovanni Marano c’era pure Francesco Leonardi, gestore del ritrovo Rowenta di Torre Faro, all’interno del quale Romeo aveva le slot machine che facevano capo alla Bet S.r.l. di Marano.  “Per quanto riguarda il Rowenta di Francesco Leonardi, il 14 febbraio 2014, abbiamo intercettato un colloquio tra Vincenzo Romeo e Giovanni Marano in cui i due valutavano la possibilità di sfruttare la licenza che era in possesso di quest’esercizio per installarvi le proprie apparecchiature da intrattenimento”, ha riferito al processo Beta un altro inquirente, il funzionario di Ps Benedetto Russo, in servizio all’Unità operativa speciale, sezione anticrimine di Messina. “In quella circostanza Vincenzo Romeo diceva a Marano di essere andato a parlare da Leonardi e di aver avuto dei problemi per l’iscrizione nei registri che consentivano l’effettiva possibilità di svolgere questa attività. Enzo Romeo riferiva inoltre di aver appurato che Leonardi aveva la licenza e che voleva cinque macchine e Marano si rendeva disponibile a fornirle”. Sempre secondo quanto emerso nel corso delle indagini, Francesco Leonardi aveva contratto un debito con il Romeo e presumibilmente con lo stesso Marano e aveva la necessità di corrispondere prima possibile ai due creditori la somma che doveva pagare. “Per fare questo il gestore di Rowenta aveva chiesto in più circostanze sia a Vincenzo Romeo che a Massimo Laganà inteso Nunzio, la possibilità di sistemare all’interno del proprio locale delle macchinette”, ha aggiunto Benedetto Russo. “In sostanza lui lamentava che le percentuali di incasso che c’erano con le macchinette dello Stato e dunque con quelle regolarmente collegate alla rete Aams erano talmente esigue che non sarebbe riuscito a pagare la somma che doveva a Romeo in tempi brevi e quindi, per accelerare questo processo, chiedeva l’installazione di macchinette non dello Stato, così come le chiamava per distinguerle da quelle che lo erano. Purtroppo non è stato possibile documentare se queste macchinette alla fine sono state collocate da Massimo Laganà, perché quest’ultimo, in realtà, aspettava dei pezzi per poter completare l’assemblaggio”.

“Abbiamo pure documentato che nell’esercizio di Francesco Leonardi veniva effettuata la raccolta scommesse e che egli stesso si lamentava dei comportamenti di Marco Daidone che lui chiamava Tignusu proprio perché era calvo, in quanto effettuava i resoconti delle attività che venivano svolte quando non era presente lui e chiedeva in due circostanze diverse, una volta a Massimo Nunzio Laganà, una volta a Giovanni Bevilacqua, altro uomo di fiducia di Vincenzo Romeo nella gestione del settore giochi e scommesse, se queste attività fossero riconducibili direttamente a Vincenzo Romeo oppure no. In entrambi i casi sia il Laganà che Bevilacqua rispondevano in modo un po’ evasivo, però, viste le insistenze di Leonardi, erano costretti a dargli delle spiegazioni e ammettevano alla fine che sì, che erano attività imprenditoriali di interesse del Romeo ma materialmente gestiti da altri ragazzi a lui collegati. Abbiamo avuto modo di documentare questa cosa perché le scommesse attraverso i siti www.bet610 e betgame24 erano gestiti da Marco Daidone che si serviva per la specifica attività anche di Giuseppe Verde e Fabio Laganà, fratello di Nunzio. Praticamente le attività consistevano nel portare dei computer presso l’esercizio commerciale per consentire ad esso di raccogliere le scommesse degli avventori”.

Il socio-nipote del re (deposto) dei supermercati.

