CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI, INDAGATO L’AVVOCATO ARMANDO VENETO. SAREBBE STATO IL TRAIT D’UNION TRA IL CLAN BELLOCCO E IL MAGISTRATO GIUSTI, MORTO SUICIDA DOPO ESSERE STATO COINVOLTO IN DUE INCHIESTE ANTIMAFIA

1 Giugno 2020 Inchieste/Giudiziaria

Denaro in cambio della libertà, sentenze comprate e giudici pagati per far scarcerare boss e gregari della cosca Bellocco di Rosarno. L’ennesimo terremoto giudiziario è scritto nero su bianco nelle undici pagine dell’avviso di conclusione indagini notificato nei giorni scorsi dalla Dda di Catanzaro. Secondo gli inquirenti il giudice Giancarlo Giusti (oggi deceduto) ha accettato 120mila euro per far scarcerare tre esponenti della ‘ndrangheta che erano stati arrestati dalla Procura di Reggio Calabria.

Tra gli indagati c’è pure l’avvocato Armando Veneto, 85 anni, originario di Palmi (laureato in giurisprudenza, con lode, nel 1957 nell’Università degli Studi di Messina), ex deputato ed ex parlamentare europeo dell’Udeur, già sindaco di Palmi con il Partito popolare e sottosegretario di Stato alle Finanze nei governi D’Alema e Amato. Il procuratore Nicola Gratteri, l’aggiunto Vincenzo Capomolla e il sostituto procuratore Elio Romano lo accusano di corruzione in atti giudiziari aggravata dall’agevolazione alla ‘ndrangheta. Lo stesso reato viene contestato ad altri sei indagati: Domenico Bellocco, alias “Micu u Longu”, Vincenzo Puntoriero, Gregorio Puntoriero, Vincenzo Albanese, Giuseppe Consiglio e Rosario Marcellino.

Per ogni scarcerazione il giudice avrebbe intascato 40mila euro. Complessivamente, quindi, per annullare tre ordinanze di arresto il magistrato Giusti sarebbe stato pagato 120 mila euro. I fatti risalgono all’agosto 2009 quando gli indagati avrebbero dato danaro o comunque avrebbero svolto il ruolo di intermediari nella dazione di soldi a Giusti. Il magistrato era giudice relatore ed estensore del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria e aveva annullato le ordinanze di misura cautelare emesse dal gip su richiesta della Dda reggina nei confronti di Rocco Bellocco, Rocco Gaetano Gallo e Domenico Bellocco.

Sono loro tre, quelli che i pm, definiscono i “corruttori” del giudice. Gli intermediari, invece, sarebbero stato i due Puntoriero e l’avvocato Armando Veneto. Il noto penalista, infatti, è accusato di essere stato il trait d’union tra i mafiosi e il magistrato poi morto suicida nel 2015 dopo essere stato coinvolto in due inchieste antimafia.

Secondo i pm di Catanzaro, competenti sulle indagini che riguardano i magistrati reggini, la corruzione sarebbe avvenuta “per avvantaggiare la cosca Bellocco – è scritto nel capo di imputazione – in un momento di particolare difficoltà generato dall’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare in carcere”.

L’avvocato Veneto e gli altri indagati, inoltre, sono accusati di concorso esterno con la ‘ndrangheta. Il penalista e Domenico Puntoriero, infatti, “in forza del rapporto di amicizia con Giancarlo Giusti, – è scritto nell’avviso di conclusione indagini – fornivano un concreto apporto al rafforzamento, alla conservazione e alla prosecuzione dell’attuazione del programma associativo criminoso della cosca Bellocco, nella sua articolazione territoriale operante a Rosarno, Emilia Romagna e Lombardia”.

Secondo gli inquirenti, quindi, pur non facendone parte Veneto e Puntoriero avrebbero favorito la cosca Bellocco che, grazie alla loro intermediazione, è riuscita a “riaffermare e rafforzare il potere della stessa attraverso la ripresa operativa sul territorio dei ruoli che ciascuno dei tre soggetti posti in libertà vi ricopriva”. Adesso gli indagati hanno 20 giorni di tempo per chiedere di essere interrogati o depositare memorie alla Dda di Catanzaro. Subito dopo, il procuratore Gratteri e i pm potranno decidere se chiedere il rinvio a giudizio o archiviare. Di solito la chiusura indagini è il prologo della prima opzione.

«Di questa storia non so assolutamente nulla. Ho soltanto difeso davanti al Tribunale del riesame di Reggio Calabria Rocco Gallo, che mi aveva nominato nell’agosto del 2009 revocando un altro legale». Lo dice all’Ansa l’avvocato Armando Veneto in relazione all’inchiesta della Dda di Catanzaro che lo vede indagato per corruzione in atti giudiziari aggravata del metodo mafioso e concorso esterno in associazione mafiosa. «Questa vicenda – ha aggiunto Veneto – era già stata definita con l’accertamento da parte del Tribunale di Catanzaro della mia totale estraneità a qualsiasi ipotesi di corruzione. Solo ora capisco compiutamente cosa significhi trovarsi da innocente in un processo penale in Italia».

Dell’avvocato Armando Veneto – ex senatore dell’Ulivo, amico di Marcello Dell’Utri e legale anche di Tommaso Buscetta – si ricorda la sua orazione funebre al funerale di Girolamo Piromalli, “don Mommo” (nel 1979), boss riconosciuto della ’ndrangheta della Piana.

“Andai al funerale di Piromalli perché lo avevo strenuamente difeso”, ammette, “per ringraziare gli intervenuti come ancora oggi si usa fare a Gioia Tauro”. Niente di preparato però, assicura, solo la risposta (positiva) alla richiesta di un parente, “al quale, data la circostanza, non potevo sottrarmi”. La richiesta fu esaudita: “Mi limitai a ringraziare a nome dei familiari”. Un’orazione funebre lampo e improvvisata.

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