ECCO CHI E’ VITO LADIK, LA ‘TESTA DI LEGNO’ DELL’IMPRENDITORE NINO GIORDANO COL REDDITO DI CITTADINANZA…

10 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Il vorticoso giro di trasferimenti finanziari tra plurime realtà societarie, che costituiscono un’importante gruppo imprenditoriale operante nei più svariati settori commerciali, da quello edile, delle pulizie, dei trasporti, a quello alberghiero, della ristorazione e della grande distribuzione, di fatto riferibile all’ imprenditore messinese ANTONINO GIORDANO e al fratello GIACOMO GIORDANO, già coinvolti in passato nell’inchiesta “Tekno”, è stato reso possibile anche grazie a VITO LADIK, una testa di legnoun prestanome nullatenente che risulta dai primi accertamenti tra i beneficiari del reddito di cittadinanzaPer il ‘nullatenente’ sono scattate le verifiche del caso e la segnalazione all’Agenzia delle Entrate: incrociando i dati Inps sarebbe emerso infatti che l’uomo percepiva da tempo il reddito di cittadinanza.

Ma chi è questo prestanome ‘professionista’ di cui si avvalevano i fratelli Giordano?

Il nome di Vito Ladik, 62 anni, originario di Matera, è comparso anche in un’altra clamorosa indagine della Guardia di Finanza che ha coinvolto nel 2015 l’imprenditore originario di Piraino Pietro Tindaro Mollica, all’epoca arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Variante inattesa” e considerato al centro di una bancarotta per decine di milioni di euro, con una serie di aziende che “governava” anche attraverso parecchi prestanome. Una vera e propria holding con commesse pubbliche in tutta Italia. E tra gli indagati di quella maxi inchiesta, gestita a suo tempo dal sostituto procuratore di Roma Paola Filippi, spuntarono altri due nomi che venivano considerati dal magistrato le classiche “teste di legno”, visto che rispondevano della cosiddetta intestazione fittizia di beni e furono destinatari di un decreto di perquisizione. Uno di loro era proprio Ladik. In quell’indagine secondo l’accusa, in concorso con Mollica, ebbe attribuito il 50% della società Operae srl, e l’interposizione fittizia venne perfezionata con un atto del 27 febbraio 2008, quando in concreto l’intero capitale della Operae srl fu attribuito alla Triskele srl, una società posseduta al 50% dai due “interposti”, questo per eludere le misure di prevenzione patrimoniale antimafia. In quella inchiesta l’attività dei finanzieri si concentrò sulle vicende gestionali del Consorzio Aedars, accertando che nel corso del decennio 2003-2013 si era aggiudicato una serie di appalti pubblici tra Calabria, Lazio Sicilia e Sardegna per un valore totale di 118 milioni di euro.

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