Attentato ad Antoci, l’avvocato Cosentino: “Ceraolo è indagato, ecco le prove”

11 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Mario Consentino, avvocato dei poliziotti coinvolti nell’attentato all’allora presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, smentisce le affermazioni fatte dall’ex poliziotto Mario Ceraolo che negava di essere indagato presso la procura della Repubblica di Messina. E  lo fa mostrando anche i documenti ufficiali: “L’avv. Ceraolo – scrive il legale dei poliziotti –, ha dichiarato, su svariate testate giornalistiche, di essere certo di non essere iscritto nel registro degli indagati per i reati di calunnia, false informazioni al pubblico ministero e diffamazione a mezzo stampa; si è lamentato di subire accuse strumentali da Antoci, Manganaro e dal suo avvocato, per le quali minaccia querela ed indicando una serie di circostanze, di fatto, sostiene sempre la simulazione dell’attentato, definendolo, fin dall’inizio “una babbaria”. Conclude che la mafia si contrasta con la verità. Ed allora che verità sia, ma quella documentale e quella degli atti giudiziari. Preliminarmente, specifico di non essere l’avvocato solo del dott. Manganaro, ma anche degli agenti della scorta ed in genere tutelo gli appartenenti alla polizia, i quali oggi, come tante altre volte, si vedono lesi doppiamente, sia dall’attentato, sia dalle ipotesi calunniose di coloro che, come nel caso specifico hanno indotto in errore la Commissione Politica Antimafia Siciliana”.

E poi continua: “Le notizie fornite dallo scrivente, in merito all’attentato ed ai soggetti che lo mettono in dubbio, traggono origine da atti giudiziari, nello specifico: l’iscrizione nel registro degli indagati del dott. Ceraolo è certificato dalla Procura della Repubblica di Messina in data 01.10.2019 (che allego in copia per evitare speculazioni), così come il fatto che l’ avv. Ceraolo è stato rinviato a giudizio per gravissimi reati (proc. N. 5238/1999 R.G.N.R), presso il Tribunale di Catania, tra cui l’aver formato falsi verbali di sommarie informazioni addirittura apponendogli, le firme contraffatte dei magistrati incaricati, nonché, nella qualità di ufficiale di polizia aver formato dei verbali ove attestava fatti falsi al fine di commettere il reato di calunnia; capi di imputazioni per i quali lo stesso Tribunale, con sentenza n. 4285/2013 dichiarava non doversi procedere per intervenuta prescrizione, dichiarando tuttavia “la falsità dei documenti”.

Relativamente alle dichiarazioni del sig. Calì, Sindaco di Cesarò, utilizzate anche dalla Commissione Antimafia, per ipotizzare la simulazione dell’attentato, si specifica che contrariamente a quanto dedotto nella “Relazione” e nella conferenza stampa del 8 ottobre 2019 (ove mi è stato vietato l’ingresso), il Calì, sentito a sommarie informazioni, davanti l’Autorità Giudiziaria dopo aver ricordato che nel 2014 gli avevano bruciato la macchina, più volte ha dichiarato di aver paura, di aver forti timori per la sua incolumità e timore anche di essere ucciso. Dichiarava altresì di vergognarsi per le dichiarazioni rese ai giornalisti, nelle quali affermava che non c’era alcun problema (stralcio S.S.I.I. in allegato). Sullo stesso fronte, si pongono a fondamento per la “simulazione” le dichiarazioni del maresciallo Lo Porto ove si afferma che, i soggetti registrati dalle telecamere dei luoghi, la notte dell’attentato, sarebbero dei ruba galline”.

“Ai dubbi del Presidente Fava – dice Consentino – in tal proposito, ha risposto il Procuratore della Repubblica, Dott. Cavallo, il quale, ha chiarito che a seguito delle intercettazioni telefoniche è emerso che tali soggetti non erano degli stinchi di santo, anzi erano persone che avevano estrema attenzione nel parlare, nell’usare determinate frasi e nel non parlare in macchina ed al telefono. Specificando altresì che: “quindi con buona pace del maresciallo Lo Porto che io non conosco, questi personaggi credo abbiano un certo rilievo. In ogni caso credo che le valutazioni di una DDA siano ben più importanti di un maresciallo di una stazione dei carabinieri”.

“Contrariamente a quanto pubblicato dal Ceraolo ed in parte dalla Commissione Antimafia Siciliana che ancora – dice ancora l’avvocato -, non mi ha fornito la documentazione richiesta, non ha voluto sentirmi per chiarire la posizione dei miei assistiti (utile a smentire tutte le posizioni dei sostenitori della simulazione) e mi ha negato la partecipazione alla conferenza stampa, allo stato non posso che riportami a verità giudiziaria ove il GI.P. di Messina, nella sua Ordinanza ha scritto che “appariva innegabile che tale gravissimo attentato era stato commesso con modalità tipicamente mafiose rappresentando un dato processualmente acquisito l’esistenza di un sodalizio di stampo mafioso, operante da tempo nel territorio del Comune di Tortorici e zone limitrofe – e con la complicità di ulteriori soggetti, che si erano occupati di monitorare tutti gli spostamenti dell’Antoci e di segnalare la partenza dal comune di Cesarò. Si trattava, a ben vedere, di un vero e proprio agguato, meticolosamente pianificato e finalizzato non a compiere un semplice atto intimidatorio o dimostrativo, ma al deliberato scopo di uccidere”. (allegata in forma integrale). Che oggi si accusino dei poliziotti che hanno subito un attentato, ipotizzando essere simulato, sul sentito dire di giornalisti e detrattori, mi fa indignare e mi spinge a fare emergere la verità”.

E infine: “Mi auguro che al più presto, possa essere messo in condizione di interloquire con la Commissione Antimafia Siciliana, per dimostrare gli errori in cui è stata indotta. Sperando che al più presto si possa avere giustizia e restituire dignità ai poliziotti ed a tutte le forze dell’ordine che sono, come avrebbe detto Giorgio Faletti nella sua famosa canzone: divise derise che vanno strette …che si fanno ammazzare per poco più di un milione al mese ………. se chi li ammazza prende di più di quanto prende la brava gente………. Che di coraggio ne hanno tanto, ma diventa sempre più dura quando tocca fare i conti con il coraggio della paura”.