Al processo ‘Beta’ va in scena l’autodifesa di Ivan Soraci, ex amministratore e direttore dell’Irrera

15 Giugno 2020 Inchieste/Giudiziaria

di Antonio Mazzeo – Dopo lo stop per l’emergenza da Covid-19 sono riprese a Messina le udienze del processo Beta sul presunto sodalizio mafioso Romeo-Santapaola, a capo di un ampio ventaglio di attività economiche lecite e illecite e che vede tra gli imputati anche alcuni noti professionisti della borghesia peloritana. Il colpo d’acceleratore impresso dalla Presidente della 1^ Sezione penale del Tribunale, dottoressa Letteria Silipigni, lascia presupporre che entro la fine di luglio sarà emessa l’attesa sentenza di primo grado, tre anni dopo la maxi-operazione che aveva condotto all’arresto alcuni degli odierni indagati; tra essi Francesco “Ciccio” Romeo, ritenuto dagli inquirenti la figura di maggiore peso del gruppo criminale (oggi agli arresti domiciliari); i “colletti bianchi” Carlo Borella (noto imprenditore edile con attività in mezza Italia e all’estero, libero in attesa di giudizio); l’avvocato Andrea Lo Castro, il commercialista Benedetto Panarello e l’ingegnere Raffaele Cucinotta, tutti in detenzione domiciliare.

Le ultime sedute dibattimentali hanno visto deporre i testimoni indicati dalle difese. Unico colpo di scena, le dichiarazioni spontanee rilasciate da uno degli imputati “eccellenti” di Beta, l’ex ristoratore e già factotum del centralissimo bar-pasticceria Irrera, Ivan Soraci, l’unico ancora in carcere. Descritto dall’imprenditore di origini milazzesi Biagio Grasso – odierno collaboratore di giustizia – come importante punto di collegamento tra la “famiglia” Romeo-Santapaola e i salotti buoni della città di Messina, Soraci è stato arrestato nell’autunno del 2018 nella seconda tranche d’indagine Beta, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, reinvestimento di capitali di provenienza illecita ed estorsione.

Un’auto-difesa a 360 gradi, quella di Ivan Soraci, ma anche l’occasione per fornire un’immagine ambigua e contraddittoria del suo principale accusatore, l’ex amico e mancato socio Biagio Grasso. “Vorrei fare una piccola premessa”, ha esordito l’imputato. “Sono quasi un anno e sette mesi che ormai sono in regime di custodia cautelare, a mio avviso senza sapere di che cosa stiamo parlando. Rispetto a questo io voglio succintamente arrivare a quelli che sono i due capi di imputazione che mi vengono discussi in questa vicenda. Il primo è legato al 416 bis e quindi associazione di stampo mafioso e rispetto a questo io sono più attonito che perplesso. Ho sempre lavorato, ho avuto una famiglia normale, una vita normale, fino alla data del 28 ottobre del 2018 quando vengo tratto in arresto in un’operazione che sarebbe figlia dell’operazione madre, quindi la Beta 2”.

“Io comincio a lavorare sin da subito dopo il diploma con una persona che poi scopro che è addirittura pre-estorto e che invece, per quanto mi riguarda, è mio padre dal punto di vista lavorativo”, prosegue Ivan Soraci. “Collaboro con lui a partire dal ’96-’97 fino a quando poi non mi stacco per prendere la mia linea imprenditoriale. Paradossalmente ho il sogno di fare un’attività in proprio in via Tommaso Cannizzaro, quasi all’altezza del Tribunale, sopra il Monte dei Paschi, la Botte Gaia, che molti di qua conoscono per fatti di logistica. Facendo un passo indietro, dopo le esperienze lavorative fatte col dottor Giuseppe Denaro, tramite rapporto di fiducia sia umana che professionale, passo alla gestione in toto di questa attività, un’azienda che è l’Irrera 1910 e che viene acquisita come diversificazione della grande distribuzione organizzata dove avevo sempre lavorato per loro. L’Irrera 1910 è ancora oggi presente a Piazza Cairoli, numero 12 e io me ne prendo cura sia dal punto di vista della vendita a dettaglio che per quello che concerne la produzione perché c’era una scissione del ramo d’azienda. Così sono amministratore unico da una parte e direttore quadro dall’altra. Si immagini, signor Presidente, che questo è un locale che, non so oggi, ma ai tempi sviluppava 1.200-1.300 battute quotidiane, che se facciamo un piccolo conto matematico, se moltiplichiamo per ogni consumazione due, tre persone al bar, significa che la pedonalità è molto più alta… Voglio dire, cioè, che c’era molta affluenza, giornalmente circa 4.500 utenti, e che a Messina mi conoscono tutti e io conosco tutti. Ad un certo punto, come avventori, tra tantissima gente, rincontro una persona che conoscevo sin dai tempi dell’infanzia, dall’adolescenza… Lei deve sapere che io sono nativo di Bisconte che è un quartiere sulla parte molto alta di Viale Europa. Scendendo un po’ più sotto, dove c’è lo svincolo di Messina Centro, c’è un posto che si chiama Fondo Bisconte e dove c’è ancora una bottega di generi alimentari che precedentemente era dei genitori di mia cognata, moglie di mio fratello Matteo. Lì c’era un barbiere, una sala Endas e conosco Maurizio Romeo, conosco Vincenzo Romeo, conosco Pasquale Romeo, ragazzi con i quali ho rapporti cordiali ma di pura conoscenza”.

