PARMALIANA: LA CONDANNA DELL’EX PG FRANCO CASSATA, RESPINTA L’ISTANZA DI REVISIONE

17 Dicembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Enrico Di Giacomo – La Seconda sezione penale della Corte d’appello di Catanzaro ha dichiarato l’inammissibilità dell’istanza di revisione della sentenza di condanna che era stata presentata dall’ex Procuratore Generale Franco Cassata, accusato di essere il ‘corvo’ che nel settembre 2009 ha inviato un bieco dossier anonimo allo scrittore Alfio Caruso (all’epoca impegnato nella stesura del libro “Io che da morto vi parlo”, una meticolosissima analisi sulla vita del professor Adolfo Parmaliana, 50 anni, ordinario di chimica a Messina, e delle avversità da lui patite fino al suo suicidio del 2 ottobre 2008) e al senatore Beppe Lumia.

Il sostituto procuratore generale ha concluso il proprio intervento sostenendo l’inammissibilità dell’istanza, cosi come hanno fatto gli avvocati Maria Rita Cicero, Biagio Parmaliana e Fabio Repici, per le parti civili, moglie, figli, madre e fratelli di Adolfo Parmaliana. I difensori dell’ex magistrato Franco Cassata, Giuseppe Lo Presti e Isabella Barone, hanno invece insistito per l’accoglimento della revisione sulla base delle testimonianze nel processo di Franca Ruello, Angelica Rosso e Domenico Bottari, impiegati della Procura Generale e dell’assoluzione dell’ex commesso della procura generale Ciro Alemagna nel processo per falsa testimonianza.

In quel dossier il “corvo” denigrava pesantemente il prof. Parmaliana con toni e contenuti che qualificavano – e qualificano – la miseria umana dell’autore: 30 pagine finalizzate a demolire la credibilità di un uomo scomodo che aveva osato denunciare le infiltrazioni mafiose nei palazzi di giustizia messinesi e che, evidentemente, faceva paura anche da morto. A seguito di quell’anonimo la moglie di Parmaliana, Cettina Merlino (difesa dagli avvocati Fabio Repici e Mariella Cicero), aveva presentato una denuncia contro ignoti indirizzando le indagini degli investigatori verso la Procura Generale di Messina allora diretta dallo stesso Cassata. Che, nel redigere il suo scritto, aveva commesso un errore fatale: al dossier aveva allegato un documento inviato da un fax di una cartoleria di Barcellona Pozzo di Gotto e indirizzato alla Procura generale di Messina.

Colto in flagrante
Paradossalmente era stato lo stesso Franco Cassata a spianare la strada per la sua incriminazione mettendo a disposizione il suo ufficio al magistrato che indagava sulle calunnie nei confronti del defunto docente. Il pm aveva notato che all’interno di una vetrinetta nella stanza del Procuratore Generale c’era proprio quel dossier anonimo sul quale stava indagando. Tra gli appunti c’era addirittura un foglietto con la scritta “da spedire”.

Il personaggio
Nominato magistrato nel 1971, nel 1980 Franco Cassata era divenuto consigliere d’appello, e poi nel 1986 consigliere di Cassazione. Nel corso della sua carriera Cassata aveva retto la Procura generale di Messina in qualità di membro anziano nel 1999, tra il 2004 e 2005 e anche nel 2008. In questi anni moltissime sono state le battaglie condotte da Sonia Alfano, ex Presidente della Commissione antimafia europea, ma soprattutto figlia del giornalista assassinato da Cosa nostra nel 1993, Beppe Alfano, e dall’avvocato Fabio Repici, per chiedere al Csm la rimozione dello stesso Cassata dal suo incarico. Appelli e interpellanze che si sono sempre scontrati contro un vero e proprio muro di gomma eretto da una potentissima casta restia a fare pulizia al proprio interno. Per comprendere meglio la figura ibrida di Franco Cassata basta riprendere l’interrogazione parlamentare del 4 giugno 2008 del senatore Giuseppe Lumia indirizzata al ministro della giustizia. Nel documento riaffiorano uno dopo l’altro i “dettagli” inquietanti del potere incontrastato di questo ex magistrato, già presidente della “Corda Fratres” tra i cui soci spiccavano boss del calibro di Pippo Gullotti e Saro Cattafi.

