Di Matteo e Ardita: ”Decreto liquidità rischia di favorire la mafia”

15 Aprile 2020 Inchieste/Giudiziaria

Il decreto liquidità, varato dal governo nei giorni scorsi, che prevede l’immissione di importanti somme di denaro garantito dallo Stato nel circuito economico per far fronte alle conseguenze della pandemia sul tessuto produttivo italiano, “rischia di favorire anche le imprese criminali”. E’ questo l’allarme lanciato dal gruppo “Area” del Consiglio superiore della magistratura e dai consiglieri togati Sebastiano Ardita (A&I) e Nino Di Matteo (indipendente). L’intenzione dei consiglieri è di chiedere al Comitato di presidenza del Csm l’apertura di una pratica sul provvedimento. Apertura che era già stata sollecitata in Sesta Commissione proprio da Di Matteo e da Giovanni Zaccaro (Area) la cui istanza, però, è stata bocciata. Entrambi hanno fatto notare, infatti, che la previsione normativa ”non contiene alcun meccanismo per escludere dai benefici le imprese riferibili a persone coinvolte in processi di criminalità o che abbiano riportato condanne o siano indagati per reati contro la pubblica amministrazione o reati tributari. Né consente di verificare l’effettivo utilizzo dei fondi percepiti per affrontare la crisi legata alla diffusione del Covid 19“. Pertanto si ritengono “opportune” una serie di misure volte alla prevenzione di “fenomeni, purtroppo noti nella storia giudiziaria del paese, di malversazione dei fondi pubblici o di illecita concorrenza delle imprese illegali, rispetto ai quali l’intervento dell’autorità giudiziaria è per forza di cose successivo”. Come l’obbligo di “vagliare i precedenti penali di chi occupa ruoli rilevanti nelle imprese che si candidano a percepire i finanziamenti, così da escludere chi sia stato condannato per reati di criminalità organizzata, reati contro la pubblica amministrazione e reati tributari nonché proposto per la irrogazione di una misura di prevenzione personale o patrimoniale“. Inoltre si necessita di interventi per rapportare l’entità del beneficio percepito al fatturato dichiarato nell’anno precedente, “in modo da non premiare forme di evasione fiscale” e per consentire “di tracciare i benefici percepiti affinché si possa avere contezza del loro uso compatibile con l’intento del legislatore“. Per concludere secondo i consiglieri del Csm servono misure che potenzino le amministrazioni periferiche dello Stato e le Agenzie di controllo in modo che “possano monitorare la destinazione dei finanziamenti“. Su questa linea nei giorni scorsi anche i procuratori capo di Milano e Napoli Francesco Greco e Giovanni Melillo avevano sollevato dubbi sul “Dl liquidità” arrivando, per giunta, a descriverlo come “pericoloso in quanto si presenterebbe il rischio che i prestiti di Stato alle imprese possano finire, senza troppe difficoltà, nelle tasche delle mafie.

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