Omicidio Rizzo, svolta dopo 20 anni. Chiesto il giudizio per Sem Di Salvo, Giovanni Rao, Carmelo D’Amico, Basilio Condipodero

5 Dicembre 2019 Inchieste/Giudiziaria
di Leonardo Orlando - L’omicidio dell’autotrasportatore di Barcellona, Carmelo Martino Rizzo, ucciso a 27 anni, nella cabina del suo camion, poco prima dell’alba del 4 maggio del lontano 1999 a Lauria, in una piazzola di sosta del tratto lucano dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, in direzione nord, sarebbe stato ordinato dai vertici della “famiglia mafiosa dei barcellonesi”.
Vent’anni dopo quel delitto, la Procura distrettuale antimafia di Potenza, grazie alle dichiarazioni di quatto collaboratori di giustizia, ha tracciato nuovi scenari di mafia chiedendo il rinvio a giudizio dei boss al vertice dell’organizzazione mafiosa di Barcellona: Salvatore “Sem” Di Salvo, 54 anni; Giovanni Rao, 58 anni; Carmelo D’Amico, 48 anni, quest’ultimo transitato tra i collaboratori di giustizia; e del gregario Basilio Condipodero, 45 anni, quest’ultimo indagato anche per l’uccisione del giornalista Beppe Alfano.
Tutti dovranno comparire davanti al gip di Potenza il prossimo 12 dicembre per rispondere di omicidio, con l’aggravante delle modalità mafiose e della premeditazione, perché, in concorso tra loro e con il barcellonese Stefano Genovese, già condannato a 27 anni per lo stesso omicidio con sentenza definitiva, causavano la morte di Carmelo Martino Rizzo, autotrasportatore di Barcellona, che veniva attinto da colpi d’arma da fuoco in varie parti del corpo.
In particolare – secondo l’accusa mossa dalla Dda di Potenza – Salvatore “Sem” Di Salvo e Giovanni Rao, nella veste di soggetti apicali del sodalizio mafioso della “famiglia barcellonese”, svolgevano il ruolo di ideatori e mandanti del delitto; l’ex boss Carmelo D’Amico, transitato nelle fila dei collaboratori di giustizia, accompagnava invece nella fese preparatoria del delitto Sem Di Salvo allorché quest’ultimo si incontrasse con Stefano Genovese (già riconosciuto in via definitiva quale esecutore materiale del delitto) e con questi concordava l’organizzazione e l’esecuzione dell’omicidio di Carmelo Martino Rizzo, così offrendo il suo contributo e rafforzando il proposito criminoso. L’ex titolare di un bar-trattoria di Barcellona, Basilio Condipodero, viene invece ritenuto partecipe dell’esecuzione del delitto. Nei confronti di Condipodero l’accusa avanzata della Dda di Potenza è quella di aver fornito «importante appoggio a Stefano Genovese il quale, dopo aver seguito la vittima Carmelo Martino Rizzo lungo il tragitto autostradale lucano, esplodeva tre colpi d’arma da fuoco che lo attingevano in varie parti del corpo uccidendolo». A tutti gli imputati si contesta l’aggravante di aver agito con modalità mafiose allo scopo di agevolare l’attività della cosca denominata “famiglia barcellonese”, punendo – secondo l’ipotesi di accusa – «una persona che, avendo contribuito al furto di un automezzo meccanico ad una ditta che pagava il “pizzo” alla cosca mafiosa dei barcellonesi, aveva interferito negli interessi economici del clan». Solo all’ex commerciante Basilio Condipodero, l’unico degli indagati che allo stato si trova in libertà, si contesta, sempre in concorso con Stefano Genovese, la violazione delle leggi sulle armi con l’aggravante delle modalità mafiose perché, al fine di commettere l’omicidio, illecitamente avrebbe detenuto e portato in luogo pubblico una pistola “Beretta modello 70 calibro 765” con numero di matricola abraso. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Giuseppe Lo Presti, Diego Lanza, Tommaso Calderone, Tino Celi, Francesco Scattareggia Marchese, Tommaso Autru Ryolo e Antonella Pugliese. Rassegnaweb da Gazzetta del Sud

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