BETA: Iniziata la requisitoria dell’accusa al processo d’appello. Il pg Salamone: avevano creato “l’Università del gioco d’azzardo”

5 Dicembre 2019 Senza categoria

di Nuccio Anselmo  – Le radici del gruppo mafioso dei Romeo-Santapaola, la sua naturale evoluzione dopo l’insediamento in città, il suo “silenzioso” esplicarsi tra le pieghe criminali e salottiere di Messina, le varie fattispecie di reato legate ai tanti “interessi” del clan.

È andata avanti per un paio d’ore, ieri mattina, al processo d’appello “Beta”, la requisitoria del sostituto procuratore generale Maurizio Salamone. E non è ancora finita. Gli altri aspetti, il magistrato dell’accusa, li tratterà all’udienza del 10 dicembre, quando trarrà le conclusioni su ognuno dei 21 imputati. Poi, quello stesso giorno, sarà la volta degli avvocati di parte civile, quindi il calendario prefissato si snoderà fino alla fine di gennaio per il ciclo delle tante arringhe difensive.

Ecco la lunga mattinata di ieri a Palazzo di giustizia davanti della sezione penale della Corte d’appello presieduta dal giudice Maria Celi, al processo d’appello “Beta”, l’indagine della Distrettuale antimafia e dei carabinieri del Ros che vede alla sbarra 21 imputati e racconta l’esistenza della “cupola” mafiosa a Messina capeggiata dalla famiglia dei Romeo e strettamente collegata al gruppo catanese dei Santapaola-Ercolano, anche per vincolo familiare diretto.

Ieri mattina il sostituto pg Salamone ha ripercorso in prima battuta e in maniera molto dettagliata la genesi del gruppo mafioso «delocalizzato» dei Romeo-Santapaola, descrivendo anche il modo «silente» con cui s’è insinuato sia nei gangli criminali di Messina, diventando praticamente il gruppo egemone cittadino, sia tra le pieghe della pubblica amministrazione e nel mondo dei professionisti corrotti, per fare affari milionari. Sempre senza “sangue” ma con la sola forza dell’intimidazione derivante dal nome di peso nella nomenklatura mafiosa siciliana, quello dei Santapaola.

Poi il magistrato dell’accusa ha iniziato ad esaminare anche le singole posizioni degli associati. E per esempio per Nunzio Laganà, che ha definito una sorta di “socio al 50%” nel business internazionale del gioco d’azzardo con Vincenzo Romeo, ha chiaramente anticipato che contesterà l’assoluzione parziale (dal reato associativo mafioso) decisa in primo grado, visto che a suo giudizio a Messina, anche con il suo contributo avevano realizzato una vera e propria “università del gioco d’azzardo”, per esempio con interessi a Malta e nell’area della ex Jugoslavia.
La “Beta” è sfociata nell’estate del 2017 in 30 arresti. È stata svelata la presenza di una costola di Cosa nostra etnea a Messina, sovraordinata ai gruppi mafiosi operanti nella provincia, che si avvaleva dell’attività di professionisti, imprenditori e funzionari pubblici per gestire lucrosi affari. Tra i reati contestati oltre all’associazione mafiosa anche estorsioni, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, frodi informatiche, gioco d’azzardo illegale e trasferimento fraudolento di beni, corse dei cavalli. RASSEGNAWEB DA: Gazzetta Del Sud

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