(Anti) Mafia, politica e affari. Nell’ultimo libro di Sebastiano Ardita il ritratto della nuova Cosa Nostra

Cosa Nostra e le sue due anime. Quella dal volto cattivo e il grilletto facile che riempie le pagine dei quotidiani e la bocca di politici e imprenditori con targhetta “antimafia”, che arresto dopo arresto ne celebrano la sconfitta inneggiando alla vittoria dello Stato. E quella in giacca e cravatta che si confonde tra le pieghe delle istituzioni e dell’economia, complice il silenzio che garantisce affari e interessi. La prima funzionale alla seconda, perché in grado di accentrare su di sé tutte le attenzioni e di rassicurare l’opinione pubblica con la politica del “pugno di ferro” contro la criminalità organizzata. Con le immagini delle belve feroci rinchiuse nelle gabbie del 41bis a tenere alta la bandiera. Ad oscurare la “mafia dal volto buono” che pochi riescono a vedere mentre “incrocia il suo enorme fatturato con gli interessi dei colletti bianchi che governano multinazionali, enti e istituzioni politiche”.

E’ la “Cosa Nostra SpA” come la descrive Sebastiano Ardita, magistrato e autore dell’omonimo libro in uscita (Società Editoriale Il Fatto SpA, collana PaperFirst). Quella Cosa Nostra che dopo il rumore delle stragi del ’92 e del ’93 si è fatta sempre più invisibile per cancellare dalla memoria il sangue e l’odore del tritolo e per riorganizzare “le proprie fila dietro il modello ‘catanese’, nel quale mafia e Stato andavano a braccetto: niente più omicidi e ricerca di nuove relazioni”. Un’analisi lucida che passa, appunto, attraverso la storia di Catania, dove Ardita – attualmente presidente della Prima Commissione del Csm – era stato sostituto procuratore presso il Tribunale locale e successivamente componente della Dda e consulente della Commissione parlamentare antimafia della XIII Legislatura prima di diventare direttore generale dell’Ufficio detenuti e procuratore aggiunto presso il Tribunale di Messina per poi tornare a Catania, anche qui con l’incarico di procuratore aggiunto. Una storia che non ammette superficialità e semplificazioni perché se la mafia militare si è immolata, consapevolmente o meno, per il bene di una organizzazione criminale dai nuovi connotati c’è poco da stare sereni. La natura criminale del mostro non cambia, anzi, sostenuta da pezzi di istituzioni e di economia si fa sempre più insidiosa e pericolosa e a farne le spese siamo tutti noi.

Identikit della mafia perbene
Il mito della mafia dal volto garbato – che oggi si espande anche al Nord e seduce i padroni delle ‘fabbrichette’ – aleggia ai piedi dell’Etna da quarant’anni e forse più”. Inizia così Sebastiano Ardita a raccontare la storia di Catania, dove la mafia ha sempre cercato il consenso ed evitato il clamore. Già negli anni Settanta Nitto Santapaola, il capo, si incontrava con gli amici in abiti eleganti in centro città e per i lavori sporchi mandava avanti i cugini Ferrera, mentre intesseva rapporti con l’economia e la politica. Sapeva farsi benvolere, da quelli che contano e non solo, perché anche l’uomo della strada, lo riferisce Ardita per esperienza diretta, lo ricorda come uno “simpatico” e “alla mano”, “che non si dava troppe arie”.

Catanisi strategici e astuti li definivano, altra cosa rispetto ai siciliani di occidente, orgogliosi e violenti che anche negli anni successivi alle stragi del ’92 e del ’93 continuavano a rispecchiarsi nell’azione di attacco allo Stato alla quale era seguita una repressione che non pochi danni aveva portato all’interno dell’organizzazione. Nitto Santapaola, il capo dei catanesi, aveva mal sopportato quelle bombe, pur nella consapevolezza che fossero necessarie e del suo stesso orientamento erano Bernardo Provenzano e Piddu Madonia, che preferivano “mantenere il potere tenendo sotto scopa le Istituzioni con alleanze, strategie e ricatti: prima fra tutte la strategia della trattativa tra Stato e mafia”.

