14 Gennaio 2021 Giudiziaria

Confermata la confisca a Bonaffini. Restituiti tutti i beni a Chiofalo

L’impero economico di Sarino Bonaffini rimane confiscato quasi per intero, mentre tutto il patrimonio dell’imprenditore Domenico Chiofalo torna al legittimo proprietario, perché nei suoi confronti non c’erano affatto i presupposti per procedere.

È questa in estrema sintesi la decisione adottata della Corte d’appello, presieduta dal giudice Bruno Sagone, che ha deciso sulla ormai quasi decennale vicenda giudiziaria del più grosso sequestro di beni in provincia di Messina, si parlò all’epoca di 450 milioni di euro, e che in ultimo è stato sottoposto ad un nuovo giudizio dopo il rinvio della Cassazione, che risaliva al 2018. Si tratta del più grande sequestro patrimoniale mai effettuato in città, in questo caso dalla Polizia nel 2011, tra beni mobili e immobili, soprattutto case e appartamenti.

Nell’ottobre del 2018 la V sezione penale annullò il sequestro per l’ingente patrimonio degli imprenditori Bonaffini e Chiofalo, molto noti in città come grossisti ittici e poi impegnati nel settore immobiliare. Oltre a Sarino Bonaffini e Domenico Chiofalo risultavano indagati nel procedimento, tra gli altri, anche i fratelli Angelo Bonaffini e Gaetano Chiofalo, oltre ad una lunga serie di familiari e congiunti, ritenuti meri prestanome.

Il dato centrale per quanto riguarda i Chiofalo, per la verità enucleato in tutte le sedi sin dall’inizio dai suoi difensori, gli avvocati Nunzio Rosso e Carlo Autru Ryolo, e ieri accolto dai giudici d’appello con il deposito della sentenza, era ben delineato: non sussistevano completamente i due elementi-cardine ipotizzati dall’accusa, ovvero la pericolosità sociale e la sproporzione tra i redditi dichiarati e il patrimonio effettivamente posseduto.

I giudici scrivono in sentenza per i Chiofalo: «…revoca la confisca di beni nella disponibilità di Chiofalo Domenico, Chiofalo Gaetano, Miuccio Loredana e dispone la restituzione di tutti i beni mobili e immobili, nonché delle quote societarie, a loro intestate». Ed ancora: «… quello che difetta è la individuazione di specifiche attività delittuose cui sarebbero stati abitualmente dediti i Chiofalo e da cui avrebbero tratto i proventi illeciti».

Per quanto riguarda Sarino Bonaffini invece, con la classica dicitura «conferma nel resto» i giudici hanno detto ancora sì alla confisca del patrimonio globale tra beni mobili e immobili, ma hanno revocato la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Ps a suo carico.

Ma sul fronte della confisca l’avvocato Silvestro preannuncia un nuovo ricorso per Cassazione, quindi la “battaglia” giudiziaria prosegue.

E gli avvocati impegnati nel corso della lunga vicenda del sequestro e della confisca sono stati parecchi: Salvatore Silvestro, Carlo Autru Ryolo, Nunzio Rosso, Nino Favazzo, Giuseppe Donato, Maurizio Cacace, Massimo Marchese e Fabrizio Alessi. E già poche ore dopo l’apposizione dei sigilli all’immenso patrimonio, i difensori convocarono una conferenza stampa. In quella sede gli avvocati Carlo Autru Ryolo, Nunzio Rosso e Fabrizio Alessi sottolinearono come il provvedimento emesso dal Tribunale fosse stato «condizionato dalla mancata comunicazione da parte dell’Autorità richiedente la misura di fatti e circostanze la cui conoscenza avrebbe, con certezza, determinato il rigetto, almeno con riferimento alla posizione del signor Domenico Chiofalo, della richiesta di sequestro».

Da ciò «la inconsapevole erroneità del decreto di sequestro».

Il Tribunale, affermarono i difensori, «cita la ormai famosa conversazione ambientale del 19.9.93 nella quale vi sarebbe il riferimento ai “calamari di gomma” e che costituirebbe la prova principe in ordine al trasporto di droga (fumo) da Napoli a Messina, con destinazione la sede della Pescazzurra S.r.l. ». Ma il Riesame, spiegarono gli avvocati, «annullando sul punto l’ordinanza, aveva già bollato come una boutade la storia dei calamari di gomma».