Le indagini Beta e Beta due hanno evidenziato lo spessore e la solidità degli interessi cogestiti dal gruppo criminale con a capo Vincenzo Romeo e dall’affermato imprenditore del settore scommesse Michele Spina, originario di Acireale. Titolare della Primal S.r.l.con sede legale in Sant’Agata li Battiati, Spina poteva vantare una parentela di tutto rispetto: egli è infatti nipote di Sebastiano Scuto, noto alle cronache come il re dei supermercati siciliani, nonché “soggetto con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, impegnato per il reimpiego ed il riciclaggio dei capitali illeciti del clan Laudani, federato ai Santapaola”, come riportano gli inquirenti nell’informativa Beta. Anche stavolta lo stretto grado di affinità si sposa con la condivisione di imprese e attività economiche. Sebastiano Scuto è stato infatti socio della Primal sino al 12 giugno 2001 quando aveva ceduto le proprie quote per un valore di 9.450.000 delle vecchie lire a Donata Genoveffa Ferrara, moglie di Michele Spina. Il 16 febbraio 2004 Michele Spina costituiva invece la R. & S. S.r.l., avente ad oggetto sociale, tra l’altro, la gestione ed organizzazione di sale adibite al gioco del Bingo. Il 99% del capitale sociale per 25.000 euro veniva attribuito allo stesso Spina, mentre la parte rimanente era intestata al palermitano Paolo Maria Rigano. Il 16 aprile dello stesso anno, la R. & S. acquisiva la proprietà di un ramo d’azienda dalla Primal S.r.l. per il valore di 130.000 euro, consistente nell’attività di gestione Bingo e all’utilizzo di macchine elettroniche esercitato presso la sala denominata Jack Pot di Piazza della Repubblica a Messina, proprio di fronte la stazione centrale. “Nel gennaio del 2007 la Squadra Mobile della Questura di Messina, nell’ambito di un procedimento penale scaturito da un tentato omicidio accaduto nello stesso centro urbano, acquisiva riferimenti riguardanti l’esistenza nel capoluogo peloritano di interessi nel settore della gestione illecita di scommesse di eventi sportivi grazie ad alcune intercettazioni espletate nei confronti degli indagati”, riportano gli inquirenti nell’informativa di reato Beta. “In particolare la P.S. aveva indagato sul conto di Paolo Maria Rigano, all’epoca concessionario del locale punto SNAI con sede in Viale Giostra n. 28, di fatto operante anche nella raccolta delle scommesse con la società All Bets S.r.l. accreditata presso l’Aams e con la società Paribet tramite la quale lo stesso aggirava la normativa vigente. La stessa PS aveva quindi evidenziato la pregressa cointeressenza societaria esistente tra Michele Spina e il Rigano formalizzata attraverso la società R & S S.r.l. con sede legale nel medesimo indirizzo della Primal; i due, inoltre, risultavano aver gestito ed amministrato la sala bingo Jack Pot di Messina”. Le indagini hanno documentato che in seguito Paolo Maria Rigano aveva ceduto l’attività del Bingo di Piazza Stazione allo Spina per dedicarsi alla gestione delle scommesse sportive telematiche autorizzate tramite la All Bets in Viale Giostra. “Al contempo Rigano creava un sito, tramite provider dislocato a Malta, denominato Paribet.comov e convogliava la maggior parte delle scommesse sportive telematiche raggirando i controlli dei monopoli”, riportano gli inquirenti peloritani.

Il Super-Bingo di piazza Stazione e le pizzo slot-machine.

