IL PROCESSO: CAF-FENAPI, IL ‘GRANDE ACCUSATORE’ DI CATENO DE LUCA IN AULA

17 Dicembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Alla fine dei conti giudiziari il ‘grande accusatore’ del sindaco Cateno De Luca, ieri pomeriggio, al processo sull’evasione fiscale del Caf-Fenapi – come scrive oggi su Gazzetta del Sud Nuccio Anselmo – ha potuto dire poco o nulla. L’avvocato Giovanni Cicala infatti, che prima era consulente esterno del Caf-Fenapi srl e poi nel marzo del 2014 rimise l’incarico presentandosi con una denuncia-querela alla Guardia di Finanza di Barcellona contro il presidente del Caf-Fenapi Carmelo Saitta, da cui scaturì poi la clamorosa inchiesta, per oltre un’ora (dalle tre del pomeriggio) ha risposto alle domande del pm Francesco Massara. Ma più volte, nei punti-chiave, s’è dovuto stoppare per due ragioni ben precise: per un verso il segreto professionale da rispettare come avvocato e per altro verso la pendenza di un procedimento a Reggio Calabria che lo vede indagato dopo una denuncia-querela presentata da De Luca, a suo carico, per calunnia. La procura reggina, per la denuncia-querela presentata da De Luca, ha già chiesto l’archiviazione, ma il sindaco s’è opposto e la prossima udienza per la trattazione è fissata il 4 marzo. E proprio questo secondo aspetto della questione è stato ieri ‘la pietra dello scontro’ iniziale tra alcuni dei difensori principali del procedimento, gli avvocati Carlo Taormina, Giovanni Mannuccia ed Emiliano Covino, ma soprattutto per Mannuccia, che ha spesso ‘battibeccato’ con il pm Massara. In ogni caso la lunga disamina giuridica per la ‘qualifica’ da assegnare all’avvocato Cicala durante la sua deposizione l’ha risolta ovviamente il giudice monocratico che sta gestendo il processo, Simona Monforte, dopo aver ascoltato tutti: l’avvocato Cicala era da qualificare come ‘teste assistito’, ex art. 197 bis secondo comma, con tanto di difensore al seguito, la collega Gabriella Caccamo, e non un imputato di reato connesso come aveva sostenuto invece il professore Taormina, che altrettanto ovviamente è rimasto della sua opinione. Sciolto il dubbio non amletico, la deposizione dell’avvocato Cicala è andata avanti per oltre un’ora, menomata per forza di cose dal segreto professionale e dal procedimento pendente a Reggio Calabria, quanto meno sul piano del dibattimento. Perchè l’accusa ha ovviamente tra le sue carte la denuncia-querela che il professionista presentò a suo tempo e i successivi verbali rilasciati ai finanzieri come persona informata sui fatti. Ha poi sottolineato più volte il pm Massara, che ad avviso della Procura in questa storia del Caf-Fenapi siamo nell’alveo di un unico procedimento derivante da quella denuncia ed è il numero 3086/14.

In ogni caso ieri l’avvocato Cicala ha ricostruito la genesi e l’esplicarsi dei suoi rapporti con il Caf-Fenapi e con Cateno De Luca, prima che il rapporto professionale s’interrompesse bruscamente. E ha pronunciato per esempio frasi del tipo, “…parlò solo De Luca, gli altri annuivano o intervengano ogni tanto”, oppure, riferendosi al Caf-Fenapi, “…era una realtà imprenditoriale dallo stesso creata, era uno dei ‘padri fondatori’, era un ‘business man’, oppure “dopo aver lavorato ‘in nero’ gli era stato riconosciuto un contributo su cui aveva pagato le tasse“.

Oltre a De Luca sono coinvolti nel procedimento anche Carmelo Satta, ex presidente Fenapi ed ex sindaco di Alì, e i collaboratori Cristina Triolo, Floretana Triolo, l’ex sindaco di S. Teresa di Riva Antonino Bartolotta, il commercialista Giuseppe Ciatto, Francesco Vito, Carmelina Giuseppa Cassaniti, come rappresentante legale del Caf Impresa Fenapi srl e infine Fabio Nicita.

L’accusa principale che viene contestata è una presunta maxi evasione da un milione e 750 mila euro che vede coinvolte oltre al sindaco anche nove persone.

Si riprende il 7 febbraio per finire l’esame dell’avvocato Cicala da parte del Pm e partire con i controinterrogatori dei difensori. Scintille d’aula assicurate.

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