Sanremo 2020, la riflessione di Vincenzo Cardile. La malattia di Paolo sotto i riflettori un grande errore

6 Febbraio 2020 Culture

Di Vincenzo Cardile – La seconda serata del settantesimo Festival di Sanremo, è scivolata via, senza troppi sussulti, al punto di farmi spesso sonnecchiare.

Indipendentemente dal successo di share che ha avuto, questa edizione ha un neo visibile a tutti, vale a dire il conduttore.

Amadeus, per me,  non ha né la stoffa, né il piglio dei presentatori anni ottanta/novanta (vedi Mike, Corrado e Baudo); non ha lo smalto di quelli recenti (vedi De Filippi, Conti, Bonolis); non è uno showman, alla Fiorello, per intenderci; non è un vero direttore artistico, come Baglioni.

Per cui, la sua ricetta per sopperire a ciò, infarcendo lo spettacolo di figure di vario spessore, mettendole al suo fianco, fa soltanto risaltare le sue pecche: il settantesimo, è a tutti gli effetti il Festival di Fiorello e di Tiziano Ferro, unici due veri mattatori della scena.. il resto, è solo comparsa, anche di basso livello.

Tiziano Ferro che duetta con Ranieri, come fossero padre e figlio, sono uno splendido spaccato della musica italiana, così come, i Ricchi e Poveri, ne fanno pienamente parte: amarcord.

Non me ne vogliate, ma la cosa più triste della serata però,  è stata la spettacolarizzazione della malattia.

Portare in scena Paolo, un ragazzo che ritengo meraviglioso per quello che fa e per quello che vuole dimostrare, per me è stato un grosso errore, una cosa poco delicata. 

Se avesse ritenuto valida la canzone, Amadeus l’avrebbe dovuta farla passare alle fasi finali, cosa che non è stata. 

E allora, richiamarlo sul palco, in veste di suo amico, anche solo per raccontare la sua storia, la sua sofferenza, è stato, per me, poco sensibile. 

Per chi vive la malattia in prima persona, come familiare, amico o semplice conoscente, sa che servirsi del dolore altrui, è quasi un peccato.

Certamente una indegna forzatura, la sua spettacolarizzazione: scivolone.