Torre di Largo Avigone, aperto il processo

6 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Quando scoppiò il caso del grattacielo a ventidue piani ventidue di largo Avignone, la “Torre”, venne perfino Vittorio Sgarbi a dare un'occhiata, era il 2018 e lui era il nostro assessore regionale alla Cultura. Nei giorni precedenti non le aveva mandate a dire all'allora sovrintendente Orazio Micali, poi dopo un breve tour pomeridiano in loco gli chiese scusa e si dimostrò perfino quasi a favore del progetto ma con una riduzione di piani, per coniugare le mura antiche del vecchio quartiere dove professò il suo apostolato di carità San Annibale Maria di Franca, con la struttura moderna.

Il dibattito in quelle settimane, in città, fu molto prolifico come sempre, si potrebbero citare tanti altri totem di discussione come il Teatro in Fiera, il quartiere del Tirone, il tram lungo la cortina del porto, che poi puntualmente s'inabissano nell'oblìo.

Adesso la vicenda del grattacielo è approdata in tribunale davanti al giudice monocratico Adriana Sciglio perché l'altro ieri s'è aperto un “processo per il grande progetto”, che vede coinvolte tre persone, ovvero i proprietari dei terreni dove troverà posto il grattacielo, l'ing. Salvatore La Galia e Antonino Sobbrio, e poi il progettista e direttore dei lavori, l'architetto Sergio La Spina.

L'accusa contesta in sostanza due ipotesi di reato legate a leggi urbanistiche, cioé la demolizione in assenza di permesso per costruire e la mancata comunicazione alla Soprintendenza, in un'area sottoposta a vincolo paesaggistico. Ma è un processo generato, per così dire, dagli stessi imputati, perché in origine si trattava di un semplice decreto penale di condanna, che è stato però “opposto” dalle parti. In sostanza proprietari e progettista non ci stanno affatto a passare per “abusivi”, perché hanno sostenuto a più riprese di avere tutte le carte in regola in questa storia, e vogliono dimostrarlo nel procedimento con i loro difensori, che sono gli avvocati Antonella Russo, Filippo Barbera e Giuseppe Carrabba. L'avvocato Russo spiega infatti che «in questa vicenda mi preme sottolineare che sono stati ottemperati tutti i passaggi amministrativi-autorizzativi, e lo proveremo in aula, così come abbiamo sempre fatto riferimento alle pronunce del Tar e del Cga, ovvero gli organi amministrativi che si sono occupati del caso». L'altra mattina il tutto è durato poco, visto che per un difetto di notifica il giudice ha rimandato il processo al 1° marzo del 2021.

Nell'area oltretutto, a febbraio di quest'anno, nel cantiere della cosiddetta “Torre”, all'isolato 96, tra la via degli Orti, via Cesare Battisti e via Aurelio Saffi, durante gli scavi per le fondazioni sono emersi reperti archeologici legati a riti funerari, una serie di tombe d'età ellenistico-romana - la zona in passato è stata ricchissima di questi gioielli -, che sono di un certo interesse. Reperti che la Soprintendenza ha prelevato e catalogato.

A febbraio emersi reperti archeologici

A febbraio nell'area sono state scoperte sei tombe che sono cronologicamente ascrivibili al II secolo a.C. circa. E sono state riscontrate diverse tipologie di sepolture. È per esempio attestato il rito dell'inumazione, con individui deposti in fosse terragne o in casse di mattoni, con il cranio orientato a Est, e anche il rito dell'incinerazione con il rinvenimento di bustum. È stato recuperato anche un corredo funerario, con alcuni pezzi anche parecchio importanti. È prevalentemente costituito da unguentari fusiformi, una tipologia molto ricorrente nelle tombe di età tardo ellenistica. E c'è da segnalare anche il rinvenimento di una lucerna, di una coppa megarese e di un'ampolla vitrea.

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