All’altra “fazione”, ricorda Ardita, appartenevano invece gli amici di Totò Riina e Bagarella e uomini a loro vicini tentarono più volte di infiltrare la famiglia Santapaola provocando, alla fine degli anni Novanta e nei primi del Duemila, due guerre intestine. L’ultima delle quali risultò essere particolarmente pericolosa poiché aveva portato ad una spaccatura interna alla famiglia: “Una novità senza precedenti in Cosa nostra catanese, perché stavolta a fronteggiarsi erano due fazioni composte da uomini dello stesso sangue”. Complice la crisi iniziata proprio dopo la reazione dello Stato, nel 1993, e la mancanza del capo, che da maggio di quello stesso anno era al 41bis.

Ma gli affari da gestire, in quegli anni, erano tanti e la necessità di controllarli aveva fatto soffiare più forte i venti di guerra. Nello scontro finale avrebbe avuto la meglio la fazione lealista guidata da Vincenzo, primogenito di Nitto Santapaola. E l’ordine sarebbe stato ristabilito.

Old and new economy alle pendici dell’Etna
Il tentativo di modificare il Dna di Cosa nostra catanese era stato soffocato nel sangue. “Con le buone o con le cattive – racconta Sebastiano Ardita – la legge di Nitto avrebbe prevalso”, per dare continuità ad un metodo vincente dagli anni Ottanta. Quando la mafia etnea – da tutti descritta come una realtà frammentata, fatta di bande criminali ed esterne a Cosa nostra – stava dando la scalata alla struttura di comando dell’organizzazione criminale, prima attraverso Giuseppe Calderone e poi Nitto Santapaola. In stretti rapporti con i Cavalieri del Lavoro catanesi. Gli imprenditori edili attaccati dal giornalista Pippo Fava (ucciso dalla mafia nel 1984) ed elogiati da Mario Ciancio che con il suo gruppo editoriale, sia nel settore della carta stampata che in quello televisivo, aveva iniziato ad assumere il totale controllo dell’informazione a Catania in un regime di monopolio di fatto. Per poi espandere il suo impero oltre i confini dell’isola con partecipazioni in La7, MTV, Telecom, Tiscali, L’Espresso/Repubblica e molto altro ancora.

Ed è in questo contesto che nel 1985 il necrologio preparato dai familiari di Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia, non aveva trovato spazio sui giornali; che il giornalista Concetto Mannisi fu aspramente rimproverato dal direttore per aver definito “boss” il capomafia Ercolano; che l’on. Nino Drago, leader degli andreottiani catanesi, aveva potuto affidare alla stampa i suoi attacchi contro chi aveva accostato la morte di Fava alle sue inchieste sui Cavalieri dell’Apocalisse, come lui li chiamava e sulla collusione tra mafia, politica e imprenditoria. E di esempi simili, negli anni e nei decenni successivi, se ne potrebbero fare a decine mentre oggi Ciancio, ultraottantenne, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

“Trame losche e bisogni della vita quotidiana si inseguono a Catania senza un nesso apparente – prosegue Ardita -. I luoghi, le abitudini e la stessa aria che si respira sono condizionate da poteri che passano sopra le teste dei cittadini: cosi si vive in terra di mafia la quotidiana normalità di una Cosa nostra immersa dentro le questioni economiche”. Ed ecco perché se da cittadino ti chiedi a cosa possa servire l’ennesimo centro commerciale in città – visto che il numero di quelli presenti è già da record nazionale – la risposta ti arriva dalle microspie e dai gps che seguono conversazioni e spostamenti dei boss.

La storia è sempre la stessa: una trama fatta di interessi che legano a doppio filo imprenditori, politici e mafiosi. Ma un elemento di novità c’è. Gli uomini di Cosa nostra sono sempre meno riconoscibili in quel contesto affaristico: lasciano da parte le lupare e prediligono le alleanze. Ispirando la propria azione alle lobby presenti in città ed emulandole. Anche se, ribadisce il magistrato, guardandolo bene “è lo stesso metodo attuato da Nitto Santapaola a partire dagli anni Settanta. Potrebbe essere una grande novità per Cosa nostra; ma nessuna novità per Cosa nostra catanese”.

L’Affaire dei centri commerciali
Sono i primi anni del Duemila quando gli inquirenti tengono sotto controllo gli uomini d’onore arrestati nel 1992 con l’operazione Orsa Maggiore e ora tornati in libertà. Quelli che “in barba alla funzione rieducativa della pena – è il commento amaro dell’autore –  usciti di galera, non solo erano tornati a gestire le fila della famiglia alle pendici dell’Etna, ma erano stati promossi sul campo”. I semplici soldati diventano uomini d’onore, quelli di più alto rango assumono posizioni di vertice.