“Andando avanti nel tempo, a parte quelli che possono essere dei contatti visivi, questi ragazzi li vedo molto di rado. Mentre invece sono in quello che è il lavoro di pubbliche relazioni piuttosto che nella gestione delle risorse umane e quindi frequento molto la sala vendita dell’Irrera 1910, mi rincontro con Maurizio. Lui ai tempi si occupava, se non erro, di mediazione immobiliare o qualcosa del genere. Da lì quella simpatia precedente diventa una frequentazione. Io, a onor del vero, già un attimino ero predisposto a cercare di realizzare un sogno proprio imprenditoriale, dedito sulle mie esperienze pregresse, perché io nella grande distribuzione organizzata mi sono occupato di quello che era il comparto dei freschi piuttosto che di salumi, formaggi e quant’altro. Un giorno, per caso, nel condividere questo tipo di discussione, stanco di pranzare ancora all’Irrera, mi trovo lì casualmente con Maurizio e andiamo a mangiare da qualche parte. Ci facciamo una passeggiata in via Tommaso Cannizzaro e arriviamo dove c’era Oliva, il precedente, non quello che c’è adesso, quello piccolo dove poi nasce la Botte Gaia. Tra una Coca Cola, un rustico e un pezzettino di focaccia questo signore lamenta una condizione di crisi economica piuttosto che una stanchezza fisica dopo 40-50 anni di lavoro e dichiara la volontà di dismettere. Mi viene l’idea che già condividevo con grande gioia perché per me era un sogno imprenditoriale quello di individuare questa posizione logistica, cioè davvero un punto strategico… Così, bonariamente, ne parlo con Maurizio che era molto entusiasta e contento per me. A quel punto questo sogno prende sempre più forma; lo coinvolgo, si convince e da lì in avanti, quelle che sembravano delle trattative fatte con il signor Oliva, oggi persona defunta, poi non si sono potute sviluppare perché scopro che questo locale era soggetto a pignoramenti, tanto che le attrezzature che poi andiamo a comprare, perché se no non potevamo affittare nemmeno il locale, le affittiamo tramite il Tribunale ad un’asta. Quindi è da lì che nasce la voglia di poter strapparmi da questa paternità benevola che era quella del dottore Denaro nell’attività commerciale che gestivo da 15 anni a questa parte”.

“La mia idea era quella di sviluppare questa azienda a Messina per fattori di legami, di figli”, prosegue Soraci. “Già erano nati i miei figli e quindi c’era la voglia di rimanere nella propria città, però dall’altro c’era anche la voglia di fare un investimento che possibilmente avesse degli sbocchi commerciali più importanti. Da lì in avanti comunico alla società per la quale lavoro e collaboro, che è quella dell’Irerra 1910 del dottor Denaro, ma anche per quanto riguarda l’Antica Pasticceria, la mia volontà di voler intraprendere questo sogno personale, pur rimanendo in ottimi rapporti sino ad oggi… Quindi nessun tipo di estorsione, nessun tipo di vessazione, nessun tipo di comportamento anomalo rispetto a quella che è una persona che stimo, prima dal punto di vista umano. A prescindere da quelli che sono i capi di imputazione, ci tengo in modo particolare, prima affettivamente e poi dal punto di vista imprenditoriale, al dottore Giuseppe Denaro, che è stato chiamato da voi come teste della Procura e le cui dichiarazioni mi escludono totalmente da quello che dovrebbe essere tecnicamente l’art. 629”.

