LA RIFLESSIONE: QUANT’ERA BELLA LA PASQUETTA QUANDO C’ERA LA LIBERTA’…

di Vincenzo Cardile – Sarà che a me questo slogan #iorustoacasa mi sa di una volgarità assoluta, sarà che gli auguri di buona pasqua shakerati con le cattive parole mi sanno  tanto di blasfemia, ma quest’anno la pasquetta in casa mi sta proprio pesando.

E’ il colmo… persino il tronchetto pasquale mi manca, al punto di ripercorrere nella mia testa, attimo per attimo, le mie pasquette.

Quando eravamo piccoli, le pasquette messinesi erano tutte cadenzate da riti tramandati da generazione in generazione.  

Svegli dalle prime luci dell’alba, noi bambini ci vestivamo rigorosamente con la tuta, o indossando i pantaloni vissuti, spesso di velluto, marroni a coste larghe  con le toppe e maglioncino a scacchi, scarpe da ginnastica e via. Portavamo con noi, solo due cose: le figurine dei calciatori  panini, per giocare a “suscio” o “rubbamazzetto”, e l’inseparabile pallone super tele bianco o il santos arancione. Dopo il mondiale 86, i più fighi portavano il pallone di cuoio Adidas: tango 82 o azteca 86, bianco con cuciture a spicchi neri, un must.  

La differenza tra i due palloni era semplice: con il supertele o il santos, si potevano fare tiri alla Holly e Benji, con traiettorie imprevedibili ed improponibili; con il pallone di cuoio invece, era tutto più difficile. Ti dovevi preparare  fisicamente e mentalmente, a causa della sua durezza e pesantezza: per ovviare a ciò, nella punta delle scarpe, ti dovevi mettere il cotone, per il male che ti faceva, calciandolo; mentre, mentalmente, dovevi essere pronto ad essere tatuato: se prendevi una pallonata infatti, dapprima ti accasciavi a terra per un pezzo, riportando la solita sbucciatura sul ginocchio, e poi, per settimane, avevi tatuato poco più su, generalmente sulla coscia, la parte del pallone che ti aveva colpito e steso… piccole soddisfazioni.

Alle nove e mezza, dieci al massimo, già eravamo tutti pronti, stipati in cinque in una Cinquecento L, senza mai lamentarci che fosse piccola o stretta. Ci dovevamo stare e ci stavamo: destinazione, casa di parenti o di  amici, rigorosamente in campagna.

Avendo il cinquino il motore nel portabagagli, nel cofano anteriore, accanto alla ruota di scorta, venivano stipate le derrate della giornata: si spaziava dalla busta con fave, salame san’angelo, e pepato catanese fresco come antipasti, alla  teglia di pasta incaciata, ricoperta da mappina intrecciata; dal tegame di capretto, al pacco di pasta spaccatella, con cui fare il primo, condito col sugo del capretto stesso, rigorosamente in bianco, con le patate; dalla casseruola di carciofi ripieni alla teglia di “ciusceddu”. Sul portapacchi del tetto, venivano posizionati in maniera certosina, in una cassetta di legno, tutto ciò che andava arrostito: dalla  busta di carciofi spinati alla salsiccia; le braciole messinesi per i bambini e “stigghiole “ e costine di agnello per gli adulti; nella seconda cassetta di legno invece, veniva messo il fiaschetto di vino rosso, con cui i grandi  annaffiavano il pasto, la bottiglia di Finocchietto e limocello fatto in casa; ed a chiudere, busta contenente “cudduredda cull’ova”, il tronchetto e colomba. Uova di pasqua per noi piccoli. Non chiedetemi come, ma entrava tutto.

Così, arrivati a destinazione, mentre noi piccoli  giocavamo col pallone, a “quindici” o “ portaromana”, e le ragazze, a pallavolo, sulle ali di mimi Ayiuara, i grandi arrostivano, mangiando ininterrottamente, fino all’imbrunire. Anche gli adulti,  a modo loro giocavano: i masculi a briscola in cinque, scopa e tresette; i fimmini, messe in cerchio, sedute nelle sedie impagliate, raccontavano invece le storie e gli aneddoti ai più piccoli… facevano “cuttigghio”.  Bella la pasquetta anni 70/80.

Passarono gli anni e la pasquetta da adolescente masticava tutto un altro gusto.

Innanzitutto la preparazione era molto meticolosa. In assenza di cellulari, già da giorni si stava al telefono fisso per stabilire la location, ma soprattutto per incastrare la comitiva: una sola assenza, poteva distruggerti un sogno, aspettato da mesi. La pasquetta in fondo, era il primo giorno di festa primaverile, in cui si usciva dal grigiore invernale, per tuffarsi nel romantico tepore primaverile. 

