28 Gennaio 2021 Giudiziaria

Felice Lima: “La piaga della magistratura controllata dalla politica. Ecco cosa si può fare”

I legami tra toghe e politici distorce la funzione del potere Giudiziario. La magistratura è “governata” dall’interno da un gruppo associato di magistrati che gestisce in maniera interessata e tante volte illegale. Per spezzare il legame è necessario ripensare il meccanismo di nomine del Csm. 

di Felice Lima* | 28 Gennaio 2021

Noi italiani, purtroppo, fatichiamo a capire le regole, l’idea stessa che una società complessa abbia bisogno di regole. Crediamo che le regole siano cose radical-chic, lussi superflui che nuocciono all’efficienza. Da sempre crediamo che le cose possano risolversi – addirittura in fretta – dando “pieni poteri” all’“uomo della provvidenza” di turno. Sorprendentemente non crediamo alle regole e crediamo alle promesse del profeta di turno. Ma è con evidenza una cosa stupida. La democrazia, diversamente da quello che pensano gli italiani, non è fondamentalmente un metodo di scelta del governante, ma un modo di esercizio del potere. Non è democrazia se il governante scelto dal popolo può fare ciò che vuole. E’ democrazia se anche il governante, come chiunque altro, è soggetto alla legge (l’esatto contrario delle varie immunità per questa o quella carica dello Stato).

Da alcuni secoli il mondo è concorde nel ritenere che, perché ci sia democrazia, è indispensabile la separazione dei poteri. Quella classica, perfetta, è legislativo/esecutivo/giudiziario. Il Parlamento (potere legislativo) fa le leggi e dice cosa è giusto, il Governo (potere esecutivo) dà attuazione alle leggi, la Magistratura (potere giudiziario) controlla che le leggi siano rispettate. Se siamo in due morti di fame e abbiamo una sola pizza, uno la taglia e l’altro sceglie la sua fetta, così chi taglia taglierà con correttezza. Perché sa che poi non sarà lui a scegliere. Se chi taglia sceglie pure, farà una fetta più grande e se la prenderà.

In Italia non c’è mai stata tripartizione dei poteri, perché l’esecutivo deve godere della fiducia del legislativo. Dunque, l’unica “separazione” fra poteri sta sull’asse “politico/giudiziario”. Questo carica la giustizia di un compito già intrinsecamente titanico. Perché il “giudiziario” non ha e non deve avere la stessa “forza” del “politico”. Tale compito diventa anche per tanti versi “improprio”, in relazione al fatto che il “popolo”, che è un protagonista essenziale della democrazia, ha in Italia due difetti gravissimi. Per un verso, è sempre più “passivo”. I cittadini sono sempre più spesso solo “elettori/consumatori”. Passivi. Persone che si limitano a votare e comprare e, in questi recenti tempi digitali, a “indignarsi (del tutto vanamente) su Facebook”.

Il “cittadino” immaginato dalla nostra Costituzione è, invece, un soggetto “attivo”, impegnato, responsabile. Per altro verso, è spesso addirittura complice. Nei Paesi civili, il primo giudice è il popolo. Un giudice “diffuso” e molto vigile. Nei Paesi civili se finisce sui giornali che un funzionario ha favorito un parente e gli ha affidato un appalto con una procedura discutibile, il funzionario si dimetterà in poche ore e i giudici interverranno con il loro tempo e solo se ci sono evidenze di reato. In Italia difficilmente la notizia finirà sui giornali, quasi tutti al soldo di editori con interessi economici e politici. E, quando ci finisce, la cosa non produce la minima conseguenza, lasciando tutti ai loro posti fin quando non arriveranno – se arriveranno – i carabinieri con le manette. Addirittura, gli italiani hanno dimostrato in tante occasioni di essere pronti a fare un tacito accordo con chi gli chiede i voti: “Voi mi votate e io vi prometto che coprirò le vostre illegalità. Abusi edilizi, evasioni fiscali, ecc.”. In questo contesto, la magistratura resta – ed è una grave patologia – l’unico tutore della legge e, da sempre, è oggetto del tentativo della politica – ampiamente riuscito – di controllarla.

A una democrazia come quella italiana è, purtroppo, indispensabile la magistratura (non avendo il popolo una convinta attitudine alla difesa della legalità) e la magistratura ha un senso in quanto tale solo se indipendente dal potere politico. E’ la differenza che c’è fra uno “stato di diritto”, nel quale la magistratura applica la legge a tutti, e uno “stato di polizia”, nel quale la magistratura è lo sgherro del regime e condanna solo i soggetti sgraditi al potere. I cittadini, dunque, dovrebbero vigilare attivamente perché possa ancora esistere una magistratura indipendente dal potere politico.

