LA RIFLESSIONE: ‘PEGGIO DI LUI, I QUAQUARAQUA’ di Fabio Mazzeo

15 Aprile 2020 Culture

di Fabio Mazzeo – Si fa presto a dire che c’entra la Sicilia mafiosa dei libri di Sciascia e la Sicilia di oggi e della lotta dei suoi politici contro il Coronavirus. Ma se avete tre minuti provate a seguirmi.

Nel libro “Il giorno della civetta” c’è tra le pagine memorabili quella che forse tutti conoscono, anche chi non ha mai letto Sciascia e neppure un qualsiasi altro libro. È quella in cui il mafioso don Mariano Arena dice al capitano dei carabinieri Bellodi: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”.

A distanza di 60 anni esatti dalla pubblicazione del libro siamo sempre lì.

Già don Mariano, che forse è stato il capostipite di quella mafia leggendaria del codice, codice d’onore che in realtà la mafia non ha mai avuto uccidendo le persone e vessando lavoratori e persone oneste, dice che pochissimi sono gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…”.

Per analizzare il modo di operare di certi politici e in particolare del sindaco di Messina mi fermerei qui. Lui è uno che credendosi grande, come le scimmie ha fatto cose strane per fare schiumazza, per fare ridere, teatro insomma: lo show agli imbarcaderi, organizzato le auto che girano per la città con la sua voce megafonata che ordina di stare a casa urlando male parole. Poi siccome sempre di scimmia di tratta, con rispetto per le scimmie, e quindi sfocate e divertenti imitazioni dei politici che tanto contestava in campagna elettorale, è andato nei villaggi popolari tra le persone, e come i politici di sempre non per dare a quelle persone lavoro e dignità ma chiedendo un grazie in cambio di una busta della spesa o un uovo di Pasqua. Che poi se alle prossime elezioni se lo ricordano tanto meglio. Lo ha fatto creando assembramenti, ma che importa. È la sua città, come ama ripetere al punto che ci crede e peggio ci credono i messinesi, ed è lui che stabilisce chi può creare assembramenti e chi no. Così come stabilisce lui la differenza tra un funerale e una preghiera sul sagrato della chiesa, il confine dei cortei funebri.

Con gli assembramenti si è preso il diritto alla vita dei cittadini, con il funerale si è preso la briga di pesare la dignità dei morti.

D’altra parte siamo di fronte sì a una scimmia imitatrice ma intelligentissima. Lui sa che i messinesi, dei siciliani, sono una razza a parte. I messinesi, in prevalenza di indole buona, dediti più al chiacchiericcio interessato che alla sostanza delle cose, hanno bevuto come acqua fresca, come fosse un vaccino potremmo dire, che è stato l’intervento del sindaco alla Rada S. Francesco e quello da Barbara D’Urso, se il Coronavirus a Messina non ha fatto un numero di morti superiore alla seconda guerra mondiale. Sa di poterlo fare, i messinesi non leggono, sanno al massimo ciò che accade a Bergamo, Brescia, in Lombardia, ma non sanno che Messina sta vivendo questo dramma mondiale con le stesse statistiche di tutti gli altri 7000 comuni italiani che non siano in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Liguria. E che lo show del sindaco non serve a niente se non al travolgente ridicolo che secondo i gusti può fare ridere o mortificare.

I messinesi hanno la scimmia e non la ragione come icona della salvezza. Alla Rada S. Francesco ad applaudire il sindaco di oggi ci sono gli stessi che accusavano il sindaco di ieri, il proprietario delle navi, di andare coi pacchi della spesa nei villaggi.

E allora viene in mente ancora don Mariano e la sua divisione per categorie. Dopo avere definito gli uomini, i mezzi uomini e gli ominicchi passa al resto, dicendo che ancora più giù ci sono “i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”.

Nella pozzanghera creata dal sindaco le anatre starnazzano e il rumore è fortissimo anche per il silenzio della parte della città che dovrebbe farsi carico di porre fine a questo degrado civico, e perché no, morale.
Di alcuni miei colleghi giornalisti, sempre impegnati in guerra contro il nulla, si sono perse le tracce. Di politici chiamati all’opposizione si nota più la timidezza che l’intransigenza. E guai a disturbare gli uomini di cultura e gli imprenditori di successo, i professori universitari e i sindacalisti. Sono tutti impegnati a non bruciare la crostata, a fare le granite in casa e pronti a confermare che “Mussolini faceva anche cose buone”.

Quando il romanzo fu pubblicato, nel 1960, il Governo negava l’esistenza della mafia. Vogliamo noi oggi forse negare l’esistenza dei quaqquaraquà?

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