Catenovirus 5: Pensavo fosse un drone… invece era un calesse

25 Aprile 2020 Inchieste/Giudiziaria
di Massimiliano Passalacqua - Mattina di qualche giorno fa, sono a casa – manco a dirlo – quando squilla il telefono. Numero anonimo. Una voce molto gentile, che mi sembra appartenere a una signora di una certa età, mi chiede: «Il signor Massimiliano Passalacqua?» «Sono io», rispondo sospettoso, «di che si tratta?» «Sa, noi siamo Testimoni di Geova», mi spiega. «Stiamo chiamando numeri presi a caso dall’elenco telefonico per condividere qualche riflessione sul Vangelo». Trascorso qualche secondo – necessario per riavermi dallo stupore – e non prima di aver ringraziato per il pensiero, rivelo che non sono credente e che quindi potrebbe utilizzare quel tempo con più costrutto chiamando qualcun altro. La voce non si scompone e, sempre con grande garbo, mi augura una buona giornata. Credo sia la conseguenza del Coronavirus più improbabile alla quale potessi pensare, e infatti non ci avrei mai pensato se non avesse squillato il telefono. In questo periodo tutti ci lamentiamo di non poter uscire liberamente, di non poter andare a correre – anche e soprattutto quelli che non lo hanno mai fatto – o di dover fare la spesa in orari contingentati, ma che dire di quei poveri disgraziati dei Testimoni di Geova ai quali l’epidemia ha tolto la cosa più importante della loro vita, ovvero i citofoni. Epperò i “proclamatori” – sì, si chiamano così quelli che alle 7 di domenica vogliono sapere se ti sei mai chiesto se Dio abbia un nome o, a scelta, se per caso spacci – si sono organizzati e hanno trovato un nuovo modo per diffondere il loro vir... ehm, il loro messaggio senza violare le regole sul distanziamento. Un articolo del Messaggero cita al riguardo il sito ufficiale dei Testimoni di Geova italiani: «In alcune delle zone interessate da un’epidemia i proclamatori potrebbero scegliere di predicare usando metodi alternativi, come la testimonianza telefonica o anche scrivendo messaggi, email o lettere». In attesa degli audiolibri con le riviste La Torre di Guardia e Svegliatevi! – perfetta, quest’ultima, anche come esordio dopo aver citofonato a casa delle persone alle 7 di domenica mattina – approfitto dell’aneddoto per ricordare a tutti che tutti stiamo facendo sacrifici. Tutti stiamo rinunciando a qualcosa: uscire quando vogliamo, comprare quello che desideriamo, persino correre o passeggiare per restare in forma nonostante la quarantena. Tutti tranne uno. Sì, avete già capito a chi mi riferisco. C’è un solo uomo al quale tutto è permesso: si sposta da un comune all’altro per prendere le uova e la lattuga da mammà, assedia i pendolari agli imbarchi dei traghetti, organizza focacciate al Centro operativo della Protezione civile, crea assembramenti nelle baracche con la scusa di regalare uova di Pasqua. Ma soprattutto, chiama a raccolta e mette a rischio le forze dell’ordine per inscenare questi decolli dei droni stile Cape Canaveral. Ora, la storia dei droni è certamente la migliore che abbiate sentito in questa quarantena. E faccio subito mea culpa : all’inizio ci ero cascato anche io. Come tanti, mi ero scandalizzato per l’eccesso di controllo, la palese violazione della privacy , il clima di “caccia all’uomo”. Lo so, per un attimo ho pensato che fosse una cosa seria. Ma quando è stata pubblicata la delibera, una risata ci ha seppelliti: dieci “missioni” in tutto, con due droni che hanno un’autonomia di mezz’ora e l’obbligo di volo a vista (e quindi un raggio non superiore a 500 metri). In pratica due Fiat Duna con le ali, o due... calessi. Droni forniti con affidamento diretto perché sotto la soglia dei 5 mila euro Iva inclusa; si scoprirà che sono 5.490 euro, ma è un prezzo ragionevole per il privilegio di essere amministrati da Cateno. Per capirci, vi faccio due conti della serva: la superficie del territorio comunale di Messina è pari a 213,75 chilometri quadrati, mentre l’area che un drone con un raggio d’azione di 500 metri può coprire in una missione è pari a 0,785 kmq. Questo significa che, PER COPRIRE UNA SOLA VOLTA E PER POCHI