Il testamento di Parmaliana
Leggendo l’incipit del libro di Alfio Caruso “Io che da morto vi parlo” emerge un ritratto autentico del prof. Parmaliana “considerato uno dei massimi esperti mondiali nella ricerca delle nuove fonti di energia rinnovabile”. “All’impegno accademico Parmaliana ha unito per trent’anni un accanito impegno civile. Iscritto giovanissimo al Pci, ha difeso le ragioni della legalità, della correttezza, del buongoverno nella sua piccola patria, Terme Vigliatore. Un paesino che si trova a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, zona franca dei grandi boss di Cosa Nostra, da Santapaola a Provenzano, fondamentale snodo del Gioco Grande, lì dove confluiscono e s’intrecciano mafia-massoneria, alta finanza, pezzi rilevanti delle Istituzioni. Così il piccolo professore amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi diventa, quasi a sua insaputa, un testimone scomodo da zittire, soprattutto dopo che le sue denunce hanno portato allo scioglimento del comune di Terme per infiltrazioni mafiose”. Ed è rileggendo uno stralcio della lettera che ha lasciato prima di lanciarsi dal viadotto di Patti Marina che si comprende ciò che ha vissuto in quel periodo. “La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati … Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi. Non glielo consentirò… Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al Sen. Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”.

La prima sentenza
“Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un Procuratore generale è stato condannato”. Era il 25 gennaio 2013 quando l’avvocato Fabio Repici si esprimeva così in un lungo articolo a sua firma a seguito della sentenza di condanna di primo grado comminata dal giudice di Pace di Reggio Calabria. In quel caso il giudice, che pure aveva concesso all’imputato le attenuanti generiche, aveva condannato per diffamazione Cassata ad una multa di 800 euro (!) ritenendo sussistenti a suo carico anche le circostanze aggravanti dei motivi abietti di vendetta in merito all’ultima lettera lasciata da Parmaliana e “dell’attribuzione di fatti determinati”. “Su un piano sostanziale – scriveva Repici – per la provincia di Messina è una delle sentenze più rilevanti degli ultimi decenni. Da domani la storia giudiziaria messinese sarà scissa in due fasi: prima della condanna di Cassata e dopo di essa. E, allora, quando l’avvenimento è ancora nella dimensione della cronaca e prima che si incardini nella storia, qualche ulteriore considerazione di dettaglio si impone. La prima riguarda la giudice, la dr.ssa Lucia Spinella, umile giudice onoraria: con quella sentenza, pronunciata nelle condizioni note a chi per tutto l’ultimo anno ha letto queste impressioni d’udienza, ha dimostrato schiena dritta come decine e decine di giudici togati tutti insieme sarebbero stati incapaci di fare”. “La seconda – sottolineava il legale – riguarda la moglie, i figli, i genitori e i fratelli di Adolfo. Non hanno riottenuto indietro la preziosa persona del loro congiunto ma hanno visto lo Stato restituire una volta per tutte l’onore al loro caro Adolfo, quell’onore che chi aveva avuto la fortuna di incrociarlo aveva colto all’istante ma che l’intera nazione aveva avuto la possibilità di conoscere solo un anno dopo il suo suicidio, grazie al libro ‘Io che da morto vi parlo’, scritto da un giornalista e scrittore a sua volta con la schiena dritta come Alfio Caruso”. “La terza – aggiungeva ancora – riguarda chi scrive e la propria collega Mariella Cicero, che per tutto quest’anno hanno avuto la ventura di tutelare processualmente la memoria di Adolfo Parmaliana. Hanno avuto una di quelle fortune che capitano raramente, servire una causa giusta, e vincerla, e sapere dunque che la loro professione ha avuto un senso nobile e che potrebbero smettere anche domani di esercitarla avendo comunque concorso a realizzare vera giustizia, quella sensazione che certi presunti principi del foro non raggiungeranno mai, nemmeno dopo centinaia e migliaia di cause vinte e proporzionati guadagni”. “La quarta riflessione, poi – concludeva Repici – riguarda Adolfo Parmaliana, figlio mirabile di questa Sicilia disgraziata, inseguito dalla persecuzione di iene e sciacalli perfino dopo la sua morte. Da ieri sera le infamie contro di lui svaniranno in fretta. Pazienza se la sua terra non è stata capace di riconoscerlo in tempo, lui scienziato indiscusso e cittadino integerrimo e coraggioso, prima che si trovasse costretto a togliersi la vita”

