Anno giudiziario: Ardita a Catania, “Denuncia, senza timore”

1 Febbraio 2020 Inchieste/Giudiziaria

CATANIA – “L’anno giudiziario che si apre oggi cade dopo la stagione piu’ nefasta per l’autogoverno della magistratura. Mi riferisco allo scandalo di Maggio scorso – che sembra frettolosamente archiviato come fatto episodico e circoscritto ai protagonisti, da cui e’ troppo semplice adesso prendere le distanze – mentre invece meriterebbe una riflessione piu’ profonda sul tradimento della rappresentanza dei magistrati ed una risposta radicale sotto il profilo normativo e istituzionale”. Torna nella sua Catania Sebastiano Ardita, membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Ed è come rappresentante del Csm che oggi, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha preso la parola. E come è solito fare, Ardita va subito al dunque.

Il magistrato chiede di alzare la testa. Sarebbe una colpa anche far finta di niente.  “Richiamando le parole del Capo dello Stato possiamo dire che “Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto del Consiglio ma anche …dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica. Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura”.

Ardita, poi va dritto nell’argomento che è un nervo scoperto: la prescrizione. “Richiamando il documento di una Commissione Ministeriale (la Commissione Fiorella) c’e’ chi ha sostenuto che l’istituto della prescrizione – così com’è attualmente disciplinato – sarebbe un fattore di accelerazione dei processi, perché indurrebbe i giudici a celebrarli più in fretta per non farli prescrivere. Ne consegue secondo questa tesi che la nuova legge – prevedendo il blocco della prescrizione a partire dalla sentenza di primo grado – li allungherebbe. Ora e’ chiaro che il decorrere dei termini di prescrizione responsabilizza la parte pubblica, ma non si può dimenticare che la durata del processo è legata soprattutto all’esercizio di diritti e facoltà dell’imputato (notifiche, termini difensivi, procedure, la stessa oralita’ e le sue forme ). Dimenticando di considerare ciò, indirettamente si finisce per affermare che la durata dei processi e’ esclusiva responsabilita’ dei magistrati. Che è ciò che sostengono, a torto, taluni detrattori dell’attivita’ giudiziaria”.

E continua l’affondo: “Il dato numerico delle prescrizioni durante le indagini è reale, ma va precisato. Non si dice che una enorme quantità di notizie di reato giungono quando stanno già per prescriversi e dunque non avrebbe senso mandare avanti questi processi con i costi che ciò comporterebbe: e’ meno dannoso che si prescrivano prima, piuttosto che procedere ad uno spreco ingiustificato di risorse. Se si utilizza in modo acritico questo argomento – ossia quello dei reati che si prescrivono in sede di indagine – per contestare gli effetti della riforma sulla prescrizione,  ancora una volta, in modo indiretto si finisce per affermare che la responsabilita’ di queste prescrizioni e’ colpa dei pubblici ministeri. E questa e’ una conclusione inaccettabile perche’ scarica sugli operatori una responsabilita’ che e’ solo del Governo e del Parlamento, ossia di coloro che regolano l’accesso alla giustizia”.

Ardita evidenzia il maniera netta il ruolo del Consiglio Superiore della magistratura. Che “non deve essere la fabbrica delle nomine direttive, ma un luogo ove va in primo luogo tutelata la funzionalita’ del servizio reso ai cittadini. Abbiamo il dovere della chiarezza, della denuncia, della nettezza delle posizioni, senza il timore di apparire irriverenti se diciamo che la Giustizia non funziona, che il re è nudo”, afferma ancora Ardita sottolineando che “per questo appare irricevibile ed inqualificabile l’atto di ostracismo che giunge dalla Camera Penale di Milano nei confronti di Piercamillo Davigo ed altrettanto incomprensibili le prese di distanze che arrivano anche dall’interno o gli inviti alla moderazione che sanno di vecchio regime consociativo”. “La giustizia – ha aggiunto – soffre per la presenza di corporazioni e di potentati – non solo esterni ma anche interni alla magistratura – abbiamo bisogno di confronto, di dibattito, di fresco profumo di liberta’, non di censure o di messe al bando”.

