Sebastiano Ardita: ”Capire se le carceri sono ancora sotto il controllo dello Stato”

17 Giugno 2020 Inchieste/Giudiziaria

di Karim El Sadi – Il magistrato per nove anni a capo dell’ufficio detenuti del Dap sentito dall’Antimafia sulle scarcerazioni dei boss.

Occorre capire se le carceri sono ancora sotto il controllo dello Stato“. Sono parole di un certo peso, quelle pronunciate oggi in Commissione Antimafia da Sebastiano Ardita, ma che rendono l’idea dell’urgenza e della serietà con la quale necessitano di essere affrontate e risolte le annose problematiche dell’intero sistema penitenziario del Paese. Soprattutto alla luce delle recenti scarcerazioni di circa 250 boss mafiosi, dei quali molti all’alta sicurezza e alcuni al 41bis, di cui si è ampiamente parlato questo pomeriggio a Palazzo San Macuto dove il magistrato catenese, oggi consigliere togato del Csm, è stato audito. Una vicenda, quella delle scarcerazioni di massa, che ha avuto origine a inizio marzo quando, in concomitanza con i primi casi contagi da Covid-19 registrati in Italia, nelle carceri italiane è esplosa la protesta, con danni, evasioni e addirittura la morte di 14 detenuti.

La tragedia delle rivolte è gravissima, comprendo i magistrati che si sono trovati davanti a questo – ha detto Ardita – ma so che quando c’è uno Stato in guerra deve avere il miglior comandante alla guida“. Quello chiamato a ricoprire questa carica però – il capo del Dap Francesco Basentini – non si è dimostrato all’altezza della gestione che una situazione di “guerra” come questa richiedeva. E dopo settimane cruciali di totale silenzio in cui dal Dap si attendevano disposizioni puntuali sulle gestioni dei detenuti mafiosi richiedenti differimento pena ai domiciliari per non rischiare il contagio in cella, dagli uffici da lui diretti è uscita la famosa circolare del 21 marzo. Una circolare che, come molti magistrati hanno denunciato, ha provocato la confusione tra i vari tribunali di sorveglianza e le conseguenti scarcerazioni. Di quel documento Sebastiano Ardita, che per nove anni ha diretto brillantemente l’ufficio detenuti del Dap, ha parlato in Sala del Refettorio. Fornendo alla Commissione quello che è il suo parere su cosa si sarebbe dovuto, o meno, fare durante la crisi sanitaria che, ha tenuto a sottolineare, ha portato a una situazione di emergenza delle carceri senza precedenti. Nonché la sua visione su come andrebbe gestito il sistema carcerario italiano.

La circolare del 21 marzo.
Rispondendo alle numerosissime domande dei vari componenti della Commissione, Ardita ha ribadito la sua posizione in merito alla circolare del 21 marzo.
Dal mio punto di vista non andava elaborata una nota del genere”, ha affermato. Perché “contraddice il compito del Dap che è quello di assicurare il massimo dei servizi“. La circolare, ha spiegato, “era una nota con cui il Dap assumeva la sua posizione rispetto al problema del Covid, ma non può essere letta sganciata da un contesto. E’ successo che a un certo punto, mentre il Paese si è preparato all’emergenza” ciò non sembra essere avvenuto per “l’universo penitenziario” che invece “avrebbe dovuto farlo perché ci vuole un piano per il carcere“. “La circolare si innesta in quadro in cui la premessa, non fondata, è stata che il Covid si diffonde in maniera maggiore” nei penitenziari, ha continuato il magistrato, secondo il quale si è trattato di un “atto di impulso che non doveva essere fatto“. Al contrario, secondo il consigliere togato del Csm, bisognava agire con lungimiranza e in anticipo. In questo senso poi i detenuti andavano “tranquillizzati”. In questo modo, secondo Ardita, “si sarebbe impedito che qualcuno soffiasse sul fuoco della rivolta dei mesi scorsi e si poteva agire in modo da tranquillizzare la popolazione detenuta in merito alla diffusione del virus. Distendendo la situazione si poteva agire in modo da tranquillizzare la popolazione detenuta e anche gli agenti. La risposta è stata molteplice – ha detto il magistrato nella sua ricostruzione esterna rispetto a quanto accaduto – c’è stata una normativa che ha previsto a certe condizioni la detenzione ai domiciliari fuori dai canoni ordinari, perché l’hanno ottenuta anche persone erano ritenute non idonee, sul presupposto del pericolo Covid in carcere: un presupposto non suffragato dalla realtà”. “La circolare si innesta su questo quadro: il sillogismo che il Covid carcere si diffonde più rapidamente, premessa non fondata – ha aggiunto Ardita – . La conseguenza è che il rischio di trovarsi dei provvedimenti giudiziari su un dato non suffragato dalla realtà è molto elevato. C’è stata una situazione a cui hanno concorso più fattori. E la circostanza che vi fosse un pericolo Covid poi è diventata una verità, rimpallata tra organi istituzionali e circolari“. Infine, su questo tema, oltre alla non fondatezza del presupposto del maggior rischio contagio in cella, c’è un altro punto di frizione nell’intera dinamica che ha portato alla delibera così sbrigativa e superficiale della circolare del 21 marzo. E riguarda la firma del documento. “La circolare non poteva essere firmata” dalla dirigente di turno (la dottoressa Assunta Borzacchiellondr), ha detto chiaramente Ardita. E lo stesso “Romano (il direttore generale della direzione detenuti e trattamento del Dap, ndrha detto che è stata firmata per nome e conto suo“. Su questa linea il magistrato ha altresì ricordato una circolare emessa quando era in servizio al Dap, in base alla quale “qualsiasi modifica riguardante l’alta sicurezza doveva essere concordata” con i magistrati. Una circolare che, ha sottolineato, “è ancora in vigore”.