“Ancora la Botte Gaia è in embrione, più un’idea, una situazione da percorrere con mille dubbi, tante perplessità, comunque una grande voglia di fare. Intanto, mentre sono presente nella gestione delle public relations e delle risorse umane dell’Irrera, se non sbaglio l’ingegnere Giuseppe Puglisi, socio di capitali dell’Irrera 1910 e amico storico della famiglia Denaro, mi presenta il signor Biagio Grasso come persona che aveva delle joint venture con lui, credo nell’edilizia. Poi scopro sostanzialmente che Biagio Grasso è invece anche socio del mio titolare e il rapporto e la stima che io ho per il dottore Denaro fa sì che per me questo sia un credito. Do dunque più credito a questa persona che comunque era costantemente all’interno dell’Irrera 1910, specie dopo che il dottore Giuseppe Denaro mi dice che egli è anche socio suo in un’operazione di tipo commerciale su terreni e quant’altro, la storica società P & F, per intenderci. Per quella che è la fiducia che io ho nei confronti di Giuseppe Denaro do un credito a Biagio Grasso. Nasce quindi la frequentazione assidua. Poi scopro, anche perché viene sempre all’interno del bar, che lui si innamora e convive con quella che era la segretaria personale dell’ingegnere Puglisi, la signora Silvia Gentile. Lui è molto bravo per quelle che possono essere le relazioni umane, per quelle che a mio avviso sono le multipersonalità che lo pervadono e invadono. Si vende bene soprattutto nella fase dello start up. E nasce così una bella simpatia. Va detto che io non ho nulla che va a intercedere con quelli che sono i rapporti lavorativi suoi: io di fatto faccio il barista, lui dovrebbe fare, tra virgolette, l’imprenditore. Però è sempre una persona presente, che si avvicina, sempre sorridente, a tratti anche invadente, comunque ha voluto necessariamente portarsi a me come una persona amica. Io tendenzialmente sono una persona che non preclude niente a nessuno, né dal punto di vista emozionale, né dal punto di vista imprenditoriale… A distanza di tempo, il signor Biagio Grasso, sempre più presente all’interno del bar, ad un certo punto mi chiama in disparte e mi dice che mi doveva parlare nella saletta che c’era nella parte nord dell’Irrera, dove si faceva il servizio tavoli. E mi chiede una cortesia, mi chiede la gentilezza se gli posso prestare una cifra di denaro non importantissima, perché lui era in un momento di empasse. Gli erano state sequestrate dalle aziende dove c’era il giro della Finanza delle ingentissime somme di denaro e non poteva sputtanarsi così davanti agli occhi dell’ingegnere Puglisi piuttosto del dottore Denaro, perché avrebbe perso credito. In buona sostanza stiamo parlando di 2.500 euro. Pur se io sono una persona che ha sempre vissuto di stipendio, quei soldi erano paragonabili allo stipendio di una mensilità, mi metto in mezzo. Non mi sono creato nessun problema anche perché se non me li avesse ridati, sarebbe stata una somma che tutto sommato non mi avrebbe fatto arrivare in bancarotta. Non avendo la disponibilità di 2.500 euro in tasca perché non sono 25 euro, ricordo di averli prelevati da quelli che sono gli incassi che io cadenzialmente mi prendevo dalla cassa e riponevo giù negli uffici in cassaforte. Quindi gli do questi soldi e gli dico risolviti le tue cose, non ti preoccupare. Passa tantissimo tempo, fino a quando non lo rincontro un giorno. Mi chiama e manifestando sempre questa sorta di stima e simpatia che c’era nei miei confronti anche perché ero sponsorizzato positivamente dal punto di vista professionale sia dal dottore Denaro, sia dall’ingegnere Puglisi, mi dice che insieme a un altro grossissimo imprenditore che era anche un avventore dell’Irrera 1010, il dottor ingegnere Carlo Borella, ha acquisito o rilevato una grossa società su a Milano. E mi propone allora quella che doveva essere una gestione delle risorse umane, comunque una collaborazione come persona di riferimento suo. Se non sbaglio stiamo parlando della Else, qualcosa del genere. Io, come dicevo prima, sono abituato che qualsiasi cosa mi viene proposta dal punto di vista imprenditoriale, purché pulita e sana, voglio sottolinearlo, sono sempre predisposto a volerla comunque osservare. Per quanto riguarda era come due piccioni con una fava, perché da parte mia c’era sì la volontà di voler fare questa attività a Messina, ma mi sarebbe piaciuto confezionarla e farla in una città che avesse