Al maxiprocesso Nebrodi in 4 patteggiano la pena

24 Novembre 2020 Inchieste/Giudiziaria

C'è la prima “sentenza” per il maxi processo Nebrodi sulle truffe agricole del clan mafiosi tortoriciani, ed è la stralcio del troncone principale con cui ieri mattina davanti al gup Monia De Francesco sono stati definiti quattro patteggiamenti. Per tutto il resto, e quindi per gli oltre cento imputati che hanno scelto il rito ordinario, prosegue l'udienza preliminare all'aula bunker di Gazzi.

Erano infatti quattro le richieste di patteggiamento della pena, avanzate all'udienza scorsa del 18 novembre da Giuseppe Condipodero Marchetta, Antonino Russo, Enza Tindara Parisi e Marco Merenda, posizioni che il gup Finocchiaro aveva separato e che ieri sono state trattate ovviamente da un altro giudice, il gup Monia De Francesco.

Condipodero Marchetta, che è stato assistito dall'avvocato Carmelo Occhiuto, ha patteggiato un anno di reclusione in “continuazione” con la condanna che ha subito a suo tempo al maxiprocesso Mare Nostrum. È stato contestualmente scarcerato. Gli altri tre, Russo, Parisi e Merenda, che sono stati assistiti dall'avvocato Lucio Di Salvo, hanno patteggiato un anno e 4 mesi di reclusione. Tutti rispondevano di una serie di truffe aggravate dall'agevolazione all'associazione mafiosa.

L'inchiesta ha delineato i nuovi assetti delle due storiche associazioni mafiose tortoriciane, i Bontempo Scavo e i Batanesi, che oltre all'egemonia nella zona nebroidea erano in grado di interfacciarsi con le “famiglie” di Catania, Enna e del mandamento delle Madonie di Cosa nostra palermitana. I Batanesi avevano influenza in provincia di Enna grazie a una “cellula” nel territorio di Centuripe, e intervenivano in alcune dinamiche mafiose a Regalbuto e Catenanuova, sfruttando i buoni rapporti con esponenti della criminalità locale. La loro influenza si estendeva pure a Montalbano Elicona, un tempo feudo dei Barcellonesi.

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