SIETE SOLO POVERACCI AFRICANI. I METODI TRIBALI DI GUGLIELMO STAGNO D’ALCONTRES

28 Agosto 2020 Inchieste/Giudiziaria

«Non c’era alcun tipo di rispetto nei miei confronti e nei confronti dei miei colleghi (…) usavano parole come negro, negro di merda, coglione, animali. Nessuno indossava la mascherina, non era rispettata nessuna distanza tra noi operai». È il racconto messo a verbale da un migrante originario della Sierra Leone, uno dei braccianti che ha scelto di rompere il silenzio sulle condizioni di lavoro alla StraBerry, l’azienda modello che a Cassina de’ Pecchi ha realizzato serre fotovoltaiche per coltivare fragole, mirtilli, lamponi e more, vendute anche sulle strade di Milano.

Un progetto, premiato anche da Coldiretti, che però, dietro la facciata, nascondeva uno sfruttamento dei lavoratori emerso dall’inchiesta della Gdf coordinata dal pm Gianfranco Gallo, nella quale sono indagate 7 persone, tra cui il fondatore Guglielmo Stagno d’Alcontres, 32enne dalle nobili origini. Un centinaio di braccianti extracomunitari pagati 4.50 euro all’ora, sottoposti alla punizione del «ban lavorativo», pausa forzata e non retribuita, quando osavano protestare. Quello che lo stesso d’Alcontres, in una conversazione intercettata, definiva il «metodo del terrore» per soffocare rivendicazioni. «Con loro devi lavorare in maniera tribale – spiegava al suo interlocutore – tu devi fare il maschio dominante». Il fondatore era soprannominato dai braccianti il “Capo grande“, con potere assoluto su di loro.

Sotto di lui c’era il “Capo piccolo“, Enrico Fadini, indagato. «Sono andato per la prima volta alla Cascina Pirola il 6 maggio 2020 – ha raccontato agli inquirenti il bracciante della Sierra Leone – il capo ci ha detto che dovevamo lavorare veloci e che se uno non lavorava veloce e bene lo avrebbero lasciato a casa in pausa. Per lavorare veloce il capo intendeva che ogni giorno bisognava raccogliere almeno 25 cassette, il minimo consentito». Venticinque cassette per una paga di 4.50 euro all’ora. Per il migrante il «ban lavorativo» scatta il 6 giugno. E a farlo scattare è la decisione di allontanarsi per pochi minuti dal campo, violando uno dei divieti, per andare a bere a una fontanella. L’uomo è finito sulla “lista nera“, e sarebbe stato costretto a firmare un foglio di dimissioni. Il «Grande Capo», si legge nella testimonianza agli atti dell’inchiesta, «ha iniziato a urlarmi in faccia che dovevo firmare la lettera, mi ha detto che siamo dei poveracci africani che non hanno niente e mi ha spintonato violentemente provando a buttarmi fuori dall’ufficio».

La testimonianza

E’ lo stesso operaio a raccontare nel dettaglio in cosa consistesse il sistema del “terrore” che si utilizzava a Cassina de’ Pecchi: “Erano circa le 14:30 ed io non avevo ancora finito, avevo completato due file e mezzo, ed ho chiesto ad Enrico di poter fare la pausa in quanto le 14 erano passate già da un pezzo e avevo bisogno di bere e di mangiare qualcosa. Infatti era dalle otto che stavo lavorando ininterrottamente. Enrico mi ha risposto che dovevo rimanere almeno fino alle 15 per finire la fila che stavo facendo. Poiché avevo davvero molta sete ho chiesto ad di lasciarmi fermare lo stesso e che sarei tornato a lavorare mentre gli altri facevano la loro pausa ma Enrico mi ha detto di no e quindi, avendo davvero molta sete, ho deciso di fermarmi lo stesso. Enrico però ha insistito dicendomi che se andavo in pausa il Grande Capo mi avrebbe cancellato il contratto perché lui gli avrebbe detto che io lavoravo piano”. Cosa che effettivamente si verifica: “Sono andato a bere al rubinetto e sono tornato immediatamente a lavorare, sono stato via circa 15/20 minuti, perché il luogo dove stavamo lavorando era distante circa 10 minuti per andare e tornare, ma quando sono arrivato Enrico mi ha detto “Abdul” il Grande Capo ti vuole in ufficio. Io gli ho chiesto per favore di farmi continuare a lavorare ma Enrico mi ha detto di andare in ufficio. (…) La sera mi ha mandato un messaggio e mi ha detto che il Capo gli aveva detto che non c’era lavoro per me il giorno dopo. Da quel giorno fino al 24 di giugno non mi hanno più chiamato per andare a lavorare”.

Altre testimonianze e intercettazioni. 

La testimonianza resa agli inquirenti da un ex stagista italiano della StraBerry cosi recita in atti:

“...I servizi igienici sono costituiti da un bagno chimico ad esclusivo uso del personale di origine italiana. Non c’è un servizio igienico per gli operai. Gli spogliatoi sono ricavati all’interno del magazzino e sono costituiti da una serie di armadietti con delle panche davanti, dove uno si può appoggiare per cambiarsi e all’interno non ci sono docce, bagni, lavandini. Per lavarsi c’e’ una gomma dell’acqua fuori dal magazzino a utilizzo esclusivo degli africani dove si lavano al bisogno. Non esiste un locale adibito a refettorio, gli operai consumano il pasto dove capita…“.

Il racconto dell’operaio è annotato dalla Guardia di Finanza ed è confermato da un’intercettazione tra Guglielmo Stagno d’Alcontres e una donna in cui lo informa che: “…C’erano tutti i ragazzi negri che si lavano li’ davanti a torso nudo” e lui che risponde: “…Va bene ma e’ cosi’, non hanno le docce, quindi e’ cosi’, ok? I clienti non devono stare li’…“.

Guglielmo Stagno D’Alcontres, in altra conversazione sotto controllo, parla di come i sorveglianti dovrebbero trattare i braccianti: “Stamattina appena ho visto uno che parlava dopo un secondo l’ho mandato a casa, non gli ho dato la seconda possibilità…Vai a casa! Ed appena vedo uno con il cellulare io lo mando a casa! E’ il terrore che fa rispettare le regole!..”. Un sistema che D’Alcontres definisce anche “tribale” ridendo al cellulare: “…Questo deve essere l’atteggiamento perché con loro devi lavorare in maniera tribale, come lavorano loro, tu devi fare il maschio dominante, è quello il concetto, io con loro sono il maschio dominante… è così… io sono il maschio dominante! Ed alla fine non cambia un cazzo che sono il datore di lavoro, perché se loro capiscono che tu hai gli stessi metodi che son quelli che funzionano (…) posso scrivere un libro, non è che li ho inventati io e sono orgoglioso, sono più orgoglioso di avere inventato Straberry che avere questi metodi coercitivi, chiamiamoli così, nei loro confronti! Ma sono i metodi con i quali bisogna lavorare...”.

Insomma un vero e proprio “negriero“. Bastava infatti sollevare un problema (anche vero) per essere fatti fuori. Un dipendente che segnalava un guasto del suo motofurgone ha pagato con la fine del contratto una semplice richiesta di intervento tecnico: “…Non posso chiedere sempre alla gente di spingermi…”. E una giovane mamma che aveva fatto notare nella chat che era impossibile trovare una baby sitter per le 5 del mattino seguente ha ottenuto come risposta l’espulsione immediata. Entro le 19 tutti dovevano segnalare l’incasso e chi non aveva raggiunto l’obiettivo veniva costretto a lavorare a oltranza o iniziare prima al mattino.

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