avuto uno sbocco commerciale molto più alto come immaginiamo poteva essere Milano. Ricordo che nel corso di questo dibattimento ha fatto una deposizione un maresciallo del R.O.S., se non sbaglio il maresciallo Musolino, che addirittura si è permesso di dire che Ivan Soraci è inserito in una blacklist dell’Hotel Marconi, tra virgolette, per danneggiamento…. Vorrei, che se voi avete il modo di accedere a livello informatico nella mia e-mail personale, deve esserci una e-mail inviata da Biagio Grasso ma per account Silvia Gentile, in cui mi invia il biglietto aereo per questa mia visita a Milano per vedere l’operazione di gestione delle risorse umane e quant’altro dell’Else. All’Hotel Marconi dove io avrei fatto danni, piuttosto che minacciarlo, se voi vi informate e spero che le indagini vengano fatte, non dovrebbe risultare che Ivan Soraci ha fatto un danno di atto vandalico, perché questo non mi appartiene per etica morale e per persona. Conoscendolo, penso probabilmente che avrà fatto anche un buco, chiamiamolo così, una truffa… Mi ha pagato il biglietto aereo di salita e mi ha pagato anche il biglietto aereo di discesa, quindi io non sono stato a Milano con Maurizio Romeo così come c’è scritto negli incartamenti giudiziari per minacciarlo a fare altro, ma sono stato invitato da lui. Ho percorso tutta la via Vittor Pisani che era una zona per me appetibile perché è quella che va alla Stazione Centrale, quindi banche, uffici e quant’altro. Quindi la Botte Gaia, casomai, io nel mio immaginario avrei avuto la fortissima tentazione di farla lì. Rifiuto quella che doveva essere l’offerta perché comunque vengo dalla distribuzione organizzata come persona formata. Poi, anche perché tramite sempre il dottore Denaro, c’erano sviluppi su Euronics, c’era un Euronics Point e quant’altro. Mi violento professionalmente ancora il cervello per imparare come funziona una granita, il cannolo e la cassata; non avevo assolutamente voglia di capire come potesse funzionare il cemento e altre situazioni di natura edilizia che sconosco totalmente… Torno in città e comunico a Maurizio Romeo, col quale avevo il piacere di voler condividere questa attività professionale, che da parte mia c’era l’Ok per portarla avanti. Quindi vado a comunicare definitivamente al dottore Giuseppe Denaro la volontà di lasciare la gestione dell’Irrera 1910, anche se a tratti, visto il rispetto che io ho e avevo nei suoi confronti, mentre sto lavorando per andare a costruire la Botte Gaia, sono sempre in partecipazione all’Irrera 1910. Vado avanti con questa struttura e viene costituta una società al 50%, la M & I S.r.l., che significa Maurizio e Ivan S.r.l., che sono il mio nome e il suo nome. Non c’è bisogno di essere soggetti a indagine ma bastava l’estrazione di un camerale per vedere che c’era questa società fatta al 50%, senza nessuno scopo di lucro ma anzi con un fortissimo indebitamento da parte mia. Sì, perché lì investo tutto quello che c’era da investire dal punto di vista delle risorse economiche, quindi il Tfr, qualche soldino messo da parte e, non mi vergogno a dirlo, anche un prestito fatto con l’Agos di circa 25.000 euro che sono riuscito a pagare purtroppo fino a tre quarti. Ho messo anche in condizioni negative la mia famiglia perché c’era una firma da parte di mia moglie, quindi anche lei è protestata pure per comprare un accendino, quindi si figuri di quale mafia o di quale associazione, di quali milioni di euro si possa parlare… Poi non si capisce, leggendo gli atti, di una mia cifra iniziale di start up di investimento che era prima 30, poi 40, poi 50, poi 100, poi niente… Quindi Biagio Grasso sostanzialmente diventa benefattore, poi estorto, cioè c’è tutta una grande confusione, c’è tutto un grande equivoco che ancora oggi io non mi spiego… Con tutto il rispetto per le persone che sono nella linea ordinaria e sono a piede libero, mentre io ancora sono rimasto l’unica persona detenuta! E quando il mio avvocato presenta addirittura durante Covid quella che poteva essere l’idea di una scarcerazione, mi viene negata sia dalla Pubblica accusa che dalla parte offesa che sostanzialmente sarebbe Biagio Grasso…. Andando avanti nei tempi e sicuramente negli incartamenti e negli altri processi per i quali lui è assolutamente coinvolto, si scoprirà, penso, chi sono le parti lese e chi sono le vittime o i carnefici, ma questo è compito vostro, non è compito mio”.

