Caltanissetta, l’ex giudice Silvana Saguto condannata a 8 anni e 6 mesi per lo scandalo dei beni sequestrati

28 Ottobre 2020 Inchieste/Giudiziaria

"Saguto Silvana colpevole dei reati a lei ascritti", dice il presidente del tribunale di Caltanissetta Andrea Catalano: 8 anni e 6 mesi di carcere per l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo. L'accusa aveva chiesto 15 anni e 4 mesi, per alcuni capi d'imputazione l'ex giudice è stata assolta. Sette anni e 6 mesi invece per l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il "re" degli amministratori giudiziari. Sei anni e 10 mesi per l'ex professore della Kore Carmelo Provenzano. Tre anni per l'ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Condanne pesanti per il "cerchio magico" che ruotava attorno a Silvana Saguto, la giudice più potente dell’antimafia fino a cinque anni fa. Contesa dai convegni antimafia, dall’università e persino dal Parlamento quando c’era da fare la legge sul sequestro dei beni. Oggi, non è più una giudice, il Consiglio superiore della magistratura l’ha radiata ancora prima della sentenza di condanna. E il suo “sistema” di gestione dei beni sequestrati è stato spazzato via. Con tutto il “cerchio” magico. "Un sistema perverso e tentacolare", lo hanno definito i pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti nel corso della requisitoria.

Il tribunale ha assolto uno dei giudici a latere della Saguto, Lorenzo Chiaramonte, che era accusato di aver dato un incarico a un amico, per lui era stata sollecitata una condanna a 2 anni e 6 mesi. "Il fatto non sussiste", dice il collegio.

Il tribunale ha condannato invece il marito dell'ex giudice, a 6 anni 2 mesi e 10 giorni: l’ingegnere Lorenzo Caramma era ricoperto di incarichi da Cappellano Seminara. Condannato a un anno e 10 mesi Walter Virga, giovane figlio di un giudice (Tommaso, assolto nel rito abbreviato), messo a guidare senza alcuna esperienza l’impero sequestrato agli imprenditori Rappa.

Sono stati quindici gli imputati di questo processo che ha segnato l’antimafia, tutti fedelissimi di una corte che aveva sede nell’ufficio a piano terra di Silvana Saguto, nel nuovo palazzo di giustizia, lì dove i finanzieri dell’allora nucleo di polizia tributaria guidato dal colonnello Francesco Mazzotta piazzarono una cimice, su ordine della procura di Caltanissetta.

Condannati pure l’amministratore giudiziario Roberto Santangelo (6 anni, 2 mesi e 10 gioirni); il tenente colonnello della Guardia di finanza Rosolino Nasca, che era in servizio alla Dia di Palermo (4 anni); il professore Roberto Di Maria (2 anni, 8 mesi e 20 giorni); Maria Ingarao, la moglie di Provenzano (4 anni e 2 mesi); Calogera Manta, la cognata (4 anni e 2 mesi).

E’ stato condannato pure il figlio della giudice, Emanuele, 6 mesi, per una tesi che sarebbe stata scritta dal professore Provenzano.

Assolti invece il padre della giudice, Vittorio, e l'amministratore giudiziario Aulo Gigante, come chiedeva la procura.

Il processo

Settanta capi di imputazione e reati gravissimii contestati a Silvana Saguto: associazione a delinquere, corruzione, abuso d'ufficio. E' il processo che ha segnato l'ultima stagione dell'antimafia. Ad essere finiti sotto accusa non sono stati i provvedimenti di sequestro emessi dalla sezione Misure di prevenzione, ma la gestione dei beni sequestrati, che finivano sempre nelle mani degli stessi amministratori. E poi loro facevano altre nomine di favore, tra amici e parenti. Nessuno controllava. Anzi, le segnalazioni erano ormai diventato il vero fulcro del sistema Saguto. Lei stessa lo ha rivendicato al processo, per provare a difendersi.

«Qui non c’è la prova che tutti sono colpevoli, ma che tutti sono innocenti», è stata la sua frase più celebre al processo. Introdotta da un colpo di scena, il primo giorno del suo interrogatorio: «Qualche giorno fa, ho ritrovato questa agendina. Qui segnavo quelli che mi facevano delle segnalazioni, tutti mi facevano segnalazioni, e io nominavo sulla fiducia». Eccolo, il sistema Saguto. La fiducia, la sua.

Le parole dell'ex giudice sono apparse come un atto d'accusa: «Intanto, le indicazioni arrivavano dai miei colleghi». Con la precisazione: «Intendiamoci, è giusto che facessero segnalazioni, perché mi fidavo di quelle persone, e io cercavo validi amministratori giudiziari a cui affidare la gestione dei beni». E udienza dopo udienza, in un'abile strategia di comunicazione mentre glissava le domande dei pm, ha citato nomi di magistrati, professori universitari, professionisti. C'era davvero un sistema attorno a Silvana Saguto. Che va molto oltre gli imputati di questo processo.

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