La seconda condanna
Il 23 giugno 2015 la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna nei confronti dell’ex procuratore generale di Messina, Franco Cassata, accusato di diffamazione pluriaggravata nei confronti del docente universitario Adolfo Parmaliana, morto nel 2008 dopo essersi lanciato da un viadotto dell’autostrada A20, nel territorio di Patti. I giudici di secondo grado hanno confermato la sentenza del giudice di Pace di Reggio Calabria, Lucia Spinella, che al termine del procedimento penale aveva inflitto all’ex giudice una pena quantificata in 800 euro di multa ed il risarcimento del danno ai familiari dello stesso Parmaliana. Secondo l’accusa, l’ex procuratore barcellonese avrebbe diffuso un dossier, a lui riconducibile, che è stato giudicato diffamatorio nei confronti del docente. La parte civile era rappresentata in giudizio dagli avvocati Biagio Parmaliana, Fabio Repici ed Anna Maria Cicero.

RIPUBBLICHIAMO LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CON CUI, IL 24.01.2013, ERA STATO CONDANNATO IL PG DI MESSINA FRANCO CASSATA.

LA FRASE.
‘DALL’ISTRUTTORIA E’ EMERSO CHE ADOLFO PARMALIANA SI ERA CREATO – A CAUSA DEL SUO VALORE MORALE E DEL SUO IMPEGNO PUBBLICO – UN CERTO NUMERO DI AVVERSARI. TRA QUESTI AVVERSARI C’ERA SICURAMENTE L’IMPUTATO’.

DALLA SENTENZA.
‘…TALE RITROVAMENTO E’ EVIDENTE SPIA DI UN LAVORO DI DOSSIERAGGIO CHE VEDEVA L’IMPUTATO RACCOGLIERE CARTE PER USARLE CONTRO LA MEMORIA DEL PROFESSORE…’ …NON VI E’ DUBBIO INFATTI CHE L’IMPUTATO CON COSCIENZA E VOLONTA’ ABBIA OFFESO L’ONORE E LA REPUTAZIONE DEL DEFUNTO PROF. ADOLFO PARMALIANA…’, ‘IL CONTENUTO DELL’ANONIMO, CONTENENDO FALSITA’… COSTITUISCE UN CHIARO SEGNO DI DISPREZZO E DI OFFESA ALLA REPUTAZIONE DELLA PERSONA VERSO LA QUALE SONO STATE SCRITTE’… ‘SUSSISTE PURE, L’ELEMENTO PSICOLOGICO, ESSENDOCI NEL CASSATA LA CONSAPEVOLEZZA DI LEDERE ATTRAVERSO LO SCRITTO LA REPUTAZIONE DELLA PERSONA OFFESA. ANZI, NELLA SPECIE, APPARE EVIDENTE LA SUSSISTENZA DI UNA VOLONTA’ DI DIFFAMARE, PUR NON NECESSARIA PER L’INTEGRAZIONE DELLA FATTISPECIE DE QUA, PER LA QUALE E’ SUFFICIENTE UN DOLO GENERICO’…

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