“Questa è sostanzialmente la parte legata a quella che a mio avviso è la contestazione dell’associazione di stampo mafioso fatta su un locale sulla via Tommaso Cannizzaro, in cui ho lavorato per 18 ore al giorno, tutti i giorni compresa la domenica”, ha aggiunto Ivan Soraci. “Andiamo a quello che invece è il concetto dell’art. 629 del codice penale, estorsione, fatta prima a Biagio Grasso a Milano e compatibilmente fatta anche al dottore Giuseppe Denaro, sul quale, ripeto, io non ci voglio tornare perché penso che sia stata assolutamente esaustiva la sua dichiarazione fatta qua se non le precedenti in fase di interrogatorio della Pubblica accusa. Deve sapere che mio fratello maggiore, insieme alla moglie, avevano rilevato il Caseificio Calogero che era sotto la via Santa Cecilia bassa, dove c’è il macello e la facoltà di Veterinaria, per poi abbandonare quella zona malfamata dove i clienti non riuscivano nemmeno a scendere, e rilevare un caseificio nella zona di Giammoro. Desio Siciliano si chiamava. Questa operazione dal punto di vista commerciale, per milioni di vicissitudini, a mio fratello va non male, malissimo, quindi rimane incagliato dal punto di vista economico. Sono stato felice di poterlo aiutare personalmente, per quello che ho potuto, anche economicamente. Rimangono fuori dei mezzi, dei furgoni, che tolti da questo caseificio sito a Giammoro, sono andati poi parcheggiati nel maneggio che lui aveva col suo socio a Villafranca Tirrena, uscendo proprio dall’autostrada, tornando verso Messina. Era un maneggio-agriturismo, Maurizio Saporito era il socio di mio fratello, e i furgoni erano messi lì. Ad un certo punto questa figura di Biagio Grasso che appariva, scompariva, c’era, non c’era, era a Milano, era a New York, era alle Seychelles, perché lui è onnipresente e onnipotente, mi chiama e mi dice che aveva bisogno dell’ennesima cortesia, fermo restando che i 2.500 euro non erano mai tornati e li avevo messi nel dimenticatoio anche se essi mi servivano. Mi dice: Senti, so che tuo fratello… i furgoni, ecc. ecc., siccome potrebbero servire per mio fratello – non so che doveva fare – ce li hai ancora? Ho detto: Guarda, saranno ormai pieni di ruggine, acqua neve e vento, sono messi lì, ne parlo con mio fratello e mia cognata e se hanno l’intenzione di venderlo, perché no, recupero qualcosa…. Sì, sì, sì, perché lui è molto facilista in tutto quel che dice e in tutto quello che fa. Ad un certo punto si prende questo furgone a casa sua, gli avevo pregato di fare il passaggio di proprietà, per i soldi me li avrebbe dati dopo, ma mi garantisce che questo furgone da casa sua non si sarebbe mosso. E vero è perché le chiavi ce le avevo io, quindi ho detto: Ti do le chiavi quando fai il passaggio, lo vuoi togliere da lì perche si sta infracidendo? Mettilo dove vuoi metterlo tu, ma non deve circolare fino a quando non fai il passaggio di proprietà. Sostanzialmente, tra un sollecito di mia cognata, un bisogno anche mio di recuperare i 2.500 euro che avevamo quantificato il furgone e i 2.500 euro che erano i soldi che gli avevo dato, ma anche soprattutto per fare il passaggio, lo chiamo, ma ogni dieci telefonate rispondeva mezza volta con mille scuse. Mille cose da fare, mille riunioni e poi a inventarsi qualche altra cosa delle sue. Mi chiama e mi dice: Ivan, vedi che ti ho risolto il problema, non ti preoccupare, a giorni riceverai i soldi. In effetti è vero, perché mentre io torno dalla pausa pranzo, la cassiera dell’Irrera 1910 mi dice che c’è una busta chiusa dove c’è scritto S.P.M., che significa sue proprie mani, e là dentro c’era l’assegno, un assegno di 4.980 euro”.

