OPERAZIONE ‘FORTINO’, ECCO LA SENTENZA D’APPELLO. 9 CONDANNE E UN’ASSOLUZIONE

26 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

di Enrico Di Giacomo – Si conclude con nove pesanti condanne e un'assoluzione, il processo d'appello per il gruppo che aveva messo in piedi un redditizio traffico di droga a Valle degli Angeli.

La Corte d'Appello di Messina, prima sezione penale (presidente Alfredo Sicuro), in parziale riforma della sentenza emessa un anno fa, il 7 ottobre 2019, nell'ambito del processo nato dalla cosiddetta "Operazione Fortino", e appellata dagli imputati Francesco e Michele Arena, Antonino Bonanno, Filippo Cannavò, Ugo Carbone, Paolo Mercurio, Angelo Mirabello, Paolo Francesco Musolino, Mario Orlando e Pietro Raffa, ha rideterminato le seguenti condanne:

Francesco Arena, 16 anni, 4 mesi e 4.200 euro di multa; Michele Arena, 14 e 8 mesi; Antonio Bonanno, 7 anni e 2 mesi; Ugo Carbone, 7 anni e 20 giorni; Paolo Mercurio, 7 anni; Paolo Francesco Musolino, 7 anni; Mario Orlando, 6 anni e 8 mesi; Pietro Raffa, 7 anni e 2 mesi e infine Filippo Cannavo', 8 anni, 7 mesi e 20 giorni (in quest'ultimo caso si dovrebbe trattare di un errore materiale, la pena finale reale sarebbe di 8 anni e 2 mesi).

Assoluzione totale decisa con la formula più ampia, ovvero "per non aver commesso il fatto", e dall'accusa di aver fatto parte del gruppo, per Angelo Mirabello, che è stato scarcerato, così come del resto aveva richiesto già dal primo grado il suo difensore, l'avvocato Salvatore Silvestro.

I giudici hanno deciso anche le assoluzioni parziali di Francesco Arena e Paolo Mercurio (capo N) perchè 'il fatto non sussiste', mentre tutti gli imputati hanno usufruito dell'esclusione della recidiva; e hanno concesso a Mario Orlando le attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante.

Conferma nel resto la sentenza impugnata.

Il processo ha visto impegnati nelle difese gli avvocati Salvatore Silvestro, Tancredi Traclò, Giuseppe Donato, Maria Lembo, Giuseppe Bonavita.

La sentenza di primo grado.

Sono state dieci le persone condannate con rito abbreviato, nell'ottobre dello scorso anno, nell'ambito del processo nato dalla cosiddetta "Operazione Fortino" che aveva sgominato un gruppo criminale dedito allo spaccio di droga nel quartiere Valle degli Angeli, a Messina.

Questa la sentenza: vent'anni di reclusione per Francesco Arena e Michele Arena; 11 anni e 10 mesi ad Antonio Bonanno; 8 anni e 5 mesi per Filippo Cannavò; 7 anni e 8 mesi per Ugo Carbone; 8 anni e 8 mesi per Paolo Mercurio; 11 anni e 8 mesi per Angelo Mirabello; 8 anni e 2 mesi per Francesco Paolo Musolino; 7 anni a Mario Orlando e 7 anni e sei mesi per Pietro Raffa.

Le indagini della squadra mobile avevano individuato un gruppo criminale avente base in vico Fede, domicilio degli Arena, che gestiva gli affari illeciti della consorteria costituita dai componenti del nucleo familiare degli Arena e da persone a loro vicine. Le accuse, contestate a vario titolo, sono di traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, porto e detenzioni di armi e munizioni, associazione per il furto di motorini ed altro. Gli arresti sono scattati a gennaio del 2019.

 

L’OPERAZIONE ‘FORTINO’: IL GIP MASTROENI, ‘VICO FEDE 4 E’ ANTISTATO MA ANCHE VITE SENZA SPERANZE’.

