Quasi pronta la Cascina ‘Graziella Campagna’, il vecchio caseggiato di Moncalvo sottratto alla mafia e destinato all’accoglienza di 14 donne vittime di violenza

30 Settembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Mancano poche rifiniture interne e tra qualche settimana sarà pronta per l’inaugurazione. Ad annunciarlo è William Carucci, l’ingegnere che sta ultimando la prima parte del recupero di cascina Graziella, il vecchio caseggiato di Moncalvo sottratto alla mafia e destinato all’accoglienza di 14 donne vittime di violenza o con problemi di dipendenza. L’apertura riguarda la porzione detta «casina delle rose», contigua alla struttura principale. «Per i lavori completi ci mancano ancora 200 mila euro e continuiamo a sensibilizzare enti e istituti bancari» sottolinea Sandra Del Grieco, vice presidente di “Rinascita Donne” di Asti che con Libera gestirà il complesso di Santa Maria. I principali sostenitori del progetto sono Don Luigi Ciotti, primo firmatario dei protocolli, cui si debbono importanti endorsement e la continua attenzione da parte di Libera e Rinascita Donne di Asti con in capo la Prefettura, i Comuni di Asti e Moncalvo.

«Si tratta di un alloggio di 94 metri quadrati separato dal resto delle camere disposte su 560 metri quadrati, ubicato nella manica corta della cascina dove c’era il fienile» spiega l’ingegner William Carucci dello Studio Aidue di Asti da anni impegnato nella progettazione dell’intervento con il fratello Omar, pure lui ingegnere, e l’architetto Ivan Schiavetto.

Chiamata la «cascina del mafioso» la storia della struttura è legata a Francesco Pace, braccio destro di Bernardo Provenzano, che la acquistò nel 1990 e nel 1996 stava per presentare un progetto di recupero al Comune di Moncalvo se non fosse intervenuta in quegli stessi mesi una sentenza di confisca emanata dal Tribunale di Trapani, che la assegnò a Moncalvo. La titolazione della cascina è in memoria di Graziella Campagna, 17 anni nel 1985, lavorante in una tintoria a Villafranca Tirrena, nel Messinese, che il 12 dicembre di quell’anno rinvenne nella tasca di una giacca di un cliente un documento non corrispondente al mafioso che l’aveva lasciata. La mafia non poteva permettere che Graziella raccontasse il fatto al fratello carabiniere. La ragazzina avrebbe dovuto in serata salire sulla corriera verso casa, a Saponara, ma due giorni il suo corpo crivellato da colpi d’arma da fuoco (una lupara calibro 12) venne rinvenuto nelle campagne vicine. I suoi due assassini, Gerlando Alberti Junior e Giovanni Sutera, saranno successivamente condannati all’ergastolo.

UN CASOLA D'INIZIO '800 CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

Cascina Graziella è un grande casolare d’inizio ‘800 immerso nella campagna di frazione Santa Maria, a cinque chilometri dal centro di Moncalvo, la più piccola città d’Italia.
Nella manica corta del fabbricato a due piani, circondato da terreni agricoli, c’è un rustico che si chiama Casa delle Rose e ospiterà donne sole, o con figli, che hanno terminato il percorso di recupero contro la violenza. Sarà cioè riservata a quelle donne che, dopo aver denunciato il proprio maltrattante e trovato ospitalità in un luogo protetto, si accingono a riprendere una vita autonoma. Non ricominceranno da sole, ma nella Casa delle Rose, con la supervisione a distanza di un operatore specializzato, in modo da giungere a un reinserimento graduale accompagnato.
La superficie dell’appartamento (94 metri quadri) è quella occupata un tempo dal fienile, al primo piano, e dal magazzino, al pieno terra. Nell’unità protetta troveranno posto una cucina living, che si affaccerà su un piccolo spazio fiorito all’aperto, e due camere da letto con servizi al piano superiore.

Perché le rose?
La Casa delle Rose è un progetto pilota finanziato per intero dalla Regione Piemonte (150 mila euro tra il 2016 e il 2019) e realizzato dall’Associazione Rinascita a cui, nel 2006, il Comune di Moncalvo affida Cascina Graziella per vent’anni, a titolo gratuito, con il vincolo di utilizzarla per scopi sociali. L’immobile è destinato a diventare un centro di accoglienza, unico in Piemonte, per donne vittime di abusi e dipendenze (alcol, droghe). Le prime abiteranno nella Casa delle Rose, le seconde verranno accolte nel complesso principale di Cascina Graziella: quattordici posti a disposizione per seguire un programma terapeutico di cura e reinserimento della durata di diciotto mesi. A questa idea lavorano insieme, da anni, le associazioni Rinascita e Libera, la cui partecipazione al progetto è tutt’altro che casuale. Cascina Graziella, infatti, non è un immobile qualunque, ma un bene confiscato alla mafia, uno dei pochi edifici di proprietà dello Stato a rivestire una valenza sociale. Non a caso, per anni, è stato indicato come la “cascina del mafioso”.

Cosa c’entra la mafia?
Il cascinale viene confiscato dal Tribunale di Trapani che lo assegna al Comune di Moncalvo affinché lo utilizzi per opere di utilità sociale (legge 109/96). Un anno dopo il Comune lo affida a Rinascita, chiamata a trasformarlo in un luogo di legalità.

Casa delle Rose
L’associazione può dunque cominciare a dare forma al progetto, pensato tra il 2003 e il 2004 insieme al Comune di Asti e al Ser.T dell’Asl AT, e a scrivere una nuova storia per la casa in collina: creare una comunità residenziale per la cura delle donne tossico o alcol dipendenti e per le vittime di violenza. Da quel momento inizia una lunga mobilitazione per trovare i soldi necessari a sostenere gli imponenti costi di consolidamento strutturale e ristrutturazione dell’immobile (740 mila euro la previsione di spesa). Molti soggetti pubblici e privati contribuiranno negli anni alla raccolta dei fondi, anche attraverso iniziative simboliche, come la mietitura delle prime spighe di grano prodotte sui terreni di Santa Maria, che circondano il cascinale, anch’essi sottratti alla mafia. Chi non assicura contributi o donazioni, regala materiali di costruzione, impianti, arredi o mette a disposizione il proprio lavoro. A un prezzo simbolico di un euro lo Studio di architettura Aidue di Asti s’impegna nella progettazione per il recupero dell’immobile. Un altro esempio di solidarietà: l’Associazione professionisti dell’illuminazione (Apil, Milano) dona tutti i punti luce, assicurando anche lo studio dell’illuminazione interna ed esterna. Intanto il 24 maggio 2008 il casolare strappato a Cosa Nostra prende il nome di Cascina Graziella, in memoria di Graziella Campagna, giovane vittima di mafia.

Una scommessa da vincere
Quella raccontata è, è stata e sarà una storia di coraggio, una scommessa difficile attraversata con la schiena dritta. La Casa delle Rose sarà il primo dei progetti che faranno di Cascina Graziella un luogo di solidarietà e impegno sociale.
Come le donne che la abiteranno per trovare la propria strada, altre idee sono in cammino, perché Rinascita e Libera, oltre a un nome proprio, sono anche un obiettivo e un sogno.
E allora se in futuro mangeremo marmellate, o biscotti di meliga, scopriremo dall’etichetta che chi li produce è una cooperativa agricola di donne e che i prodotti lavorati provengono dai terreni e dai frutteti di Cascina Graziella. Sapremo allora che un altro traguardo contro la solitudine è stato raggiunto.

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