E le loro storie si intrecciano con quella di Rosario Ragusa, piccolo imprenditore nel settore dei prodotti sanitari che alla fine degli anni Novanta inizia ad accaparrarsi una grande quantità di terreni in un territorio denominato “Tenutella” a sud della città, zona considerata di scarso pregio commerciale. Ragusa si muove con molta competenza e con un obiettivo ben chiaro: realizzare in quella zona una grande opera di natura privata. E, sorprendentemente, riesce a stabilire contatti con aziende della grande distribuzione come la Carrefour e l’Auchan interessate ad acquistare l’opera che sarebbe nata in seguito all’ottenimento delle necessarie concessioni edilizie. Come quel piccolo soggetto economico possa essere riuscito nell’impresa lo spiega Ardita: “In verità, anche se il Ragusa non era formalmente affiliato a Cosa nostra, dietro le sue iniziative si agitava un forte interesse di soggetti mafiosi e di importanti aziende abituate a navigare nelle acque agitate degli appalti siciliani, sotto la ‘protezione’ degli uomini d’onore”.

Una delle prime che il Ragusa coinvolge è la Ira Costruzioni, una società che “porta in eredità un nome ‘pesante’”: anche se la compagine societaria è cambiata la denominazione è rimasta quella dell’impresa appartenente a Gaetano Graci – uno di quei quattro Cavalieri del lavoro additati da Pippo Fava – arrestato nel 1994 per concorso in associazione mafiosa e morto poco dopo.

Una nuova compagine sì, scrive Ardita, ma meno nuovi sono i “metodi e le ‘garanzie’ utilizzate per entrare nel mercato catanese”.

E’ grazie all’Ira che Rosario Ragusa ottiene, nel 2001, dal Comune di Misterbianco e poi dalla Regione una variante al piano regolatore che modifica la destinazione d’uso dell’area perché sia possibile la realizzazione del centro commerciale.

E sarebbe andato tutto liscio se i contrasti interni all’organizzazione mafiosa – in quel momento ancora non risolti – non avessero avuto ripercussioni nella vicenda. Perché le due fazioni in guerra – quella più legata a Nitto Santapaola e quella filo-corleonese – si contendono l’affare. Mario Ercolano e Francesco Marsiglione, vicini a Santapaola, si recano presso gli uffici dell’Ira e minacciano i titolari della società intimandoli di abbandonare l’operazione Tenutella. E se sulle prime sembra che la minaccia sia andata a buon fine quando il Ragusa ritenta l’impresa aprendo una propria società – la Tenutella srl – l’Ira torna alla carica con una guerra legale e concorrenziale contro la stessa Tenutella mettendo in atto quello che appare come un boicottaggio che sarebbe indirettamente andato a vantaggio d’altri.

cosa nostra spaMa la storia non finisce qui. Ad aggrovigliare ulteriormente la matassa si sarebbe infatti aggiunto l’editore Mario Ciancio, anche lui interessato all’affare centri commerciali, che aveva acquisito i diritti su due terreni: uno vicino all’aeroporto, dove sarebbe poi sorto l’ipermercato “Porte di Catania” e uno nei pressi della Tenutella, destinato alla realizzazione del centro “Mito”, che non avrebbe poi avuto seguito. Ma che per un attimo aveva aperto un altro fronte nella lotta già in corso tra il Ragusa e l’Ira Costruzioni.

Ardita ricostruisce la vicenda citando i documenti giudiziari che ripercorrono i fatti (processo Iblis) e sottolineando che la guerra tra Ragusa e Ciancio “tenne col fiato sospeso tutta l’organizzazione”.

Mentre il tempo scorreva e le autorizzazioni per la realizzazione dell’opera ottenute da Ragusa stavano per scadere. E’ qui che si profila la necessità di trovare il giusto appoggio politico ed è in questo quadro che l’on. Giovanni Cristaudo, deputato regionale, propone un disegno di legge per prolungare di quattro anni la decadenza delle autorizzazioni inerenti le aree commerciali integrate. Il disegno viene approvato e diviene legge, gli interessi di Ragusa e dei Santapaola sono salvi e l’affare Tenutella va in porto.