 

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Sebastiano Ardita © Imagoeconomica

Condizioni carcerarie.
A palazzo San Macuto si è parlato anche delle rivolte delle carceri. Secondo Sebastiano Ardita non si tratta “di fatti accaduti per caso”, ma sono “un punto di caduta di anni di disattenzione rispetto questa realtà“. “Le rivolte sono state il punto di caduta del sistema penitenziario che si è incrinato perché se non si fa manutenzione per anni il ponte crolla“, ha spiegato Ardita. Inoltre, durante la sua audizione, Ardita ha spiegato che “a un certo punto ci sono alcuni eventi critici, alcune circostanze gravi che avvengono nel carcere subiscono una moltiplicazione: ad esempio le aggressioni al personale della penitenziaria erano 294 nel 2010 crescono fino a 805 nel 2019, le minacce a pubblico ufficiale passano da 270 a 3mila, il rinvenimento di coltelli da 37 a 200, le infrazioni disciplinari passano da 579 nel 2010 a venti volte tanto“. Sempre parlando di cifre Ardita ha riportato la percentuale di telefonini rinvenuta in carcere che è “volata”. “Nella storia del Dap – ha spiegato – c’erano misure rigorose che venivano prese” e c’era “sempre un provvedimento disciplinare” che veniva assunto nei confronti dei detenuti trovati con il telefono. Ma se i ritrovamenti di telefoni si moltiplicano fino a diventare migliaia in un anno, ha continuato, non sarà possibile adottare gli stessi provvedimenti disciplinari di un tempo: “Se una regola viene violata in modo eccessivo, sistematico e incontrollabile, è impossibile trovare una sanzione“. Tutti dati, questi, che a detta del magistrato “fotografano il clima interno alle carceri” e “fotografano una realtà fuori controllo“. Una realtà nella quale, ha spiegato Ardita, oltre al fattore del disagio, in passato, specie negli anni ’70, ha influito il fattore eversivo. Oggi “entrambe le circostanze possono concorrere, ma ci vuole un’indagine penale per poterlo dire”, ha affermato il consigliere del Csm. “Possiamo dire che chi è salito sui tetti non lo ha fatto di spontanea volontà, qualcuno lo ha indotto o gli promesso qualcosa o gli ha garantito che quella condotta sarebbe rimasta impunita“.

Bene consultare Dda e Dna”.
Altro tema rilevante toccato durante l’audizione in Commissione Antimafia è il progetto di conversione in legge del decreto sulle intercettazioni che prevede anche misure sulla detenzione domiciliare per contenere i contagi. “La parte che contiene l’intervento delle Dda e Dna completa un lavoro avviato da anni, la condivido anche perché faceva parte di un disegno costruito così: comunicazioni su tutto”, ha detto Ardita. Poi ha aggiunto: “Ma i rapporti fra Dap e Dna ci sono ancora? È quella la domanda da porsi“. Circa la parte relativa all’emergenza Covid-19 “l’ho scritto e dovrò dirlo al Csm. Non capisco perché una cosa che si può risolvere in una attività amministrativa, deve finire in una legge. Rischia, magari, di essere incostituzionale. Avere ritenuto in buona fede che per il pericolo Covid ci fosse lo capisco, ma finito il pericolo in via amministrativa si poteva rasserenare tutto“. Fonte: antimafiaduemila.com

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