Agli atti del procedimento Beta c’è pure il contenuto di un colloquio intercorso tra Vincenzo Romeo e Massimo Nunzio Laganà in occasione della programmazione di uno dei viaggi da loro effettuati a Malta, in cui il Laganà faceva espresso riferimento al Rigano titolare di un ristorante e compare del Romeo stesso. Ancora più rilevante, perlomeno per comprendere genesi e collusioni del Jack Pot di Messina, quanto riferito dal costruttore Biagio Grasso il 5 maggio 2018, dopo l’avvio della sua collaborazione con i magistrati. “Michele Spina aprì il Bingo a Messina, grazie ai sui rapporti con Vincenzo Romeo”, ha spiegato Grasso. “Il locale era di un tale Piccolo, titolare degli ex magazzini Piccolo. Il Romeo aveva un rapporto privilegiato con il Piccolo; infatti sia Romeo che Marano mi proposero di investire per riaprire un Bingo in città, visto che il Marano poteva aveva la disponibilità di una licenza. Siamo andati, quindi, a vedere l’ex Bingo, dove si presentò uno dei fratelli Piccolo, che mi venne presentato dal Romeo, ma l’affare non si concluse. Seppi quindi, che, proprio per tale rapporto privilegiato tra Piccolo e Romeo, allo Spina era stato all’epoca concesso il locale del Bingo ad un canone di locazione conveniente. Il Romeo aveva imposto che all’interno del Bingo gestito da Spina, i fratelli Lipari aprissero un bar (Antonio e Salvatore Lipari, entrambi condannati in primo grado al processo Beta due a dieci anni e otto mesi di reclusione per associazione mafiosa, NdA) e che gli addetti alla sicurezza fossero collegati al Romeo. In più, al suo interno erano istallate delle macchinette slot machine, in parte legali e in parte abusive, per come mi riferì lo stesso Spina, la cui conduzione era riferibile a Vincenzo Romeo ed alla famiglia Marano. In virtù di questo rapporto con Romeo, Spina mi disse che, per la gestione della sala Bingo, non pagava l’estorsione alla criminalità organizzata messinese. Il Bingo successivamente chiuse per vari problemi giudiziari che ebbe Spina…”. Interrogato dalla Direzione investigativa antimafia il 5 giugno 2018, Biagio Grasso aggiungeva che gli affari del gruppo Romeo-Santapaola nel settore dei giochi “venivano sfruttati per mascherare alcune estorsioni, nel senso che veniva imposta la collocazione delle macchinette presso i locali come una forma di pagamento del pizzo”.

Un mese prima, il collaboratore Biagio Grasso aveva spiegato agli inquirenti come Spina, Romeo e Marano fossero ascesi all’Olimpo del gioco-scommesse, anche grazie ai soldi provenienti da alcuni dei più potenti clan della criminalità organizzata di mezza Italia. “Michele Spina è un soggetto vicino a Vincenzo Romeo e alla famiglia Santapaola ed ha gestito la vicenda del bando di Lottomatica attraverso la società Primal”, esordiva il costruttore milazzese. “Il rapporto tra Spina e Romeo nasce attraverso Giovanni Marano, come confidatomi da Spina, all’epoca del primo bando per il rilascio delle concessioni da parte di Lottomatica. Spina, per partecipare al predetto bando, aveva necessità di ingenti somme di denaro che Romeo, attraverso i suoi canali riconducibili a soggetti appartenenti alla criminalità organizzata pugliese e calabrese (Sacra Corona Unita e ‘Ndrangheta), riuscì a raccogliere, per un ammontare di circa 3 o 3,5 milioni di euro, in parte in contanti…”.

“Vi era un altro soggetto della zona di Agrigento che aveva aiutato il Romeo a trovare il denaro per aiutare Spina”, aggiungeva Grasso. “Alcuni punti scommesse dovevano andare anche alla famiglia di Matteo Messina Denaro; la parte di Messina al Romeo, mentre quella di Catania a Marano-Spina tramite il Romeo. Il gruppo di società riconducibili allo Spina o ai prestanome di questi, si aggiudicò il bando, ma, successivamente, le fideiussioni non vennero accettate ed a quel punto lo Spina è costretto a restituire le somme raccolte dal Romeo. Il Romeo, a questo punto, viene presentato come il nuovo proprietario della Primal, garantendo a coloro che avevano investito il denaro la restituzione delle somme, a fronte delle difficoltà economiche che aveva avuto lo Spina. Rimane, tuttavia, un debito di circa 300-350 mila euro, che Spina deve restituire a Romeo. In tale fase, circa nel 2015, iniziano i rapporti economici tra me e Spina, sollecitati da Romeo, proprio al fine di facilitare il recupero delle somme che questi vantava dallo stesso Spina. In un primo momento cerco di intervenire insieme all’avvocato Andrea Lo Castro per effettuare una sorta di salvataggio economico della Primal, che, tuttavia, fallisce da lì a poco; successivamente, io e Spina avviamo una serie di operazioni finanziarie all’estero, precisamente in Africa, nel settore dei metalli preziosi…”. CONTINUA…