E se in un primo momento Cristaudo finisce sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa e viene condannato a cinque anni, in appello sarà poi definitivamente assolto.

Quindi riassumendo – sottolinea Ardita -: Cosa nostra anziché sparare ha pensato di difendere i propri interessi con gli appoggi politici regionali”.

E non diversamente avrebbe agito il gruppo legato a Ciancio, ma per l’altro affare: quello del centro commerciale “Porte di Catania”. Anche qui i magistrati stanno tentando di fare luce su una vicenda che, ancora una volta, evidenzierebbe il fitto intreccio tra interessi economici, politici e mafiosi.

Ma al di là di quelli che sono e saranno i giudizi dei Tribunali c’è un triste dato che è già sotto gli occhi di tutti: il devastante impatto ambientale di queste grandi opere e la loro ricaduta sul tessuto economico e sociale della città. Sono sempre di più le piccole attività economiche che non possono reggere a una tale concorrenza e che continuano a chiudere. Cosa che cambia i connotati di una città un tempo basata sui piccoli commerci e che lascia sul lastrico centinaia di uomini e donne. Soprattutto quelli di mezza età con enormi difficoltà di ricollocamento.

Ma la politica di questo non si occupa. Ha altro da pensare.

La Giustizia con le armi spuntate
Con l’abbandono delle scelte violente (ma non del sistema del condizionamento e della intimidazione) l’essenza stessa della mafia più evoluta – il suo core business – finisce per coincidere con l’apporto da esterno, come indirettamente suggerisce il Gip Mastroeni nella Ordinanza cautelare Beta”. Ed è con questa citazione che Sebastiano Ardita riassume la carenza legislativa in materia di concorso esterno in associazione mafiosa e non manca di muovere una critica allo stesso Legislatore. Che dovrebbe tracciare confini precisi entro cui considerare “reato” i contributi offerti alla mafia da soggetti esterni. Confini che dovrebbero tenere conto della nuova natura di Cosa nostra, sempre più simile a quel modello catanese descritto nel libro, che spara solo in extrema ratio e gestisce gli affari con gli stessi metodi delle lobby.

Ma il Legislatore, sottolinea amaramente Ardita, “se ne guarda bene di scrivere in una legge quali siano i presupposti del concorso esterno. Il perché è presto detto: siccome i contributi esterni da considerare rilevanti per la mafia sono per lo più quelli di coloro che hanno responsabilità istituzionale ovvero una rilevante capacità economica, la questione riguarda i cosiddetti colletti bianchi”. E se si lascia nelle mani della magistratura l’arduo compito, come fino ad ora è avvenuto, “si potrà sempre dire che si tratta di un reato inventato”, invece di accettarne l’esistenza, “si potrà sperare in un cambio di giurisprudenza che ne riduca i confini; in una incertezza nella applicazione da parte dei giudici”. Lasciando impunito, nella maggior parte dei casi, chi al di là delle sentenze fornisce quegli apporti che consentono a Cosa nostra di esistere e “depreda risorse destinate agli ultimi creando disagio che si trasforma in mafia”. E “come se i fatti non contassero nulla, i tribunali da luoghi di giustizia vengono trasformati così in produttori di alibi”.

La falsa antimafia…
La mafia è tornata in qualche modo ad essere una “malattia sociale occulta”, prosegue amaramente Ardita. “Ci siamo accorti di essa quando si è manifestata con fenomeni visibili. Ma la medicina antibiotica, somministrata attraverso la repressione penale, ha contrastato soltanto quei sintomi e adesso, che è tornata silente, si è rivelata insufficiente”.

Sembra solo un lontano ricordo la vera rivoluzione del dopo-stragi: una società civile indignata che al grido di “Fuori la mafia dallo Stato” aveva chiesto giustizia per i suoi martiri e sostenuto il lavoro dei magistrati che con coraggio avevano sfidato Cosa nostra. “Erano colleghi che avevano dentro di sé lo spirito di quel 1992, una miscela irripetibile di orgoglio, rabbia e devozione per i nostri morti che faceva vincere la paura”. In quegli anni si registrarono importanti arresti e preziose collaborazioni e uno spiraglio di luce si aprì su quei rapporti tra mafia e potere, dando il via alla grande stagione dei processi eccellenti.

