Il Recovery Fund per finanziare il Ponte sullo Stretto, perché sí e perché no

24 Luglio 2020 Politica

Si continua a discutere del Ponte dello Stretto, tornato prepotentemente alla ribalta con l’ormai ciclica “faida” fra pro e contro. Ad alimentare il dibattito, nei giorni scorsi, è la proposta di finanziare l’opera infrastrutturale sfruttando il Recovery fund, il pacchetto stanziato dall’Unione Europea per risollevare il Vecchio Continente e uscire dal guado della crisi economico-sanitaria determinata dalla pandemia.

A intervenire sulla questione, fra gli altri, è stato il deputato regionale (Autonomisti) e presidente della Commissione Ue dell’Ars Giuseppe Compagnone, secondo il quale “Il varo del Recovery Fund sancisce nei fatti una disponibilità economica senza precedenti che non lascia dubbi alla possibilità di finanziamento del Ponte sullo Stretto e della fiscalità di sviluppo. Due misure sinergiche che, da sempre, riteniamo indispensabili per dare un futuro diverso alla Sicilia e per le quali ci siamo battuti, in Sicilia, come a Roma, nelle aule parlamentari ed anche nelle piazze”.

«La realizzazione del Ponte – spiega il deputato – da un lato colmerebbe quel gap infrastrutturale che separa l’isola dal resto d’Italia, sottraendola alla caro-tariffe dei voli, dall’altro costituisce la naturale premessa per abbattere i tempi di trasferimento per raggiungere l’Europa, specie in previsione di collegamenti ferroviari più veloci; l’infrastruttura consentirebbe anche di intercettare i consistenti traffici navali che insistono sul Mediterraneo, con ulteriori evidenti vantaggi per l’economia dell’isola. A questo punto  – conclude – i siciliani hanno il diritto di sapere quali forze politiche, nazionali e regionali, sono a favore di due misure che davvero potrebbero dare un futuro diverso alla Sicilia, e quali si ostinano ad opporsi. Non possiamo lasciare alibi a chi si maschera dietro strategici cambiamenti di posizione o progetti alternativi, come accaduto anche recentemente con il Ponte sullo Stretto; né tanto meno possiamo lasciarci abbindolare da mere misure assistenziali, che a fronte di un consistente esborso per le casse pubbliche, nei fatti, non producono reali posti di lavoro, ma solo un illusorio e temporaneo sussidio. È questo il momento di dare una svolta al futuro della nostra isola, è questo il momento della chiarezza”.

Una tesi non condivisa invece da Guido Signorino, professore di Finanza e Crescita Economica dell’Università di Messina ed ex assessore al Bilancio della Giunta di Renato Accorinti, che in un lungo intervento spiega perché il Recovery Fund non può essere usato per finanziare la costruzione del Ponte.

Di seguito la sua nota integrale:

«In risposta all’eccezionale crisi economica dovuta alla pandemia tutti i Paesi hanno accresciuto in modo formidabile il deficit pubblico, col risultato di aumentare lo stock di debito pubblico che, per non fare danno, deve essere “sostenibile”. Il debito agisce come un farmaco: va usato bene, con dosi massicce quando serve, e può essere mantenuto anche per un tempo indeterminato, ma solo sotto una stretta sorveglianza medica e con attenta terapia di supporto; “fai da te”, improvvisazione e assenza di metodo e controllo scientifico intossicano e, alla lunga, uccidono il paziente.

Il debito è sostenibile (ripagabile) quando il tasso di crescita dell’economia è maggiore del tasso di interesse e ci sono due strumenti di sorveglianza e supporto terapeutico per la “cura” del debito: la politica monetaria e la qualità della spesa pubblica. La prima controlla il tasso di interesse, la seconda agisce sul tasso di crescita. Immettendo nuova liquidità si prevengono aumenti di tasso di interesse e spread, ma si rischia di attivare l’effetto collaterale del farmaco: l’inflazione, che può aggredire il paziente fino a paralizzarlo. Quanto alla qualità della spesa, per evitare l’insostenibilità (e l’esplosione) del debito, questa deve creare reddito e distribuire ricchezza “nuova”. Non basta investire, bisogna investire bene. Ogni investimento deve essere “produttivo”, ossia avere un rendimento superiore al costo. L’investimento improduttivo è peggio della spesa corrente improduttiva: questa esaurisce i suoi effetti quando termina, il primo invece, una volta realizzato, genera perdite, che aggravano lo stato del bilancio pubblico e la stessa sostenibilità del debito.

Tra deficit programmato e Recovery Fund, l’Italia ha oltre 260 miliardi destinabili a prevenzione sanitaria e sociale, investimenti, ripresa dell’economia, che devono essere utilizzati in maniera realmente utile e vantaggiosa; non esistono, infatti, pasti gratis. La più gran parte di queste risorse deriva da aumenti del deficit e del debito pubblico, e una parte di esse provengono da un bilancio europeo che, data l’incompiutezza dell’unità politica, va finanziato coi bilanci nazionali, risolvendosi quasi in una partita di giro. La “pinguità” delle cifre dunque non può lasciare spazio ad appetiti, idee, sogni sganciati da una seria valutazione economica, perché un cattivo uso di questi fondi renderebbe insostenibile l’aumento di debito connesso al loro arrivo e sarebbe il peggior servizio reso al Paese.

Quindi, in risposta al COVID-19: 1) è necessario un forte aumento del debito pubblico, accompagnato da una politica monetaria europea espansiva che non generi eccessi di inflazione aggiuntiva (faticosamente, è ciò che ha fatto l’Europa); 2) gli investimenti pubblici devono essere utili e produttivi (è ciò che dobbiamo fare noi).

Per esempio, la scelta di incentivare l’edilizia “verde” e “resiliente” con un superbonus (110%) è seria e coerente: spinge un settore chiave dell’economia, crea occupazione diffusa, stimola l’emersione contrastando l’evasione fiscale e il lavoro nero, previene costi di ricostruzione in caso di calamità, realizza formidabili economie nella spesa energetica ed equivalenti riduzioni della bolletta nazionale, aumenta l’autosufficienza energetica, riduce l’impatto ambientale dell’attività umana. Al contrario, chi prova a “saltare sul carro” per ripescare investimenti pubblici prescindendo da una corretta valutazione di costi, benefici, rendimento finanziario, economico e sociale dell’investimento da realizzare è irresponsabile. E la valutazione economica delle opere deve essere seria, fondata su metodi e previsioni attendibili, non sui sogni di chi, semplicemente, desidera che un’opera in cui crede venga realizzata.

È il caso del ponte sullo Stretto di Messina. Il progetto “storico”, tuttora difeso, sostenuto, propugnato dai suoi “fedelissimi”, è del tutto antieconomico e la sua vecchia analisi costi-benefici è fondata su cifre che si sono rivelate fuori dalla realtà. Alla luce dei dati, il ponte sarebbe un grave danno economico per il Paese: un’altra opera sovradimensionata e in perdita, destinata ad aprire buchi di lungo periodo nelle finanze pubbliche. Non si possono buttare soldi per interventi che generano perdite e buchi nel bilancio pubblico: si ripeterebbero i gravissimi errori del passato che hanno condotto l’Italia sul limite dell’insostenibilità finanziaria e della indisponibilità di fatto del bilancio. Errare humanum est, perseverare diabolicum!».

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