Caso Palamara, contestata l’accusa di corruzione in atti giudiziari. Avrebbe offerto a Centofanti notizie sull’inchiesta di Messina

22 Febbraio 2021 Inchieste/Giudiziaria

Corruzione in atti giudiziari. C’è un cambio di passo, formale e d’immagine, nell’inchiesta che la procura di Perugia sta conducendo su Luca Palamara, l’ormai ex magistrato dopo l’espulsione decisa dal Csm diventato ora il grillo parlante della magistratura italiana.

Palamara dovrà rispondere ora di un’accusa gravissima che nulla ha che fare con lo scambio di nomine, della quale fino a questo momento l’ex pm ha sempre parlato: secondo i pm di Perugia Palamara avrebbe messo a disposizione del lobbista Fabrizio Centofanti, tra il 2017 e il 2018, il suo ruolo di pm e membo influentissimo del Csm per raccogliere e passargli informazioni riservate, compiendo così atti contrari ai doveri di ufficio, in cambio di vantaggi personali (viaggi, soggiorni e lavori eseguiti da varie ditte presso l'abitazione di Adele Attisani, amica di Palamara e considerata "istigatrice" delle presunte condotte illecite).

La procura perugina è stata rappresentata dal capo dell'Ufficio Raffaele Cantone e dai sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano.

Secondo la procura, c’è la prova che Palamara avesse raccolto e offerto a Centofanti informazioni sui procedimenti aperti dalla procura di Roma e di Messina che riguardavano i rapporti tra lui e l’avvocato Piero Amara, l’uomo che tesseva relazioni a tutti i livelli (governo, industria, Stato) della magistratura.

La contestazione arriva in seguito ad alcune dichiarazioni dello stesso Amara e dell’altro avvocato, coinvolto nelle stesse indagini, Giuseppe Calafiore. Inoltre – in un’informativa di più di duecento pagine della Guardia di finanza – ci sono una serie di elementi che riscontrerebbero questi racconti, partendo per esempio dalla posizione delle auto e dei cellulari a disposizione di Centofanti.

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