Era lo spirito giusto, ma qualcuno aveva interesse a soffocarlo perché quel potere potesse ricompattarsi. E per riuscire nell’impresa è stato necessario il lavoro di menti raffinatissime che, nel tempo, hanno saputo ostacolare il lavoro dei magistrati onesti e cancellare la memoria restituendo al “grande pubblico” dei media, dai quali trasmettono, una nuova verità.

E’ in questo contesto che Ardita introduce il tema forse più delicato del libro, al quale dedica ampio spazio: quello della “falsa antimafia”. Nata in seno a quella zona grigia dei rapporti tra imprenditoria, istituzioni e mondo criminale e che diventa funzionale al mantenimento degli equilibri di potere.

Falsa antimafia che è cosa diversa dagli episodi che vedono come protagonisti singoli rappresentanti del movimento che hanno avuto condotte criminose o poco trasparenti. Tra gli esempi riportati nel testo quello della Presidente dell’Antiracket di Lecce accusata, nel 2017, di aver percepito fondi antimafia con modalità fraudolente. Nemmeno c’entrano storie limite, come quella di Francesco Campanella, già presidente del Consiglio comunale di Villabate, il cui nome era apparso in uno dei pizzini trovati nel covo di Provenzano, nel quale il politico – che poi si scoprì essere vicino a Cosa nostra – chiedeva e otteneva dal boss l’autorizzazione a fare una bella manifestazione antimafia.

Entrambi i casi sono comunque emblematici per dimostrare che “non basta proclamarsi antimafia per dare la prova di essere contro la mafia” spiega l’autore, ma che vanno collocati nella loro giusta dimensione. Pena il rischio di una perdita di credibilità dell’antimafia, che comunque “è un vero affare per Cosa nostra e per i suoi sodali”.

Ma, come dicevamo, non è questa la “falsa antimafia”, che invece si identifica in veri e propri gruppi di potere che acquisiscono credibilità e consenso con lo scopo di utilizzarlo per tenere alta l’attenzione sui fenomeni militari della criminalità organizzata allontanando intenzionalmente i riflettori dal concorso esterno e da quella zona grigia alla quale appartengono.

Esempio principe, riportato nel libro, è quello di Antonello Montante, ex presidente di Confindustria Sicilia condannato di recente dal Gup di Caltanissetta Graziella Luparello a 14 anni di reclusione. “Montante – si legge nelle motivazioni della sentenza – è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali”.

E la conquista di quel potere era passata, qualche anno prima, attraverso quella che i media avevano presentato come una vera rivoluzione: la proposta di Montante di espellere dall’associazione di categoria gli imprenditori che pagano il pizzo e si rifiutano di denunciare. Iniziativa apparentemente di tutto rispetto – appoggiata da Ivan Lo Bello, vicepresidente nazionale di Confindustria, e da altri esponenti – che aveva ottenuto il plauso dell’opinione pubblica.

Solo gli addetti ai lavori più attenti, in ambito giudiziario e giornalistico, avevano storto il naso. “Cosa non li convinceva? – domanda Ardita -. Due aspetti. Il primo è che all’alba degli anni Duemila la mafia più evoluta ha dismesso la pratica di un pizzo pagato con le tradizionali mazzette. Un po’ a causa della normativa antiriciclaggio, un po’ per la loro vocazione imprenditoriale”, meglio entrare nel mercato con una propria azienda che esporsi con la richiesta del pizzo. “In secondo luogo – prosegue – l’imprenditore che paga il pizzo, se non denuncia non è facilmente identificabile, salvo che non vi sia un’indagine”. Insomma “i padrini non avrebbero avuto granché da temere, ma la pubblicità per i promotori sarebbe stata davvero tanta”. Il seguito è storia. La credibilità di Confindustria Sicilia era cresciuta sempre più e attorno a Montante, ormai un’icona, si accentravano esponenti della magistratura, dell’imprenditoria, della politica e del giornalismo con i quali stringeva rapporti personali e istituzionali. Nessuno o quasi sembrava accorgersi che quella battaglia “antimafia” non era rivolta a coloro che detengono il potere bensì “a un nemico distante e sconfitto, sepolto dal 41bis o latitante. Come se la mafia avesse abitato sempre distante dal potere e non fosse invece esistita grazie ad esso”. Ardita conclude: “L’operazione è di impossessarsi dell’antimafia trasformandola da movimento antagonista ad armata di governo, e pretendere di esercitare il monopolio della forza anche nel mondo delle opinioni”.