SECONDI l’intero territorio comunale – ammesso che questo abbia una qualche utilità – servirebbero oltre 270 missioni e non certo dieci, che bastano per meno del 4 per cento della superficie totale di Messina. Insomma, una simpatica presa per i fondelli. Che però ha un controvalore: “pagare” Gabriel Valentino Versaci, esperto (quasi) gratuito del sinnico per il monitoraggio e la sorveglianza del territorio. E sì, perché Cateno – che pure è nato politicamente nella Prima Repubblica – sa far tesoro dell’esperienza e dei suggerimenti dei suoi “consigliori” come Peppino Buzzanca, già sindaco e presidente della Provincia nonché, per il Grey’s Sports Almanac , detentore del record mondiale di esperti a titolo gratuito nominati. Una prassi consolidata nella politica italiana da quando il legislatore ha fissato un limite al numero di esperti, consulenti, specialisti che i Comuni pagavano quanto e più degli assessori. L’espediente era duplice: da una parte i rimborsi spese, che venivano... insomma, non voglio dire “gonfiati”... rimpolpati, ecco; dall’altra, l’acquisto di forniture o servizi dalle società di questi esperti, nel nostro caso la “Studio LabIng srls” di Gabriel Valentino Versaci Fendi Gucci. Il giochino, in realtà, è semplice: io ti nomino esperto a titolo gratuito perché per legge non ti posso pagare, poi ti pago di straforo con la scusa che al Comune non ho nessun dipendente con la patente per pilotare i droni – ma va’? – e quindi ho bisogno della tua consulenza. Conflitto di interessi? Beh, certo. Danno erariale? Sì, possibile. Anzi, probabile. Reato penale, tipo abuso d’ufficio o falso in atto pubblico? Ah, non chiedetelo a me perché in giro ci sono tanti e tanti magistrati che vi potranno rispondere. Come potrebbero quelli della Corte dei Conti, che di Cateno avranno ancora il numero dopo che lo hanno condannato con sentenza definitiva a restituire 13 mila euro per le “spese pazze” alla Regione.​ Non ho dubbi che dopo questo scivolone Cateno si inventerà qualcosa, ad esempio costringerà Gabriel Valentino Versaci Armani Dolce Gabbana e tutti gli altri stilisti a fare cento voli anziché dieci e dirà che era previsto così dall’inizio. E il suo gregge lo seguirà anche stavolta, incurante di quanto sia realmente scritto nella delibera. D’altra parte, cosa vi aspettate da uno che, quando il Prefetto chiarisce una volta per tutte che le sue ordinanze sono illegittime, ne annuncia finalmente la revoca ma solo perché «i messinesi sono stati bravi», come se fosse una sua concessione, e non perché – per usare il termine tecnico – sono carta da culo? Tra l’altro, su queste ordinanze Cateno ha costruito negli ultimi due mesi un consenso fondato essenzialmente su un concetto, sbagliato quanto pericoloso: che è merito loro – e, di conseguenza, suo – se a Messina l’emergenza è stata affrontata tutto sommato brillantemente e il contagio contenuto a pochi casi. Se non ci fosse stato LVI – commentano i “liberi pensatori” che lo sostengono, cioè quelli che hanno concesso un periodo di libertà al pensiero – a st’ura saremmo tutti morti. Come se gli “untori” fossero veramente i pendolari che attraversano lo Stretto, o gli artisti di strada sulla Renault 4, gli ambulanti o le buttane vittime dei suoi blitz . Eppure, basta uno sguardo ai numeri per smentire questa ennesima balla: a Messina oltre l’80 per cento delle vittime (e un’analoga percentuale di contagi) si è registrato nelle RSA, le case di riposo, e principalmente a causa dell’imprudenza di qualche medico e di qualche parente dei ricoverati, venuti a contatto con gli anziani ospiti dopo aver contratto il virus magari andando a sciare a Madonna di Campiglio. Ah già, gli sciatori... Non avete anche voi nostalgia di quando Cateno non sapeva che c’era di mezzo la Messina “bene” e ancora li nominava? E comunque, dopo il circo che Cateno ha messo in piedi con la scusa delle uova di Pasqua, un giro di tamponi al Villaggio Aldisio lo farei fare. Per non parlare dei partecipanti al «presunto e inesistente» corteo funebre per Rosario Sparacio.

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