‘LA FRAGILITA’ DEL BENE’ di Nicola Bozzo

17 Aprile 2020 Culture

di Nicola Bozzo – Ho avuto sempre un rapporto conflittuale (per essere eufemistici) con la mia città. Da qui il mio riserbo ed anche una certa forma di solitudine. 

Tuttavia la vergogna, il disprezzo, l’estraneità di questi giorni mai l’ho avvertita così visceralmente. Perfino la pietas – che credo sia una mia dimensione esistenziale – sta cedendo, vinta dal disgusto e dall’indignazione. 

Quanto detto credo che meriti qualche parola. Non una spiegazione o un ragionamento compiuto, ma una traccia, un insieme di indizi.

Credo che la tragedia comune che stiamo vivendo dispone – per così dire all’estremo ‒ le scelte e i comportamenti individuali e collettivi. Ciò che era spregevole diventa abiezione. Ciò che era apprezzabile diventa sacrificio e solidarietà, quasi testimonianza di una civiltà superiore; questo per dire che non vi è la sostituzione di un mondo con un altro, ma il mondo precedente si dilata, si amplifica fino al parossismo, fino all’estremo. 

Questa abiezione spinta fino all’estremo, non in una dimensione privata ma in una sfera pubblica ed istituzionale, è quella che sin dall’inizio ho scorto, credo con una certa chiarezza, nella condotta del Sindaco della città in cui vivo. 

Il coronavirus ha costituito, sin dal primo momento, un’occasione irripetibile per la costruzione di una volontaria e deliberata strategia di successo politico cinica ed in qualche modo lucida che affondava le sue radici in quel coacervo di paura, passione, ignoranza, eccesso, perdita della ragione che si muove nel fondo di una comunità. 

L’angoscia collettiva è divenuta strumento di manipolazione politica e di costruzione del consenso. 

La prima mossa è quella di costruire un campo comunicativo totalmente strutturato sull’antitesi tra amico e nemico. C’è sempre ad ogni istante un nemico da esibire responsabile della vita e della morte dei cittadini, tanto distante quanto feroce e questi nemici immaginari, talvolta fragili come un venditore ambulante, o forti come un ministro od un vescovo, divengono l’oggetto su cui concentrare la paura fatta lievitare e trasformata in odio. Un odio che ha qualcosa di primitivo ed ancestrale, cioè non legato soltanto all’emergenza del coronavirus, ma legato alla propria condizione sociale, esistenziale, individuale, alla propria frustrazione, perfino legato alla insopportabilità della propria esistenza. Le vere ragioni di questa condizione o di queste condizioni sono occultate o rimosse. C’è un nemico apparente che incarna tutte le colpe della propria miseria, contro cui sputare in quella sorta di anonimato di massa che garantisce la rete, salvo trovarsi un istante dopo nella stessa condizione di prima. Tutto questo può svolgersi e realizzarsi pienamente in una città che in fondo costituisce un ‘non luogo’. 

Una città può dirsi tale quando esiste un’articolazione civile, quando esistono soggetti politici e sociali, quando esiste un pluralismo dell’informazione, quando i fondamentali diritti sociali e i bisogni umani trovano una, perlomeno, decente forma di soddisfazione e di riconoscimento. Una non città nella quale tutto questo manca ha la configurazione non solo sociale ma direi anche psicologica e antropologica ideale perché si affermino fenomeni simili a quelli di cui stiamo parlando. Lo ha insegnato perfino con generosità la storia e non è il caso di perdersi in citazioni. 

Ci si dovrebbe interrogare sul perché sia stato possibile questa specie di punto zero, ma il discorso è troppo ampio per potere essere esaurito in queste battute. Tendenzialmente non sono portato a credere che i destini individuali e collettivi siano legati alla fatalità, al caso, ai capricci di un demone maligno. E se l’assunzione di responsabilità deve essere collettiva, certamente più responsabile è chi in tutti questi anni ha esercitato funzioni politiche, pubbliche, perché la regola aurea della democrazia è che a maggior potere deve corrispondere maggiore responsabilità. 

