Inchiesta mafia bar Curtatone, il processo ai fratelli Sutera

12 Febbraio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Ha preso il via il 5 dicembre a Firenze il processo per traffico di droga e coltivazione di marijuana (rito collegiale, presidente il dottor Augusto Magnelli) a carico dei fratelli Renato e Giovanni Sutera, proprietari di fatto del bar Curtatone, pasticceria del capoluogo toscano, che serviva, secondo la Procura fiorentina, a finanziare l’attività illecita dei due “esponenti di Cosa Nostra a Firenze”.

 

Entrambi erano presenti in aula accompagnati dagli agenti di polizia penitenziaria. Giovanni Sutera, difeso dall’avvocato Elena Augustin, è detenuto e sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di un gioielliere fiorentino, mentre il fratello Renato, difeso dall’avvocato Luca Cianferoni, è ai domiciliari con il braccialetto elettronico, dopo la scarcerazione per motivi di salute, dovuti alla frattura del femore (l’uomo si muove su una sedia a rotelle).

 

L’udienza, che si è protratta fino al pomeriggio, ha preso in esame la testimonianza del colonnello Michele De Rosa, comandante del nucleo investigativo dei Carabinieri di Firenze. L’ufficiale ha risposto per ore alle domande del pm della Direzione distrettuale antimafia Giuseppina Mione, ricostruendo tutti i passaggi dell’indagine.

 

Dal sequestro delle piante di 283 piante marijuana e 179 vasi colmi d’erba a Calafel, in Catalogna, alle intercettazioni ambientali con cui Renato Sutera parlava con il criminale spagnolo Ruben Crespo Guerra (già condannato in rito abbreviato dal Tribunale di Firenze a 8 anni e 10 mesi) e con il narcotrafficante albanese Pavlin Delia (condannato anche lui in abbreviato a 4 anni e 5 mesi), passando per le localizzazioni con il gps sotto la sua auto, che hanno permesso ai militari dell’Arma di individuare Sutera ben 11 volte in quattro mesi proprio nella località spagnola.

 

Nella sua deposizione il colonnello De Rosa ha illustrato anche la rete di rapporti malavitosi di cui i Sutera potevano contare. Da Domenico Lentini, affiliato alla ’ndrangheta e arrestato in un altro procedimento proprio nel corso delle indagini (condannato in appello a 18 anni per traffico internazionale di stupefacenti), a Michele Micalizzi, boss dei ‘perdenti’ di Partanna e Mondello, ed esponente mafioso con un lungo curriculum criminale, fino a Raimondo Giuseppe Romano, affiliato al clan di Cosa Nostra dei “gelesi” e arrestato nel corso delle indagini perché ritenuto l’autore materiale di un omicidio commissionato dal boss Madonia, per cui è stato condannato a 30 anni di carcere.

 

Nelle decine di domande rivolte all’ufficiale dell’Arma, la pm Mione ha chiesto spiegazioni anche del denaro che girava intorno ai Sutera. “Usavano i ricavi dell’attività del bar Curtatone per finanziare la loro attività illecita” ha risposto il colonnello De Rosa, raccontando dei numerosi appostamenti fatti davanti al bar nella zona di Lungarno Vespucci, dove sono stati intercettati esponenti di Cosa Nostra e sodali dei due fratelli.

 

Un’istruttoria “complessa”, come ha ricordato più volte il presidente del collegio durante l’udienza, che si regge però su una massiccia ed efficace attività investigativa, nata per stroncare ‘Cosa Nostra’ anche a Firenze. di Matteo Cali da https://www.ilsitodifirenze.it

 

Nella foto: Renato Sutera, con il cappotto bianco, a colloquio con il fratello Giovanni