E tutto questo mentre in Italia il dibattito sul concorso esterno e sul processo Trattativa era più che mai aperto. Mentre sempre più violenti si facevano gli attacchi verso quella Magistratura impegnata nella ricerca della verità sulle stragi del ’92 e del ’93 che in molti avevano tentato di insabbiare. “Colpire lo spirito del 1992 è la vendetta migliore di Cosa nostra e di questi potenti che l’hanno favorita, per raggiungere un nuovo equilibrio con lo Stato dopo le stragi”.

…e quella vera
Il progetto Montante fallisce il 14 maggio del 2018 con il suo arresto seguito a due anni di indagini. Ma Ardita non può evitare di domandarsi cosa sarebbe accaduto se il numero 1 di Confindustria Sicilia non avesse svolto quell’attività di dossieraggio. Se “avesse rinunciato alla sua strategia illegale – si risponde – sarebbe ancora saldamente in sella”. Insieme a quel gruppo di imprenditori, sottolinea citando gli atti giudiziari, che operava come una lobby. Montante, in una conversazione intercettata, lo definiva “il nostro sistema” che “di architettura era perfetto”. Non un uomo solo quindi, ma “un sistema di potere dove c’era l’uomo giusto al posto giusto, per favorirsi l’un altro”.

Una vicenda sulla quale occorrerà aprire una seria riflessione, che non può essere affidata alle sole aule di Giustizia, anzi che è più attinente al giudizio storico. Perché quello del sistema Montante potrebbe non rimanere o non essere un caso isolato e solo un’antimafia attenta ed “eretica” può tenere alta l’attenzione. Quella che ha raccolto l’eredità di Peppino Impastato, di Giuseppe Fava, dei movimenti nati dopo l’omicidio dalla Chiesa e le stragi del ’92 e del ’93. Quella che punta dritto al cuore del sistema mafioso: la sua connessione con i poteri dai quali trae la linfa vitale.

E nel libro c’è ampio spazio per questa Antimafia. Ardita riporta significativi esempi: dall’associazione Libera ai diversi giornalisti coraggiosi e fuori dal coro. Cita anche AntimafiaDuemila e lo fa ricordando, tra le altre cose, l’edizione del 2015 del tradizionale convegno che la redazione del quotidiano on line organizza ogni anno a Palermo. Il titolo, “Ibridi Connubi”, non era piaciuto all’Università di Giurisprudenza che avrebbe dovuto ospitare l’iniziativa (poi spostatasi altrove) perché “definito ‘oscuro’, mentre i relatori al convegno – tra cui il collega Nino Di Matteo e la scrittrice Stefania Limiti moderati da Giuseppe Lo Bianco – venivano considerati portatori di idee non in linea con quelle prevalenti sul piano istituzionale, tanto da essere definiti ‘dogmatici e poco critici’.” Il convegno affrontava il tema della trattativa Stato-mafia e di quei poteri occulti che operano per destabilizzare il Paese, richiamando alla necessità di sostenere i magistrati che si occupano di quelle vicende in una sorta di rivoluzione pacifica. Ma “mentre i vertici delle istituzioni celebravano gli anniversari delle stragi con liturgie ufficiali, venivano emarginati coloro che volevano vederci chiaro su quei fatti, o anche quanti si erano solo limitati a difenderli e sostenerne l’azione”.

La vera essenza di questa vera antimafia è descritta in più punti del libro: denuncia dei rapporti tra mafia e potere sì, ma anche rigore morale, rispetto, lotta per la libertà e “passione”. “Passione per gli altri, non solo per se stessi” e per i diritti, “per il riscatto degli ultimi”. Antimafia “è stare insieme per combattere arroganze e collusioni, quando c’è da combattere; e desiderio di offrire opportunità ai più disgraziati, quando c’è da costruire. Un’aspirazione che può appartenere solo agli uomini liberi”. E ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte perché lo spirito del ’92 non rimanga solo un lontano ricordo.

Quindi: “Cosa Nostra S.p.A. Il patto economico tra criminalità organizzata e colletti bianchi” di Sebastiano Ardita. Leggetelo!

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