Il processo sul rifacimento delle banchine del Porto: Le motivazioni della sentenza, «Consulenze parecchio contrastanti, campioni di cemento non omogenei»

17 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Consulenze fortemente contrastanti, e non soltanto tra accusa e difesa. Metodi di campionamento non omogenei o considerati poco attendibili. Mancanza di altre “prove” oltre alle perizie, ovvero «… carenza di altri elementi indiziari».

Sono essenzialmente questi i motivi che nel luglio scorso hanno portato ad una assoluzione “generale”, decisa dal giudice monocratico della prima sezione penale Maria Pina Scolaro – la formula fu «perché il fatto non sussiste» -, al processo sui lavori al porto, ai moli Vespri e Colapesce. Un’inchiesta che ha ipotizzato all’inizio la truffa e la frode in pubbliche forniture per il presunto uso di calcestruzzo “impoverito” (qualificato C6 invece che C8), aperta nel 2015 dopo un esposto anonimo.

Erano in tutto undici gli imputati, dieci persone fisiche più la stessa ditta che eseguì i lavori. Erano coinvolti l’intero management dell’epoca della Tecnis Spa, ovvero Danilo La Piana, Daniele Naty, Domenico Costanzo e Concetto Lo Giudice Bosco; Antonio Giannetto e Vincenzo Silvestro, titolari delle società fornitrici di calcestruzzo, la Presente Calcestruzzi e la S.V. Costruzioni; Francesco Bosurgi, ispettore di cantiere all’Ufficio opere marittime di Messina; Antonella Fangano, rappresentante della Geodrilling s.r.l., la società incaricata della realizzazione dei pali di fondazione delle banchine dopo il sub-appalto della Tecnis; Rosario D’Andrea, presidente della commissione di collaudo e collaudatore statico dell’opera; Fabio Arena, funzionario dell’Ufficio tecnico e opere marittime per la Sicilia e direttore dei lavori della palificazione.

Ora il magistrato ha depositato le motivazioni dell’assoluzione, molto complesse e tutte incentrate sulle tecniche di campionamento del calcestruzzo. E intanto afferma in premessa che «… non sono stati raggiunti elementi probatori certi ed inconfutabili a sostegno dell’accusa mossa a carico degli odierni imputati e pertanto gli stessi vanno mandati assolti dalle rispettive imputazioni con la formula di rito corrispondente».

Il giudice cita tra l’altro in sentenza anche quanto affermarono i colleghi del Tribunale del riesame che si occuparono del caso: «A seguito dell’esame delle contrapposte consulenze tecniche dell’accusa e delle difese, che a più riprese si sono confrontate su diversi aspetti della complessa materia che ci occupa, questo Tribunale ritiene che non sussista un quadro indiziario univoco, dotato della qualificata probabilità richiesta in sede di applicazione delle misure cautelari personali».

Dopo una lunga disamina dei metodi adottati dai consulenti dell’accusa nella prima fase, il giudice per esempio scrive che «… può ritenersi, allo stato, che i risultati ottenuti a partire dai valori di resistenza a schiacciamento delle carote della prima campagna, con diametro 78 mm, non possono essere presi in considerazione sul piano indiziario poiché restituiscono valori di resistenza non attendibili». E sulla successiva consulenza collegiale affidata dall’accusa scrive: «… non appare di per sé sufficiente a sostenere la sussistenza degli elementi costitutivi dei reati contestati, così come l’indagine di mercato effettuata dagli stessi consulenti tecnici sui prezzi medi del calcestruzzo all’epoca dei fatti, non può bastare a fondare la certezza probatoria cui deve protendere una pronuncia di condanna».

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