Da sempre, inevitabilmente, il potere politico cerca (con successo) di controllare la magistratura. Fra i tanti, Craxi disse una volta in un “fuori onda”: “I magistrati sono pericolosi e vanno controllati”. Una cartina di tornasole di quanto quest’opera di controllo sia stata efficace, spiace dirlo, ma si ha nell’evoluzione del numero di magistrati assassinati. Il nostro Paese è fra quelli che nel mondo intero hanno avuto il maggior numero di magistrati assassinati. Ma ormai da tanti anni non è più “necessario” assassinare i magistrati indipendenti, essendo sufficienti farli controllare dai loro “capi” o, se non basta, punirli e trasferirli. I modi con cui il potere politico ed economico “controlla” la magistratura sono tendenzialmente due. Quelli che si fondano su modifiche legislative via via introdotte per ridurre l’indipendenza dei magistrati e quelli che consistono in attività ai margini della legalità e anche al di fuori di essa. Fra i primi, c’è, per esempio, la legge che ha ridefinito il potere dei Procuratori della Repubblica, rendendo quell’ufficio sempre più gerarchico e i Procuratori sempre più liberi di agire come credono. La logica di questa legge è, con evidenza, che è più facile “controllare” un piccolo numero di Procuratori Capi che l’esercito dei Sostituti Procuratori.

La magistratura è nella Costituzione un “potere diffuso”, in modo che ogni magistrato abbia una “piccola” quantità di potere, ma sia indipendente. Le leggi e le prassi più recenti in materia di ordinamento giudiziario sono andate in direzione diametralmente opposta: concentrare il potere in pochi “Capi” e nominare capi persone molto gradite al potere. Altro strumento legislativo del “controllo” è stata la riduzione dei membri del CSM eletti fra i giudici, così modificando il rapporto fra membri magistrati e membri nominati dal Parlamento, in favore di questi ultimi. Fra i secondi (modi di controllare i magistrati) – che sono fra i più rilevanti – c’è il modo con cui la politica si rapporta con i “vertici” della magistratura. L’esempio più clamoroso di questo è stato l’incontro a Roma, all’Hotel Champagne, fra diversi magistrati membri del CSM (fra i quali il noto Palamara) e alcuni politici, uno dei quali addirittura indagato, per concordare strategie per fare nominare Procuratore Capo di Roma un magistrato gradito ai politici e all’indagato presente. Nelle chat trovate nel telefono sequestrato a Palamara c’è la prova documentale di una realtà nota da anni, ma sempre negata, giungendo anche a querelare chi la denunciava. Emerge da quegli atti che la magistratura è “governata” da un gruppo di magistrati costituenti una sorta di oligarchia, associati fra loro in “correnti” che fingono di contrapporsi, mentre, invece, si spartiscono consociativamente tutti i posti direttivi degli uffici giudiziari (e non è un caso che anche l’ANM sia gestita consociativamente da giunte “unitarie”) ed esercitano un controllo “politico” sulla “giustizia disciplinare”. Costoro hanno contatti evidenti con centri di potere politico ed economico. Accade, quindi, la cosa più ovvia e prevedibile. La politica e i centri di potere economico controllano di fatto la magistratura mantenendo rapporti con i gruppi associati all’interno di essa. Con quello che in breve possiamo chiamare “il potere interno”.

La politica e l’economia hanno efficaci strumenti per “comprare” il “potere interno”. Non è un caso che molti dei magistrati inseriti negli organigrammi delle correnti ricevono prestigiosi incarichi assegnati dalla politica: dirigenze nei ministeri, incarichi nelle ambasciate e in Parlamento e simili. Le correnti obiettano che si tratta di posti in cui è “normale” stiano magistrati. Ma ciò che è anormale non è questo, ma il fatto che, guarda caso, vengano sempre scelti magistrati fortemente legati al c.d. “potere interno”. E ancora più grave è che sempre di più vengano nominati dal CSM delle correnti e del “potere interno” a capo di importanti Procure della Repubblica magistrati direttamente provenienti da pluriennali esperienze fuori ruolo in incarichi a diretto contatto con il potere politico e soggetti al gradimento della politica.

Una tale anomalia prescinde, ovviamente, dalle qualità umane e professionali di costoro, essendo evidente quanto necessario sia che i Procuratori della Repubblica, come detto prima così tanto decisivi per l’indipendenza della giurisdizione, non abbiano forti e interessati legami con il potere politico. Né esiste vera democrazia all’interno della magistratura. Basti considerare che alle ultime “elezioni” del CSM per coprire quattro posti di Consigliere riservati ai pubblici ministeri i candidati erano solo quattro: ogni corrente ne ha indicato uno. In pratica non una “elezione”, ma una “designazione”.