E così, la  mattina cominciava presto, con la scelta dell’outfit, che indipendentemente dalla temperatura esterna, guardava sempre all’estate.

Ragazzi con le timberland o lumberjack, jeans levis con cintura El charro, magliettina rigorosamente a maniche corte e giubbottino di jeans o scamosciato oppure, se c’era proprio freddo, camicia di jeans e felpa arrotolata sui fianchi. Swatch e Rayban a goccia. 

Ragazze con jeans o fuseaux  neri, scarpe superga, felpa nay Oleari o best company. Giubbottino di jeans. cerchietto e boccole alle orecchie. Orologio hip-hop con cinturino gommoso profumato.

Appuntamento all’Immacolata, alle 11,30, direzione Rodia, Rometta o zona Mortelle.

I mezzi per spostarsi erano i seguenti: motorino SI o Bravo, vespa 50 pk xl o vespone primavera, Honda XR 600 o Honda Paris Dakar. I diciottenni neopatentati,  facevano sfoggio per lo più delle loro fiammanti pandina 750, Uno bianca e Renault 5. 

Suddivisi nelle macchine ed arrivati a destinazione, generalmente  le ragazze pulivano i terrazzi, ed i ragazzi, “allestivano” la brace per la carne. Dopo aver mangiato, veniva il bello. Tutti sulla spiaggia a giocare a pallone o sdraiati a prendere il primo sole, cantando canzoni a squarciagola, sulle note di cassettine anni 90, suonate dall’ormai dimenticato “bimbo”, ovviamente, di colore giallo. Immancabile nei gruppi, il personaggio che, nonostante la sciroccata e la temperatura esterna di 14 gradi, buttata la sigaretta, correva urlando  nella sabbia ancora fredda, e faceva il primo bagno, tra le gli incitamenti e gli applausi dei presenti.

All’imbrunire, si giocava a carte o con i giochi di società, fra sguardi incrociati di nuovi amori e cuori pieni di ritrovate amicizie,  cercando di ripartire al momento giusto, giusto in tempo per non trovare la fila al casello di villafranca. Bella la pasquetta anni 90…

In tempo di quarantena come questo, anche la fila al casello di Villafranca avrebbe un suo perché…

I ricordi di quelle pasquette, viste con gli occhi della quarantena, appaiono ancora più caldi. 

Che belle quelle corse sulla spiaggia a piedi nudi, inseguendo il sogno della tua nuova fidanzata, quegli abbracci e quelle risate. I primi amori primaverili, incontrare e conoscere gente nuova. Con gli occhi di adesso, persino quegli assembramenti, quelle file interminabili, in cui si era costretti a stare in macchina cantando le canzoni di Baglioni, acquistano un altro sapore.

Il sapore della liberta di vivere, di scegliere di poterlo fare. Il tutto senza social, ma in realtà, molto più social. Che bella la vita nella sua normalità… rivogliamo presto vivere le nostre vere pasquette, i nostri sogni, e la voglia di sognarli, stavolta in piena libertà, magari senza più stupidi slogan. 

Care lettrici, cari lettori,
vi scrivo per chiedervi di sostenere il lavoro che quotidianamente vi offriamo, anche a costo di grandi sacrifici personali. Sostenere stampalibera.it significa infatti permettere a questa testata giornalistica, che vi accompagna da oltre 10 anni e che continuate a dimostrare di apprezzare sempre più, di crescere con il supporto di collaboratori retribuiti per migliorare la qualità della nostra informazione libera ed indipendente e di lavorare con tranquillità, coraggio e senza mai dover subire i ricatti della politica. In questi ultimi anni il sito è cresciuto molto. E non finiremo mai di ringraziarvi uno ad uno. Purtroppo però i ricavi della pubblicità, sempre di meno a causa della chiusura definitiva, cagionata dalla pandemia, di molte attività già in crisi, non sono sufficienti a coprire i costi. In un momento in cui quasi tutti i siti e i giornali si assomigliano abbiamo il dovere di fare di più con nuove storie, inchieste e notizie. Ed è anche per questo che vi chiediamo un piccolo ma importante contributo economico. Grazie.


Enrico Di Giacomo

 

 

E’ possibile sostenere stampalibera.it donando tramite bonifico al seguente IBAN: IT36P0760105138282454882455

oppure tramite PayPal cliccando su Donazione