Quello che sta accadendo, un’infinita diretta televisiva, un vero e proprio reality dove un uomo tutto sommato modesto non fa altro che simulare scontri titanici soltanto per rendere facile e accessibile a chiunque il proprio potere, la propria forza, la propria capacità di ordinare, (“Io ordino” risuona nella voce gracchiante di un megafono che gira per la città a sconsacrare il silenzio), in fondo non è altro che grottesco, puerile e ridicolo, ma siccome siamo in terra di Pirandello, dovremmo sapere che il grottesco e il tragico, il comico e il drammatico coesistono e si intrecciano tra loro in mille forme. Ci appaiono certamente adesso pacchiani, volgari, ridicoli i riti, le forme di indottrinamento, il conformismo zelante dei periodi più opachi e bui della storia, ma dietro quella coltre di ridicolo c’era il tragico ed il feroce

Certo è un fenomeno locale, circoscritto e probabilmente effimero ma non per questo bisogna cullarsi in una sorta di aristocratico distacco, perché in certi passaggi comunitari bisogna forse, almeno per un po’ dismettere l’abito della solitudine ed assumersi qualche responsabilità. Insomma, essere solitari ma anche solidali con i valori fondamentali dell’etica democratica così meravigliosamente condensati nella Costituzione Repubblicana. Ed a proposito di Costituzione Repubblicana, le Istituzioni Repubblicane non considerino questa città una vandea, appunto un non luogo, una zona franca temporaneamente occupata da un aspirante caudillo che vanta la titolarità di poteri personali illimitati (una sorta di parodia del feudatario proprietario del territorio sovrano). La cittadinanza democratica e costituzionale non deve soffrire di deroghe territoriali e, come già fatto con l’annullamento dell’ordinanza naif sull’attraversamento dello Stretto, intervengano, poiché largo spazio per il loro intervento, credo, sia stato concesso. Si sappia che i demagoghi passano, ma le ferite, le lacerazioni inferte al tessuto debole della comunità restano e perdurano, sebbene oggi era l’esatto opposto quello che bisognava fare, ossia, legare, unire, tessere. Del resto, la parola comunità deriva da cum-munere, ossia doveri comuni. 

Spero che presto tutto questo potrà essere guardato, come dire, retrospettivamente. Ma come spesso capita quando un periodo buio si guarda retrospettivamente, affioreranno le tantissime manifestazioni della banalità del male di cui parlava Hannah Arendt, appunto, un male non demoniaco, assoluto, ma piuttosto minuto, burocratico, incarnato dalle persone più anonime, persino più dimesse e spesso vigliacche. Quell’odio di massa che ogni sera ha un nuovo ‘idolo negativo’ contro cui sputare e inveire senza che probabilmente questa potenza anonima si trasformerà mai in un esercito eversivo. Tutto è più soft, più meschino, più domestico come si addice ai tempi. 

E tra le manifestazioni della banalità del male, probabilmente, si scorgerà anche l’opportunismo politico di chi doveva opporsi, non facendolo con l’alibi della responsabilità che in questo caso non è altro che l’ignavia: si tratta di carriere politiche oligarchiche la cui unica passione è la triste dedizione al proprio potere; così come si potrà scorgere il servilismo congenito anche dei ceti cosiddetti alti verso il potere, a prescindere da chi lo incarna.

E sempre immaginando e simulando questo sguardo retrospettivo, che, quando tutto sarà finito, cercherà di illuminare con la forza della ragione ciò che adesso è buio viscerale indecifrabile, mi auguro si potrà anche scorgere chi ha detto di no. Chi si è battuto anche senza speranza, chi non è stato corrotto dalla banalità del male ed ha tentato di testimoniare la fragilità del bene.

Care lettrici, cari lettori,
vi scrivo per chiedervi di sostenere il lavoro che quotidianamente vi offriamo, anche a costo di grandi sacrifici personali. Sostenere stampalibera.it significa infatti permettere a questa testata giornalistica, che vi accompagna da oltre 10 anni e che continuate a dimostrare di apprezzare sempre più, di crescere con il supporto di collaboratori retribuiti per migliorare la qualità della nostra informazione libera ed indipendente e di lavorare con tranquillità, coraggio e senza mai dover subire i ricatti della politica. In questi ultimi anni il sito è cresciuto molto. E non finiremo mai di ringraziarvi uno ad uno. Purtroppo però i ricavi della pubblicità, sempre di meno a causa della chiusura definitiva, cagionata dalla pandemia, di molte attività già in crisi, non sono sufficienti a coprire i costi. In un momento in cui quasi tutti i siti e i giornali si assomigliano abbiamo il dovere di fare di più con nuove storie, inchieste e notizie. Ed è anche per questo che vi chiediamo un piccolo ma importante contributo economico. Grazie.


Enrico Di Giacomo

 

 

E’ possibile sostenere stampalibera.it donando tramite bonifico al seguente IBAN: IT36P0760105138282454882455

oppure tramite PayPal cliccando su Donazione