Incidente mortale, scagionato l’ing. Sceusa del Cas

17 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

Non c'erano responsabilità dell'ing. Gaspare Sceusa, in qualità di funzionario del Cas, per l'incidente mortale avvenuto il 29 dicembre 2014 sulla A20 che costò la vita al povero 46enne Angelo Vesto, nei pressi dello svincolo di Rometta, mentre era alla guida di un Fiat Doblò, preso a noleggio dalla ditta “Semida”, durante una giornata di pioggia. Ha deciso così il giudice monocratico Claudia Misale, che lo assolto dall'accusa di omicidio colposo con la formula «perché il fatto non sussiste».

All'ex direttore dell'Area tecnica e di esercizio del Cas - per altri tre funzionari fu deciso il proscioglimento già in udienza preliminare - veniva contestata in origine l'omessa predisposizione di un sistema di guardrail a protezione delle file di alberi collocate nello spartitraffico, contro le quali impattò il furgone condotto da Vesto, prima di ribaltarsi. Secondo l'impostazione accusatoria originaria il guardrail avrebbe evitato l'urto contro l'albero e l'impatto devastante.

Nel corso del processo il legale di Sceusa, l'avvocato Giuseppe Pustorino, ha fatto emergere una serie di circostanze ben precise che hanno fatto propendere il giudice per l'assoluzione. Eccole: la velocità dal furgone era superiore a quella consentita nel tratto e, comunque, non commisurata alle condizioni dei luoghi; gli pneumatici del “Doblò” erano in pessime condizioni di manutenzione, e non consentivano una sufficiente aderenza sull'asfalto bagnato; lo spartitraffico assolve la funzione di “letto di arresto” per le autovetture in svio, a condizione che la velocità sia conforme a quella imposta dal Codice della strada e commisurata alle condizioni dei luoghi, viceversa la collocazione di una barriera dove non necessario in quanto non vi è il rischio di una fuoriuscita dalla sede stradale (per esempio viadotti, scarpate discendenti), può provocare urti inutilmente pericolosi (si tratta delle disposizioni di una circolare ministeriale del 2010); le file di alberi erano collocate a distanza di sicurezza rispetto a quanto previsto dal Codice della strada (7 metri in luogo dei 6 metri richiesti) e dal d.m. 21.6.2004; in caso di ipotetico urto contro una barriera del tipo H3 d'acciaio (anziché contro l'albero), gli effetti sarebbero stati ugualmente devastanti in considerazione della velocità, dell'angolo di impatto e della rigidità dell'ostacolo. Nel procedimento i familiari di Vesto si erano costituiti parte civile con gli avvocati Carmelo Mobilia, Angela Cicciari e Annalaura Muscolino.

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