Omicidio Marchese a Messina, Rosario Vinci è innocente

8 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha scagionato Rosario Vinci dall’accusa di aver preso parte all’omicidio di Stefano Marchese, ucciso il 18 febbraio 2005 al distributore di carburanti dell’Annunziata alta. Vinci era stato condannato all’ergastolo in primo grado e in appello, ma la Corte di Cassazione aveva annullato il verdetto rinviandolo ai giudici di secondo grado, che oggi hanno deciso. Accogliendo la richiesta del difensore, l’avvocato Salvatore Silvestro, la Corte d’oltre Stretto ha assolto per non aver commesso il fatto Vinci. Lo scorso anno la Cassazione aveva invece respinto il ricorso sull’ergastolo per Marcello D’Arrigo, rendendo per lui la condanna definitiva.

D’Arrigo era accusato di aver dato l’ordine di eliminare il giovane Marchese, uscito di galera da poco e impiegato al distributore della zona nord.

Era in auto, in attesa che aprisse il distributore, nel primissimo pomeriggio, quando i killer gli si avvicinarono in moto e gli puntarono la pistola addosso. Stefano Marchese ha cercato di scappare, ma la raffica di colpi non gli ha lasciato scampo. Quando era già a terra, il killer gli ha inferto un ultimo colpo alla testa.

La decisione di uccidere il giovane non era solo di D’Arrigo, secondo i pentiti, che hanno chiamato in causa anche Rosario Vinci e il padre Giovannino, che controllavano la zona dell’Annunziata, dove Marchese stava cercando di “allargarsi” a scapito dei vecchi referenti.

Dopo 4 anni di carcere, oggi per Vinci arriva il verdetto liberatorio. I giudici non hanno considerato fondate le accuse, che non hanno trovato ulteriori riscontri al di fuori delle dichiarazioni rese deai collaboratori di giustizia.

A fare luce sul delitto è stata la Squadra Mobile di Messina. Da subito gli investigatori avevano sospettato il movente, inquadrandolo nella guerra di mafia che in quegli anni produsse altri morti, in città, nello scontro interno tra i gruppi della zona sud e di Giostra. Le dichiarazioni di Barbera confermarono il quadro già tracciato.