Ciclo dei rifiuti in Sicilia, relazione dell’Antimafia. Fava: “Significativa presenza mafiosa nel settore della raccolta, ma anche interessi privati”

17 Aprile 2020 Cronaca di Messina

di AMDuemila – Questa mattina la Commissione Antimafia dell’Ars ha approvato all’unanimità la relazione sul ciclo dei rifiuti. L’inchiesta, durata sei mesi, ha visto l’esecuzione di ben 52 audizioni tra governatori, assessori, dirigenti, magistrati, giornalisti, comitati civici, sindaci. E il quadro che è emerso è quello di una “significativa presenza mafiosa nel settore della raccolta”, ma sono state al contempo riscontrate “pratiche corruttive abbastanza diffuse”“Abbiamo ricostruito vent’anni di scelte politiche ed amministrative per capire quali fossero le ragioni d’un sistema ancora fortemente imperfetto che prevede, come unico esito possibile, il conferimento finale alle grandi discariche private” ha dichiarato il presidente dell’Antimafia regionale Claudio Fava nel corso della conferenza stampa. “Le responsabilità dei governi e dell’amministrazione regionale sono gravi – ha aggiunto Fava – Abbiamo ascoltato presidenti, assessori che per vent’anni, con pochissime eccezioni, hanno di fatto abdicato alla loro funzione di indirizzo politico, rendendosi invece disponibili ad un sistema di interferenze e di sollecitazioni che ricordano le vicende legate al sistema Montante”.

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Il presidente dell’Antimafia regionale, Claudio Fava

Intrecci perversi
“Il lavoro della Commissione ha confermato le preoccupazioni che hanno mosso questa indagine: la percezione di un intreccio di interessi privati e pubbliche compiacenze che in Sicilia ha reso spesso il sistema dei rifiuti subalterno a quegli interessi e a quelle compiacenze”, si legge nella relazione approvata.
Nell’inchiesta sono stati ricostruiti una serie di episodi che hanno attraversato svariati governi della regione siciliana: dall’affare bloccato dei termovalorizzatori, quando Totò Cuffaro era presidente, all’affermazione delle discariche private, quando Governatore era Raffaele Lombardo. Poi la guerra di Confindustria a Nicolò Marino. Nella sua premessa la relazione dell’Antimafia siciliana evidenzia come nell’isola “la gestione del ciclo dei rifiuti rappresenta un terreno di storica interferenza tra interessi privati e pubblica amministrazione. Negli ultimi vent’anni funzione politica e ragione d’impresa si sono spesso incrociate lungo un piano inclinato che ha mescolato inerzie, inefficienze e corruttele. La governance regionale sul ciclo dei rifiuti è stata spesso ostaggio di un gruppo di imprenditori che hanno rallentato, anche per responsabilità di una politica compiacente, ogni progetto di riforma che puntasse a un’impiantistica pubblica, con la conseguenza che l’unico esito possibile dell’intero ciclo resta oggi il massiccio conferimento in discariche private”.

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Salvatore “Totò” Cuffaro © Emanuele Lo Cascio

“Anche mettendo da parte gli episodi più gravi e più clamorosi, in cui si è dimostrata in sede penale l’esistenza di pratiche corruttive alla base di alcune scelte amministrative – si legge nella relazione -, l’intera governance dei rifiuti si è mostrata, in questo primo ventennio del secolo, molto permeabile a un sistema di interferenze e di sollecitazioni che ricordano, per modalità e per il ricorrere talvolta degli stessi protagonisti, le vicende legate al cosiddetto sistema Montante”. Secondo i componenti dell’Antimafia regionale nel lavoro portato avanti negli ultimi mesi “si è percepito il vassallaggio a cui è stata costretta in questi anni la funzione amministrativa, con procedimenti sensibili di cui pochi o nessuno avevano contezza, dirigenti delegati solo ad apporre la loro ‘firmetta’, giunte di governo spesso distratte o condizionate da presenze istituzionali esterne alla Regione”. L’esito “è stato quello d’aver conservato la centralità del conferimento in discarica come punto d’arrivo obbligato dell’intero ciclo, garantendo ai pochi proprietari delle poche piattaforme private altissimi margini di profitto”. E “tutto ciò” è avvenuto “nonostante l’impegno con cui taluni assessori e più d’un dirigente hanno cercato di imprimere al ciclo dei rifiuti una giusta direzione di marcia e una limpidezza di pratiche amministrative, restando spesso isolati all’interno degli ingranaggi burocratici e delle scelte di indirizzo politico”. Prendendo spunto dalle parole del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, che spiegò alla commissione parlamentare alcuni anni fa come fosse intervenuta l’organizzazione mafiosa per acquisire il controllo dell’intero ciclo economico dello smaltimento dei rifiuti urbani in tutta la Sicilia, la Commissione regionale spiega che “a favorire questa progressiva intronizzazione della mafia nel settore dei rifiuti ha concorso una serie di scelte amministrative che, pur trovando radicamento e giustificazione nel regime emergenziale, hanno di fatto agevolato la penetrazione dell’impresa mafiosa”.

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Roma, 2014. Roberto Scarpinato e Rosy Bindi durante l’audizione in Commissione Antimafia

Lo scioglimento dei Comuni
“Altro elemento che è saltato fuori riguarda lo scioglimento dei comuni e il modo in cui in alcuni casi l’articolo del testo unico degli Enti locali che disciplina lo scioglimento dei comuni sia stato forzato – ha spiegato ancora Fava -. Agli scioglimenti delle amministrazioni sono corrisposti poi proscioglimenti in sede giudiziaria per gli amministratori”. Alcuni esempi hanno riguardato i comuni di Scicli, Siculiana e Racalmuto. Casi in cui, dopo il provvedimento del Viminale, le indagini delle Procure, appunto, non portarono a riconoscimenti di responsabilità delle amministrazioni comunali. Scioglimenti – sempre avversati dai sindaci che hanno denunciato di essere state vittime a causa delle posizioni contrarie all’apertura di impianti di rifiuti sui loro territori – che la commissione definisce “disinvolti e strumentali”. Secondo la Commissione emerge “in alcune circostanze (come nel caso di Scicli, ad esempio), sia oggettivamente servito a rimuovere, assieme alle amministrazioni comunali, le posizioni contrarie che quelle amministrazioni avevano formalizzato sulla ventilata apertura o sull’ampliamento di piattaforme private per lo smaltimento dei rifiuti”. L’argomento è comunque delicato anche perché il tema delle infiltrazioni di Cosa nostra nel settore dei rifiuti è stato centrale anche negli scioglimenti per mafia dei comuni di Corleone, Mazzarrà Sant’Andrea, Borgetto, Misterbianco, San Cataldo, San Cipirello, Vittoria.
Insomma l’argomento resta complesso. Certo è che nelle conclusioni i deputati indicano due possibili strade da percorrere per arrivare ad un cambiamento: uno sul piano del contrasto, l’altro sul lato politico-amministrativo. Nel primo caso si “auspica la creazione, laddove possibile, di pool di magistrati specializzati in reati ambientali”. Per il secondo aspetto, che coinvolge direttamente la politica, “va segnalata l’urgente necessità di rivedere e perfezionare, anche sul piano legislativo, il quadro di riferimento riguardante le procedure amministrative in materia di Via e di Aia, per ricondurre il rilascio degli atti autorizzativi di maggiore impatto sul funzionamento del sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti alla responsabilità degli organi di vertice dell’amministrazione”.

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