Il 740 “record” di De Luca: «Aspetti da chiarire»

13 Febbraio 2021 Inchieste/Giudiziaria

La dichiarazione da “record” del sindaco De Luca (poco più di 1 milione di euro, che lo rende il sindaco più ricco d'Italia) finisce sotto la lente del comitato civico “Rispetto Messina”, secondo cui ci sono aspetti che «andrebbero chiariti ai cittadini. Facendo un raffronto fra la dichiarazione dei redditi del sindaco del 2017, che riportava una somma complessiva di circa seicentomila euro, e quelle degli anni successivi, si riscontra un incremento notevole grazie a consulenze e prestazioni professionali che implicano un certo impegno temporale, che fanno risultare introiti per più di un milione di euro. Una situazione che stride con la narrazione diffusa “dell'uomo qualunque” al pari degli umili e dei meno abbienti, che lotta contro tutte “le caste” immaginabili e contro “i ricchi”. Una narrazione che si rivela basata sulla demagogia e sulla propaganda, visto che il sindaco ha pensato a curare anche i suoi interessi economici-professionali, trovando il tempo da sottrarre al suo duplice impegno istituzionale. Forse facendo ricorso, “da remoto” a quello smart working da lui stesso criminalizzato tempo fa, fino ad arrivare a definire “fannulloni” i dipendenti comunali che, a causa della pandemia, sono stati costretti ad utilizzarlo».

Di seguito il comunicato integrale:

Con un ritardo di qualche anno sono state rese pubbliche le dichiarazioni dei redditi del Sindaco di Messina e di tutti gli altri amministratori comunali.

Ma va evidenziato come tale pubblicizzazione andasse fatta, per legge, al momento del loro insediamento.

Difatti, secondo la legge n. 441 del 5 luglio 1982 e successive modifiche, tutti coloro che detengono cariche elettive sono tenuti a presentare la propria situazione patrimoniale e reddituale, e comunicarne le successive variazioni intervenute negli anni successivi; e tale documentazione va resa pubblica, come previsto dalla normativa vigente sulla trasparenza degli atti nella pubblica amministrazione.

Inoltre, lo stesso Statuto del Comune di Messina prevede all'articolo 50: che gli atti relativi alla situazione patrimoniale e dei redditi di tutti gli eletti vengano depositati ai sensi di legge, per poi essere resi pubblici.

Dato il ritardo va riscontrata, quindi, una sorta di "disattenzione generalizzata" e da parte dell'ufficio di Presidenza dell'organismo consiliare, che, a norma di legge, avrebbe dovuto predisporre la istituzione di un bollettino su cui pubblicare tutta la documentazione prevista, e da parte di chi, sia al Comune che all'Ente Citta Metropolitana svolge la funzione di responsabile per la trasparenza, cioè, nella fattispecie, le Segretarie Generali dei due Enti locali.

Ma da quanto reso pubblico emergono altri aspetti che, forse, andrebbero chiariti ai cittadini.
Facendo un raffronto fra la dichiarazione dei redditi del Sindaco del 2017, che riportava una somma complessiva di circa seicentomila euri, e quelle degli anni successivi, si riscontra un incremento notevole grazie a consulenze e prestazioni professionali che hanno implicato un certo impegno temporale, che fanno risultare introiti per più di un milione di euro.

Una situazione che stride con la narrazione diffusa "dell'uomo qualunque" al pari degli umili e dei meno abbienti, che lotta contro tutte "le caste" immaginabili e contro "i ricchi".
Una narrazione che si rivela basata sulla demagogia e sulla propaganda, visto che il Sindaco ha pensato a curare anche i suoi interessi economici-professionali, trovando il tempo da sottrarre al suo duplice impegno istituzionale.
Forse, facendo ricorso, "da remoto" a quello smart working da lui stesso criminalizzato tempo fa, fino ad arrivare a definire "fannulloni" i dipendenti comunali che, a causa della pandemia, sono stati costretti ad utilizzarlo.

E così i cittadini messinesi dovranno assuefarsi alla idea di avere a che fare anche con un "sindaco nababbo", a cui piace però mettere in scena, di tanto in tanto, insieme a tante altre versioni di sé, anche quella "silvo-pastorale".

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