“Ora, signor Presidente, io ho letto le cose più disparate rispetto alla mia persona, sia negli atti processuali, sia su quella che è la cannibalizzazione mediatica che è stata fatta su di me in modo improprio all’inizio e poi, dopo, con grande enfasi. Si parla di cose che non mi sono contestate e quando il mio avvocato chiede come mai lo si faccia, uno dei due Pubblici ministeri qui presenti, se non sbaglio il dottor Monaco, gli dice che è per far sì che il collegio abbia una ottima e chiara idea di quello che è il disegno criminale del signor Soraci Ivan. Stiamo parlando di un veliero con chissà quale portata di materiale di tipo stupefacente che io stessi organizzando. Si parla anche di minacce, ferimenti, armi. Ma dove sono queste persone? Dove sono queste armi? E’ tutto frutto del signor Biagio Grasso che a tratti è attendibile, a tratti inattendibile, però è molto confuso… Insomma, telefono a Biagio Grasso che mi risponde. Gli dico: Biagio, scusami, che cosa è questo assegno? Dice lui: C’è l’assegno che io ti devo dare, 2.500 dei soldi che mi hai prestato, 2.500 della quantificazione di quello che dovrebbe essere questo furgone, perché sai, tanti problemi alla fine, era un po’ malandato, ho dovuto fare degli aggiustamenti. Che poi non è vero neanche quello, perché io dopo questo furgone me lo sono andato a riprendere, ancora di passaggio di proprietà non se ne parlava. Ho letto pure negli atti che io sarei stato una sorta di anello di congiunzione tra la criminalità organizzata e la Messina bene, trait d’union, se non sbaglio, si dice. Io questo assegno me lo sono versato nel mio conto corrente personale e se fossi stato una persona così geniale e diabolica dal punto vista mentale, sicuramente se fosse frutto di estorsione non me lo sarei versato nel mio conto  corrente. Avrei avuto milioni di altri modi per poterlo fare girare. Visto quello che poi io ho appreso dagli atti, perché di questi assegni non ce n’era uno ma ce n’erano una ventina, forse una trentina, io avrei pure potuto dire che mi è stata chiesta la cortesia di cambiarlo a qualcuno…. Non è vero, nessuno è venuto da me a dirmi, fammi la cortesia, cambiami questo assegno…  Questo assegno paradossalmente sembrerebbe figlio di altre fotocopie o copia e incolla di altre situazioni per le quali io non c’entro e non mi interessano, ma è frutto di 2.500 euro di duro lavoro fatto da me e di un furgone svenduto che avrei dato a questo signore. Adesso dico perché successivamente gli ho tornato 2.500 euro indietro e mi sono preso il furgone, perché di passaggio di proprietà non so perché non se ne parlava. Mia cognata, che già veniva da un fallimento, era terrorizzata. Dice: Che cosa succede con questo furgone? Lo chiamo e gli dico: C’ho i soldi in mano, te li do indietro. Io non riesco più a tenere mia cognata e mio fratello, vogliono il furgone, a meno che non fai oggi il passaggio di proprietà. Lui: No, non mi serve più, te lo puoi andare a prendere. Dove dovrei andare a prenderlo? Scopro dove abita il papà del signor Biagio Grasso, cioè a Giammoro, posto in cui da quello che si legge negli atti e da quello che sostiene il signor Nicola Grasso, il padre di Biagio, io sarei andato a minacciarlo velatamente, per circostanze che non ricordo. Una situazione imprenditoriale che nemmeno ne conosco la natura, una certa signora Agher, Egger, che non so chi sia, non so che gli avrei detto , non so quale sarebbe stata la risposta che io avrei dovuto avere e semmai l’ho avuta… Se è vero che Ivan Soraci era il braccio armato di questa associazione, di questa criminalità organizzata, come mai sono stato arrestato il 28 ottobre del 2018 mentre sono a Palermo, quando i primi arresti di Beta 1 sono stati fatti il 7 luglio del 2017? E mentre stavo lavorando in una azienda di vendita diretta che è una S.p.A. di presidi medico-sanitari, perché sono uno sempre abituato a lavorare… E anche quando la Botte Gaia è stata dismessa, mi sono sempre arrotolato le maniche per fare duro e onesto lavoro… Niente di tutto quello che mi viene contestato… Sono veramente arrabbiato, sono quasi due anni che sono stato strappato alla mia vita di tutti i giorni, ai miei affetti più cari senza saperne il motivo. Non ho assolutamente idea di cosa stiamo parlando e mi affido alla buona fede della Pubblica accusa per la quale io porto ancora rispetto e stima. Io non c’entro nulla in questa situazione…”.

