Operazione Matassa, l’11 febbraio inizia il processo d’appello

12 Gennaio 2021 Inchieste/Giudiziaria

Si aprirà il prossimo 11 febbraio il processo d'appello “Matassa”, ovvero la la clamorosa inchiesta su mafia e politica a Messina, con uno uno spaccato emblematico della città. Che in primo grado nell'ottobre del 2019 portò a 39 condanne, a politici ed esponenti dei clan mafiosi, basta citare Francantonio Genovese e Franco Rinaldi da un lato, e il boss di Camaro Carmelo Ventura dall'altro. Si tratta del maxiprocesso e dell'indagine “Matassa” gestiti dalla Distrettuale antimafia e dalla Mobile di Messina, ovvero le commistioni tra mafia, politica e criminalità organizzata in città con al centro tre campagne elettorali tra il 2012 e il 2013, smantellate da una lunga indagine della polizia nel 2016. Ma che ha rappresentato anche la ricostruzione della nuova geografia dei clan cittadini, con particolare attenzione ai gruppi criminali di Camaro e S. Lucia sopra Contesse.

A gestire il procedimento di secondo grado sarà la sezione penale presieduta dal giudice Alfredo Sicuro. In secondo grado sono coinvolti i 39 imputati condannati in primo grado e tre parti civili: l'associazione antimafia “Le verità vive!”, Addiopizzo onlus e l'imprenditore Nicola Giannetto.

La sentenza di primo grado del maxiprocesso “Matassa” su mafia e politica ha dimostrato secondo i giudici l'esistenza di tre associazioni criminali. O meglio quattro. Tre di stampo mafioso, i clan Ventura e Ferrante a Camaro, con quest'ultimo sodalizio che in un determinato momento storico si è “avvicinato” parecchio al primo, e il gruppo Spartà a S. Lucia sopra Contesse. Una dedita invece al voto di scambio in più competizioni elettorali, capeggiata sostanzialmente dall'ex sindaco Francantonio Genovese e dal cognato Franco Rinaldi, entrambi ex parlamentari, uno nazionale e l'altro regionale. Ma è l'esistenza del “sistema elettorale” dedito al voto di scambio a Messina e dintorni che ha avuto una portata di grande novità dal punto di vista dell'accertamento processuale. È stata ricostruita una “rete di influenze” che in cambio dei voti contraccambiava non soltanto con generi alimentari, dai pacchi di pasta semplici alle “buste della spesa” complete, così come hanno raccontato in aula gli imprenditori Pernicone, ma poteva promettere per esempio assunzioni in cliniche private o partecipazioni delle coop nelle gare d'appalto. I numeri del primo grado parlano di 39 condanne, 6 assoluzioni totali e 2 dichiarazioni di prescrizione, rispetto ai 47 imputati iniziali. Nell'ottobre del 2019 i giudici inflissero a Genovese 4 anni e 2 mesi, e a Rinaldi 3 anni e 4 mesi. Tra gli altri furono condannati anche gli ex consiglieri comunali Paolo David e Giuseppe Capurro, rispettivamente a 4 anni e 9 mesi, e a un anno. Quest'ultimo rispondeva solo di corruzione elettorale ed aveva registrato a suo tempo l'annullamento dell'ordinanza di custodia cautelare da parte dei giudici del Riesame. Al boss di Camaro Carmelo Ventura furono inflitti 18 anni. Agli imprenditori Angelo e Giuseppe Pernicone furono inflitti 11 anni e 10 anni e 4 mesi. Al medico Giuseppe Picarella fu inflitto un anno e 6 mesi.

Le motivazioni le hanno scritte a quattro mani l'allora presidente della seconda sezione penale Mario Samperi, e la collega Valeria Curatolo, che componeva il collegio. C'è un dato che balzò subito all'occhio: c'era la mafia, c'era la politica, poi c'era il “mondo di mezzo”, ovvero quegli esponenti della zona grigia che avevano contatti da una parte e dall'altra, come vasi comunicanti.

Ecco come i giudici descrissero per esempio la “macchina elettorale” di Genovese quando parlarono del reato associativo: «... nel caso di specie può senz'altro affermarsi che il sodalizio avesse la disponibilità di strumenti idonei e adeguati al raggiungimento dei suoi fini: fruiva infatti delle risorse economiche necessarie per provvedere all'acquisto di derrate alimentari e di persone preposte al loro prelievo dai supermercati, alla custodia, alla individuazione dei beneficiari e alla successiva consegna; di locali ove riporre la merce destinata alla distribuzione (l'abitazione di Pernicone Angelo, il patronato di Borgia Salvatore); di mezzi adatti al trasporto delle derrate (furgoni, veicoli, il cestello nella disponibilità dei Pernicone); oltre che - naturalmente - di una fitta rete di relazioni e conoscenze attraverso cui assicurare svariate utilità promesse quale contropartita di voti».

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