Il magistrato catanese ha poi spiegato: “Con riferimento alla materia di competenza della Prima commissione del Csm, della quale sono presidente, e della sezione Disciplinare, posso riferire che nell’ultimo anno, fino ai recenti giorni trascorsi, abbiamo registrato fatti gravi, notizie di arresti e di indagini a carico di appartenenti all’ordine giudiziario anche per episodi di corruzione e di collusione con ambienti mafiosi. La Prima commissione, che ha competenza sulle incompatibilità ambientali – ha argomentato – sta svolgendo una attività senza precedenti per la quantità e la rilevanza delle questioni trattate. Solo in un trimestre sono state avviate sette pratiche di incompatibilità ambientale di cui una parte definite con trasferimenti volontari, altre sospese per il sopraggiungere di procedimenti penali o disciplinari. Una buona parte riguardano capi di uffici, alcuni in posizioni apicali”.

Alla fine Ardita manifesta i suoi timori in tema di riforme: “Non si deve tacere di fronte a ciò che si ritiene sbagliato, in democrazia è inaccettabile imporre e subire condizionamenti nella espressione delle opinioni. Ascoltiamo per questo preoccupati, ma non in silenzio, notizie di possibili riforme che vorrebbero imporre i tempi della Giustizia, prevedendo sanzioni disciplinari per i magistrati in caso di durata superiore a quella prevista. Attendiamo di leggere il testo finale della riforma – ha detto il magistrato – ma vogliamo sperare che le anticipazioni di stampa siano imprecise perché, come abbiamo avuto modo di osservare, rispetto alla durata dei processi, le variabili sono dettate dalle norme che richiamano la responsabilità politica del Governo e del Parlamento. Mentre l’eventuale colpa del giudice, oltre ad essere facilmente individuabile, viene prontamente rilevata e – come vedremo – rigorosamente sanzionata. Quella di prevedere per legge la durata dei processi – ha osservato Ardita – è dunque una misura disarmante per la sua ingenuità e ricorda tanto l’antecedente del tumulto di San Martino del 1628 ricordato da Manzoni: l’editto con cui il gran cancelliere Ferrer pensò che fosse possibile con un suo provvedimento di abbassare il prezzo del pane. Le conseguenze di quel decreto culminate nella rivolta sono note a tutti. Non è questa dunque – conclude il componente del Csm – la strada da seguire per riformare la giustizia”.

Alla fine Ardita parla di responsabilità, democrazia e libertà. Scegliendo le parole del filosofo Jean-Paul Sartre. “Concludendo, la crisi della Giustizia ed anche quella dell’autogoverno risentono della crisi di rappresentanza più generale delle istituzioni elettive, ma non possono essere sottovalutate perche’ finiscono per impattare su presidi che riguardano l’interesse dei cittadini e la democrazia del nostro paese. Noi come responsabili del governo autonomo e prima ancora come magistrati dobbiamo innanzitutto essere rigorosi con noi stessi, rinunciare agli atteggiamenti di parte, alla occupazione degli spazi, alle opzioni preconcette. Dobbiamo contrastare con ogni mezzo ogni condotta di appannamento della funzione. Dobbiamo considerare non come una minaccia, ma come una ricchezza, le critiche.  Ma al tempo stesso spetta a noi tutti e in particolare ai giovani, di essere determinati nella capacita’ di liberarsi dalla stretta dei condizionamenti che giungono da ogni potentato, esterno ed interno, nazionale o locale. E ricordare che il sistema di giustizia nelle democrazie e’ un sistema di regole a tutela degli ultimi, nel quale tutti – ha argomentato – devono poter svolgere senza preclusioni la propria parte. Gli imputati, per far valere i propri diritti, i giudici e i pubblici ministeri per affermare e promuovere la Giustizia, anche quando si tratti di dar torto all’imperatore e ragione al mugnaio di Berlino. E occorre ricordare sempre – a chi volesse appendersi ad uno dei due piatti della bilancia, o ridurre al silenzio il proprio interlocutore – che, per dirla con Sartre, se noi tutti vogliamo la liberta’ allora – ha concluso –  “io sono obbligato a volere insieme la mia liberta’ e la liberta’ degli altri; ne’ posso prendere la mia liberta’ come fine, se non prendo come fine la liberta’ degli altri”.