In definitiva, quindi, e duole molto dirlo, la magistratura italiana è oggi “governata” dall’interno da un gruppo associato di magistrati che gestisce in maniera interessata (mi riferisco al condizionamento costante delle nomine dei capi degli uffici giudiziari mediante raccomandazioni dei propri soci che emerge dalle chat di Palamara) e tante volte illegale (mi riferisco alle tante delibere del CSM dichiarate illegittime dai giudici amministrativi) l’amministrazione della giustizia in tutti i suoi snodi essenziali e spesso agisce in perfetta sintonia con gli interessi di soggetti estranei e addirittura interessati non a promuovere ma a fermare la giustizia (si pensi al caso riferito sopra di un politico indagato che partecipa a una riunione con membri del CSM di diverse correnti per far nominare Procuratore Capo di Roma una persona gradita).

Il libro di Palamara appena uscito conferma ulteriormente tutto questo e dimostra quanto profondi e deplorevoli siano i legami fra il potere politico ed economico e l’organizzazione che governa la magistratura. In quel libro viene ammesso esplicitamente che magistrati indipendenti come Clementina Forleo, Luigi de Magistris, Gabriella Nuzzi e altri sono stati “fermati” non perché questo fosse giusto e/o legale, ma perché richiesto al “potere interno” alla magistratura dal “potere esterno”. Appare, dunque, chiaro a tutti i cittadini minimamente informati e ampiamente documentato che, da tempo ormai, il c.d. “autogoverno della magistratura” è, nei fatti, un “sistema” e, in particolare, un sistema “eversivo” (in quanto in palese contrasto con i principi costituzionali). Un apparato sistematicamente dedito a violare, per esclusivi interessi privati, l’impianto costituzionale della amministrazione della giustizia, condizionando l’indipendenza della giurisdizione e connotandone il governo in modo tale da assicurare carriera e protezione agli “uomini del sistema”, a costo di danneggiare – come accaduto sistematicamente nei fatti – sia i soggetti estranei al “cerchio magico” del “sistema” sia – soprattutto – il diritto del Popolo Italiano a una amministrazione della giustizia votata al perseguimento dei valori indicati – fra l’altro, ma non solo – dall’art. 97 della Costituzione.

Per di più, il “sistema” predetto, per garantirsi sopravvivenza, ha con evidenza negoziato con la “politica” norme giuridiche (si pensi all’immunità addirittura anche civile dei Consiglieri Superiori) e favori (si pensi alla gestione dei tantissimi ambìti posti fuori ruolo e a negoziati ancora più tristi e vergognosi come quelli che si devono ritenere presupposti a incontri conviviali come quelli dell’Hotel Champagne) in cambio di “servizi” come la persecuzione dei magistrati rispettosi della Costituzione e, dunque, indipendenti (si pensi, fra i tanti, ai già citati Gabriella Nuzzi, Nino Di Matteo, Clementina Forleo, Luigi de Magistris, Henry Jhon Woodcook, eccetera).

A fronte di quanto ormai definitivamente provato sul “sistema” che gestisce la giustizia, è indispensabile e urgente che il “popolo italiano”, quello nel cui nome si amministra la giustizia e vengono emesse le sentenze, si batta per ottenere condizioni – legislative e politiche – che diano respiro ai magistrati perché possano agire con indipendenza. Tanti sono i modi in cui questo può essere realizzato. Il più semplice e a costo zero è una modifica del sistema elettorale del CSM che impedisca alle “correnti” di mandare lì solo persone di assoluta fiducia e provata fedeltà al “sistema”. La soluzione migliore è quella di introdurre una selezione degli eleggibili mediante sorteggio. I candidati, in numero dieci volte superiore ai posti, vengono sorteggiati e i magistrati scelgono quelli da mandare al CSM fra quelli sorteggiati.

Le correnti obiettano che così potrebbero essere sorteggiate persone incapaci, ma è facile osservare che si deve escludere che fra i magistrati ritenuti idonei a giudicare cause milionarie e comminare ergastoli non ci siano, in percentuale di uno ogni dieci, persone in grado di svolgere i compiti assegnati dalla Costituzione al CSM. L’altra cosa da fare, anch’essa a costo zero, è affidare i giudizi disciplinari dei magistrati ai tribunali ordinari, togliendoli al CSM che ha dato ampia prova di non comportarsi da giudice imparziale. Queste semplici riforme non risolveranno, ovviamente, tutti i problemi, ma daranno un notevole contributo a un cambio di rotta ogni giorno più urgente. Da Il Fatto Quotidiano

#sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello di Messina