Sin qui l’accorata dichiarazione spontanea di Ivan Soraci, già direttore commerciale dell’Irrera 1910 S.r.l., nonché amministratore unico dal febbraio 2008 al settembre 2011 della società-sorella Antica Pasticceria Irrera. D’obbligo chiarire che negli ultimi tre anni si sono verificati alcuni cambi di proprietà e di gestione nelle aziende a capo dei bar-pasticceria dal prestigioso brand “Irrera”. Il 98% del capitale sociale dell’Irrera 1910 (valore 98.000 euro), detenuto dalla GDH S.r.l. dell’imprenditore Giuseppe Denaro, è stato rilevato il 17 febbraio 2017 dalla DFG S.r.l., società amministrata e controllata dalla psicoterapeuta Daria Denaro, nipote di Giuseppe Denaro e figlia del di lui fratello, Filippo.

Il 28 dicembre 2018, l’Irrera 1910 è stata messa in liquidazione; due mesi dopo, il 27 febbraio 2019, l’esercizio commerciale di Piazza Cairoli è stato rilevato dalla Aveni Food Service S.r.l., società con capitale di 10.000 euro (di cu versati solo 2.500), controllata per il 90% dall’imprenditore agricolo di Tripi, Cirino Renzo Aveni, e per il restante 10% dalla libera professionista di Francavilla di Sicilia, Loredana Puglisi. La famiglia Denaro ha invece concentrato la produzione e commercializzazione di dolci e gelati nell’Antica Pasticceria Irrera, capitale sociale 40.000 euro, di cui 39.200 in mano di Daria Denaro e 800 in quelle di Antonina Salvatrice Santisi, moglie di Giuseppe Denaro, funzionaria del Dipartimento per lo Sviluppo Organizzativo dell’ASL 1 di Roma ed assessora ai servizi sociali dell’ex amministrazione comunale con sindaco Renato Accorinti. Quest’ultima società avrebbe mantenuto la gestione diretta dell’esercizio commerciale di Corso Garibaldi 79, nel grande edificio di proprietà della Curia arcivescovile.

Il 26 giugno 2019, l’Antica Pasticceria Irrera ha anche rilevato un ramo d’azienda dalla Valdicamaro S.r.l.s., società di import-export di prodotti alimentari con sede a Roma in viale Giuseppe Mazzini 112, amministratore unico il messinese Costantino Lombardo. Peloritani anche i due soci della Valdicamaro: l’industriale del settore salumi Giovanni Lombardo (51%) e la libera professionista Fabrizia Nuccio, già co-titolare della società di ristorazione “Piatto Quadro” e moglie di Antonio D’Arrigo, ex presidente dell’USD Camaro calcio 1969 ed ex direttore sportivo dell’ACR Messina, odierno “esperto” per gli impianti sportivi comunali dell’amministrazione di Cateno De Luca.

Le vicende dell’Irrera 1910 e della “Piatto Quadro” di Fabrizia Nuccio e Antonio D’Arrigo si erano incrociate casualmente il 30 giugno 2012 (Ivan Soraci ancora direttore-dipendente di Giuseppe Denaro). Quel giorno le due aziende prendevano in affitto, per ampliare le loro attività produttive, due differenti stabili all’interno del Capo Peloro Resort di Torre Faro, al tempo di proprietà degli imprenditori Enrico Buda e Antonino Giordano, quest’ultimo indicato da Biagio Grasso come socio e collaboratore di Giuseppe Denaro nella realizzazione di un centro commerciale.

 

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