Vico Fede 4 è una anonima strada asfaltata tra tante altre, in un dedalo di case tutte uguali, dove il tempo è scandito dalle lancette del nulla. Valle degli Angeli, si proprio cosi, degli Angeli, è una delle tante zone dimenticate della città, note soltanto ai cronisti di nera, agli uomini delle forze dell’ordine e a qualche vecchio portalettere che a fatica sale i tanti gradoni che portano lassù, dove non ci sono però le scale dei santi. Li si cammina sui pezzi di vetri, li nessuno sa saltare e vincere sui vetri. Li, per dirla alla De Andrè, sono tutte storie sbagliate, anime salve da salvare. Vico Fede 4 è uno dei tanti fortini di periferia, inespugnabili e soltanto sfiorati dalla politica accattona e miserabile. Li, in Vico Fede, quando arrivano polizia e carabinieri è sempre troppo tardi. Tutta la zona è sotto controllo e il rischio lo si avverte in anticipo. La caratteristica infatti di Valle degli Angeli, casa di moltissimi degli indagati di questa operazione di polizia che ha portato oggi all’arresto di 17 persone, è di essere raggiungibili per una unica via molto stretta e trafficata, che si snoda in una salita con una serie di curve senza soluzione di continuità. Vico Fede è per ognuno degli indagati ‘più che il lavoro, la vita stessa’. Tutti appaiono degli ‘impiegati del crimine a tempo indeterminato’. A scrivere e a firmare queste parole è il giudice delle indagini preliminari Salvatore Mastroeni, che non risparmia mai nelle misure cautelari giudizi severi, analisi approfondite, sentimenti. Coraggio. E non rinuncia a farlo neanche questa volta quando nell’analizzare gli aspetti tecnici, non dimentica la comprensione umana per ‘una umanità ghettizzata ed autoghettizzata”.

L’indagine offre uno spaccato significativo di uno degli ‘ambiti di lavoro’ prosperi a Messina. In una città in cui il lavoro latita, i negozi chiudono e i migliori giovani sono costretti ad emigrare, si vive anche di espedienti. In questo quadro, non del tutto esaltante, vi è un punto di discrimine, quando si arriva ai comportamenti penalmente illeciti, in cui deve intervenire il giudice penale. La droga porta e risulta pacificamente accettato e accertato nei vari campi in cui si manifesta, morte e devastazione e danni a giovani, persone, famiglie“.

Il magistrato Salvatore Mastroeni condivide il suo bagaglio di umanità e di cacciatore volontario di anime quando, nel contestualizzare l’azione illegale degli appartenenti al gruppo criminale scrive: “Vico Fede n. 4 Valle degli Angeli è uno spaccato illegale, criminale, drammatico, emblematico della Messina povera ed emarginata. Vico Fede n. 4 è antistato ma è anche vite senza speranze, fra omicidi, droga e tanto, tanto carcere, e vendita di droga/morte ad altri ‘sventurati’. Dove arretratezza e povertà si fanno criminalità, con all’orizzonte carcere, se non morte, senza una luce. Lo sguardo del giudice è e deve essere tecnico ma sarebbe solo formale se scevro di comprensione umana non per i reati ma per una umanità ghettizzata ed autoghettizzata, per il carcere, per le famiglie. Delle vittime come del reo. La droga è gestita dalla criminalità messinese. La concomitanza dei due fenomeni, ne determina ulteriormente la pericolosità”. Le indagini, sono state condotte dalla Squadra Mobile e dirette dal procuratore aggiunto Rosa Raffa, “in modo esemplare e fornendo una serie di gravi indizi dei reati non controvertibili”, scrive il gip che conclude, “in queste condizioni, con attività dell’associazione e di spaccio in corso, in cui il pericolo di reiterazione è nei fatti, vi è il dovere di intervenire e con urgenza. Lo schema della richiesta appare compiuto, di pregio con la indicazione delle specifiche fonti di prova già collegate ai capi di imputazione. Gli atti su cui si fonda la richiesta…sono costituiti da indagini documentate che non possono non essere ugualmente richiamate interamente”.

Nella terra del vento e dei sogni sbiancati anche un’operazione di polizia e una ordinanza di custodia cautelare scritta bene può essere l’occasione per ricordare e ricordarci, davanti ai reati degli altri, le nostre miserie di cittadini elettori, di uomini indifferenti.

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Enrico Di Giacomo

 

 

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